Perry Jesus

perryL’adultera, giudicato da molti come il passo più edificante nell’ottica del perdono cristiano, ha invece una dimensione forense che già il titolo del post annuncia, facendo sgranare gli occhi a pochi, il rosario a molti i quali esclameranno: “E’ posseduto!” come posseduta fu l’adultera.

Tuttavia, quella è la chiave per comprendere il passo, altrimenti si rimane in una melassa buonista che frutta poco, impiastriccia solo. Gesù ribalta l’accusa, un colpo da principe del foro -che in quel caso offrì il patrocinio gratuito- come pochi avrebbero saputo escogitare in una causa persa, assolutamente persa, se il ratto fu commesso in flagrante e ci si poteva solo appellare alla clemenza della corte e infatti tutti lo hanno inteso così, ma male. Fu tutt’altro, invece, per la gioia degli avvocati che impareranno, impareranno dal Vangelo come vincere a mani basse, quando tutti alzano lo scandalo.

Partiamo dal contesto: “Questa donna è stata colta in flagrante e la Legge impone di lapidarla, tu che fai?”. Gesù, non fa: scrive, scrive in terra e qui quante ne sono state dette! persino: “Toh, sapeva scrivere!”, ma non solo, sapeva anche leggere e far di conto alla perfezione, come vedremo.

Scrive, abbiamo detto, ma non è importante cosa è importante il gesto, un gesto che ribalta l’accusa, tanto che tutti se ne vanno, partendo dai più anziani che non potendo dare pessimo esempio, danno un buon consiglio, però. Ottimo.

Quella traccia in terra è la Legge, è il celeberrimo “sta scritto”, ma sta scritto nella vostra Legge che chi è senza peccato scagli la prima pietra, non nella mia. Giudicatevi, allora se siete perfetti e scagliate.

Il senso di ciò che accadde è questo, ma se fosse solo questo avrebbero riso e giù sassate pure a Lui, sicuro. No, la faccenda è seria, anzi, serissima, tanto che la pietra cade sui loro piedi, non avendo zappe a disposizione. Perchè?

La soluzione è ghematrica, è in quel γράφω che ha un valore di 1404 interpretabile solo alla luce del nostro Esodo che parte dal 1425 (teoria dell’Esodo antico, niente di che…) e dunque quel 1404 è il ventunesimo anno dall’uscita dall’Egitto e la faccenda prende la sua piega naturale o, se volete, è messa in piega, trattandosi di una donna, adultera, vero, ma pur sempre tale e non naturalmente predisposta per il tiro al bersaglio.

Abbiamo scritto che fu il ventunesimo anno, ma quel numero (21) si compone di 7-7- 7 da sempre simbolo di perfezione, guarda caso quella stessa richiesta ai lapidatori se “chi è senza peccato”, cioè chi è perfetto faccia il primo “sasso”.

Eccolo, il ribaltamento dell’accusa: “Sta scritto che…” intima loro Gesù “lo siete?” aggiunge. No, non lo siete e voi stessi infrangete la Legge che intendete applicare, cioè la vostra, una Legge scritta da Mosè e dunque d’Alta cattedra e non poteva essere disattesa.

Gesù, insomma, non chiede che il caso sia giudicato alla Sua legge, ma proprio dalla loro, compresi comma e cavilli per vedere come se la sarebbero cavata tra loro quando avrebbero compreso che l’adultera era in realtà uno specchio che rifletteva la loro immagine, andata in frantumi non con il lancio, ma con la caduta di quel sasso da una mano inerte.

Essi erano, in realtà, fuori dalla Legge mosaica istituita certamente nel 1404 (una ricerca minuziosa ne viene a capo), quando si eresse il serpente nel deserto che ci parla del peccato, come espiarlo e da chi sia espiabile con l’esempio (chi di voi è senza peccato?) cioè guardando ad esso, ma forse erano andati ben oltre o c’era un cavillo che esigeva una perfezione a portata di mano, come un sasso, tanto che Gesù tornò a rimettere le cose a posto.

