Dalla profezia alla medicina: Geremia è Luca

dnaLe sinapsi cerebrali sono un intricato bosco e sottobosco che ha strade, sentieri e viottole tutti percorsi e quando la tua mente vaga, magari in auto, fa un viaggio a volte nella memoria, a volte nella ragione, altre nella fantasia che non è realtà, ma spesso ci si avvicina se per istinto, intuito, ispirazione o per sangue qualcosa ti dice che sì, sei nel giusto.

Quel giusto è un contesto che già parzialmente avevi scritto nella tua testa e che si rivela fondato alla luce della fantasia, come un fiocco, però, sul pacco che già avevi sul tavolo freddo della ragione.

E’ così che mi rivolgo ai fratelli Ebrei, io Ebreo di nonna e nonno paterni, se Mucci e Parigi sono ebraici e lo sono. Lo sono fino al tal punto che mi rivolgo agli Ebrei per chiedere che loro dicano che Luca discendeva da Geremia, per questo di nobilissima famiglia ebraica, per questo Dottore.

Gli Ebrei sanno, nessuno sa più di loro e ha più memoria di loro che hanno scritta la Bibbia per non dimenticare. Lo dicano che io dirò un sogno bellissimo di cui non svelo il finale, un sogno che mi vide di fronte a un gladio romano e alla parola προφήτης (Gv 1, 21).

Sulle prime scelsi il gladio, cioè la morte cruenta; poi dissi “profeta”, quando tre dei Maggiori lo furono in esilio, una condizione di schiavitù che sempre accompagna e caratterizza la profezia che non è esaltazione delirante, ma messaggio di Dio.

Dicano di Luca e il suo strettissimo legame di sangue con Geremia che nessuno sa nulla, tranne me e loro. Facciano grandinare dal cielo, silente per mezz’ora (Ap 8,1 cfr. adultera Gv 8), quel cielo che noi e solo noi abbiamo detto essere Israele che deve ricordare  “dove è caduto” (Ap 2,5) perché tu sai.

Quella grandine tutti la vedono simbolica, ma nessuno ha pensato, nessuno ha pesato, tranne Ravasi ed io, quei chicchi enormi di 35 kg, perché a tanto ammontava un talento che Giovanni non indica a vuoto, ma sa che quel 35 kg è la chiave del tempo, un tempo che è anche meteorologia.

La grandine non fa danni in città, la grandine è l’enorme flagello della campagna, una campagna che caratterizza l’habitat del cavallo nero, nero come la notte della presa di Babilonia delle genti e della loro storia; il cavallo nero di Apocalisse 6,5 il cui cavaliere ha in mano una bilancia che è simbolo di misura, come misura è un talento, se di 35 kg.

Esso, il talento, si oppone al 33 se 33 d.C. è l’anno della crocefissione e dunque quella grandine ha un contesto già scritto ed è geografico, politico: è Pergamo, l’Italia e dunque cattolico, patria e Chiesa, cioè, di una Tradizione cronologicamente modificata, per una messe che non è grano, ma grana, grana denaro, ma anche grana grandine.

Lo dicano, allora, gli Ebrei di un Geremia avo di Luca che io e loro lo sappiamo e la loro messe diventi la loro grana, in tutti i sensi, mentre io segnerò la mia viottola che conduce all’ermo colle, quella solitudine profetica che caratterizzò la vita di Gere’ e mia.

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