Le città di Dio

agostino d'ipponaI due post (qui e qui) ultimi dedicato a Luca -ma in fondo diciamocela tutta: all’Illustre Teofila, che già Suo figlio ha avuto il suo di regalo, sebbene che per Lei, sulle prime, avessi pensato all’adultera di cui nessuno sa cosa sia scritto in terra e questo lo rendeva un bell’omaggio, secondo me, che non credo al 25 dicembre, sia chiaro-  i due post, dicevamo ci hanno introdotto in un mondo in cui l’evangelista ci ha presi per mano, quasi a volerci far conoscere una realtà che è sfuggita nel tempo e anche nello spazio se Gerusalemme salda la sua storia con quella di Roma.

Ieri abbiamo scritto che Gerusalemme è “più” di Roma perché città di Davide, ma sbagliavamo, seppur di poco, perché non abbiamo tenuto conto che non è tra loro due un comparativo di maggioranza, ma un diverso ruolo, se Gesù coniuga due nature: quella divina, che ne fa il Cristo e quella umana, che Lo fa Gesù.

Questo ci permette, a nostro rischio, di avvicinarci ad Agostino che ha scritto la Città di Dio, ma in realtà, ahinoi, pensiamo che dovremmo scrivere “Le città di Dio”: Roma e Gerusalemme. L’una è Gesù; l’altra il Cristo, cosicchè l’umanità e la la sua storia divengano il corpo mistico, anzi, urbano che si fa storia laddove sinora si è visto un Colosseo, ad  esempio, e da lì si è tracciata una storia, che non è però identità, se questa è anima e se Roma diviene, a rovescio, amoR affinché Gesù abbracci la storia, è vero, ma in fondo l’umanità, sì quella dei tram, dei treni, dei caselli e semafori.

Diversa è Gerusalemme, essa emerge, infatti, da una ghematria e questo ne fa un di “più”, lo abbiamo scritto, ma sbagliamo perché non siamo teologi e non sappiamo coniugare il Verbo (Gerusalemme/Cristo) e neppure declinare il nome (Gesù/Roma) per cui lasciamo a loro l’arduo compito di capire se in Gerusalemme ci sia un “di più”, se cioè Cristo valga più di Gesù.

Noi possiamo solo provare la sensatezza della nostra intuizione (forse) appellandoci  alla diversa sorte che che scrisse la Passione: una lex romana che fustiga e crocifigge, laddove il sinedrio non poteva, ci dice che Roma ha la potestà di gladio sul corpo (Gesù); mentre il processo che inveisce sul Cristo chiedendo se: “Per Cristo, sei Tu o no!” (Mt 26,63) ci dice che Gerusalemme cerca il Messia non Gesù, perché essa stessa nata messianica e vissuta tale.

Eccole, allora, le città di Dio: Roma e Gerusalemme che coniugano esse stesse due nature: quella storica (Gesù) e quella divina (Cristo) per un progetto messianico che scriverà la storia tutta, come si legge in Apocalisse.

Tuttavia chi avrebbe dovuto avere cura di quel corpo, cioè di Gesù, ha in realtà assecondato un piano, che è sempre divino (la storia è un film, un colossal e nient’altro) che ha voluto non solo sopprimere nuovamente Gesù, ma ha anche scippato una città (Roma) della sua identità e della sua eredità che ne facevano “La città di Dio” perché Corpus Christi affidandogli un primato che va ben oltre Roma che diviene carne, sì, ma di Gesù.

Fu con Sisto V Peretti che tutto ciò accadde, lo sappiamo da tanto (si veda categoria Falso profeta) colui che di fronte a una croce, cioè di fronte a Gesù, prese l’ascia e la ridusse in mille pezzi al grido: “Come Cristo ti adoro; come legno ti spezzo” e così ha fatto di una croce, ma anche di una città che conservava sino ad allora la storicità dei Vangeli -e della Bibbia, divenuta Sistina- perché essa stessa Vangelo, Buona novella, ma anche Buona città, amoR appunto.

Ecco chi, dove, quando, come e perché del Gesù storico si sono perse le tracce: le si sono perse perché una città è stata scippata della sua identità di Città di Dio, essa stessa tessuto non solo urbano, ma mistico e sono certo che stavolta non si sono giocata la veste ma, come i Sommi sacerdoti al tempio, se la sono stracciata, per una nudità artistica che ne farà ancora un gioiello, è vero, ma non di Dio, costretto chissà dove perché sfrattato.

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