Arbitrario? Tutt’altro, perfettamente allineato con il blog che da molto ha offerto le “sue” metriche che sono:

SEDER OLAM RABBATH CRONOLOGIA CHIUSA CRONOLOGIA APERTA
1425 a.C. Esodo -480 anni 1423 a.C. Erezione della Dimora (Es. 40,17) -486 anni 1425 a.C. esodo -480 anni indicati da 1Re 6,1 tra l’esodo e il primo tempio
945 a.C. Quarto anno di regno di Salomone. Si gettano le fondamenta del tempio salomonico -480 anni 937 a.C. Dedicazione del tempio -486 anni 945 a.C. Si gettano le fondamenta del tempio salomonico -480 anni indicati dal Seder Olam Rabbath
465 a.C. VII° anno di regno di Artaserse Rientra Esdra. Iniziano i lavori al tempio -480 anni 451 a.C. Rientro di Neemia. XX° anno di regno di Artaserse. Pronunciata la parola sul rientro (Dn 9,25) -486 anni 465 a.C. VII° anno di regno di Artaserse. Rientra Esdra. Iniziano i lavori per il II° tempio -46 anni indicati da Gv 2,20 per i lavori
418/9 a.C. Dedicazione e anno giubilare -9 cicli giubilari (450 anni)
15 d.C. Gesù ἀρχόμενος (Lc 3,23) 35 d.C. Crocefissione. E’ dedicato il nuovo tempio in Cristo

cioè 480; 486 e 490 (la tabella l’aggiornerò appena possibile) ed una di esse fa davvero al caso nostro: il 480 che moltiplicato per 3 dà 1440 e dopo diviene facile sapere se quel 1404 anno in cui si eresse il serpente nel deserto (di bronzo se ben ricordo o di rame) collega all’anno della croce, cioè al 35 o 36 d.C, che vanno bene entrambi, lo sappiamo dalla profezia delle 70 settimane che può partire o dal 448, e abbiamo il 35 d.C.; o dal 447 e abbiamo il 36 d.C. (insomma tutto ciò dipende dalla datazione del terzo anno di Ioaichim come primo di Nabucodonosor (Dn 1,1) o dal quarto (Ger 25,1); inoltre sei mesi fanno la loro comparsa anche nel totale degli anni del regno di Giuda che è 484 e 6 mesi e tutto si trascina sino a Giovanni Battista e Gesù, nati anch’essi a 6 mesi di distanza. Lunga parentesi, ma necessaria).

Dunque abbiamo che dal deserto si giunge al Golgota e ciò unisce il serpente eretto da Mosè alla croce di Cristo dicendoci che siamo nel giusto, non solo perché 21 si compone di 7 7 7 ed esige perfezione; ma anche che la metrica biblica rintracciata dal blog ha fatto di nuovo centro, ecco perché su quella piazza nessuno vinse l’orsacchiotto: pessima mira e un’accusa da strapazzo. Insomma “dei passerotti” a Perry Jesus (1Gv 2,1, non a caso 21 ossia 7 7 7, piccola nota, ma conferma tutto).

La penna nel cuore

calamaioRiflettevo, Maestà Carlo, sul suo regalo e mi sono reso conto di aver dimenticato di scrivere quello che noi chiamiamo “bigliettino degli auguri” che sempre accompagna il pensiero offerto.

Ecco allora che un’idea mi è salita alla mente e si concentra su una delle possibili piste per provare lo schema che ho proposto alla sua attenzione e a quella dei suoi studiosi di Giovanni, cioè questo;

Prologo:  Gv 1,1–2,25

Fase interlocutoria: Gv 2,25–11,54

Fase conflittuale: Gv 11,54 fino alla Passione

Fase finale: morte e resurrezione

Credo che molte potrebbero essere le vie di approccio e di studio, ma una, forse, potrebbe essere sfuggita a coloro che ne sanno molto più di me e conoscono quel Vangelo a memoria, persino nella versione greca, che è fondamentale e andrebbe, secondo me, letta ad alta voce per i motivi che spiegherò e affinché si possa cogliere non il timbro della voce, ma della penna.

Infatti, io penso che se Luca scrive con la mente, Giovanni scrive con il cuore, talvolta gonfio e diviene, Apocalisse ad esempio, un’opera dalle “concordanze impossibili” (Doglio) che nessuno si sa spiegare, perché il suo greco è, in altri periodi, addirittura elegante.

Ma scrive con il cuore, Giovanni, la sua Apocalisse, un cuore che non è a Gerusalemme, ma a Patmos (meglio Roma?), cioè in galera, non in qualche comunità e questo rende talvolta il suo periodare incerto, forse sciatto, ma certamente tipico di chi ha passato una giornata terribile e non ha voglia di occuparsi dei “casi” perché, magari, per caso è arrivato alla fine di quella stessa giornata.

Scrive con il cuore, sì, e allora il suo Vangelo deve essere letto a quella luce seguendo lo schema e immaginando una quiete iniziale nel suo Vangelo “fiume” che dopo un po’ fa le sue acque correnti, poi turbinose, poi furiose eppoi il grande salto: la cascata in grande lago (Tiberiade, non a caso) per una scena finale miracolosa e idilliaca, di quiete e pace.

Un po’ come la sua Apocalisse, che parte da delle lettere (bigliettini, anche se non di auguri) ma, a seguire, ne scrive di tutti colori, sino alla grande scena finale, anch’essa di quiete e pace, per una identità di “caratteri” che ne fanno opere non di una stessa mano, ma di un identico cuore ispirato: quello di Giovanni.

E’ anche nel periodare, quindi, la chiave per comprendere se quello schema è attendibile, un periodare che certamente risente di quelle pagine “fiume” e parte placido per poi farsi progressivamente tormentato e tormentoso nei termini, nei concetti e persino nella punteggiatura, perché Giovanni non andrà calcando la penna, ma il cuore, quello stesso che non a caso udì chinandosi sul petto di Gesù, scena che ci parla di un cuore, sebbene a forma di calamaio.

Mille e non più, mille

Ho riletto più volte l’ultimo post e mi sono accorto che davvero Luca ci ha presi per mano guidandoci, se uno ha buona memoria e ricorda che il titolo di uno degli ultimi tre post era “I mille pezzi di un evangelista chirurgo“.

Mille pezzi abbiamo scritto, come mille sono i pezzi della croce che noi abbiamo “immaginato” fatti da Sisto V: mille per mille, insomma, quando quella croce era il “legno” del “come Cristo ti adoro” ma come legno ti spezzo, ti spezzo, cioè, come Gesù, spezzo la tua storicità, quella stessa che Luca aveva ricercata e resocontata per presentarla a Erode.

E’ quasi una nemesi quella mano lucana che ci stringe e guida e noi ringraziamo, da pazzi che siamo, dicendo: “Grazie Zio”, non come avviene qui, dove se insegni a muovere i pezzi degli scacchi, ti salutano sull’usciolo con  un sonoro “Vaffanculo!” che non sa neanche parlare ma quello lo dice bene; come dice bene: “Stronzo!” dopo una partitella a un biliardo improvvisato e chili di gelato e litri di coca, mentre delle merende ho perso pure il numero.

Ad Assisi dicono che gli curino i denti, sì, ma per mordere.

Le città di Dio

agostino d'ipponaI due post (qui e qui) ultimi dedicato a Luca -ma in fondo diciamocela tutta: all’Illustre Teofila, che già Suo figlio ha avuto il suo di regalo, sebbene che per Lei, sulle prime, avessi pensato all’adultera di cui nessuno sa cosa sia scritto in terra e questo lo rendeva un bell’omaggio, secondo me, che non credo al 25 dicembre, sia chiaro-  i due post, dicevamo ci hanno introdotto in un mondo in cui l’evangelista ci ha presi per mano, quasi a volerci far conoscere una realtà che è sfuggita nel tempo e anche nello spazio se Gerusalemme salda la sua storia con quella di Roma.

Ieri abbiamo scritto che Gerusalemme è “più” di Roma perché città di Davide, ma sbagliavamo, seppur di poco, perché non abbiamo tenuto conto che non è tra loro due un comparativo di maggioranza, ma un diverso ruolo, se Gesù coniuga due nature: quella divina, che ne fa il Cristo e quella umana, che Lo fa Gesù.

Questo ci permette, a nostro rischio, di avvicinarci ad Agostino che ha scritto la Città di Dio, ma in realtà, ahinoi, pensiamo che dovremmo scrivere “Le città di Dio”: Roma e Gerusalemme. L’una è Gesù; l’altra il Cristo, cosicchè l’umanità e la la sua storia divengano il corpo mistico, anzi, urbano che si fa storia laddove sinora si è visto un Colosseo, ad  esempio, e da lì si è tracciata una storia, che non è però identità, se questa è anima e se Roma diviene, a rovescio, amoR affinché Gesù abbracci la storia, è vero, ma in fondo l’umanità, sì quella dei tram, dei treni, dei caselli e semafori.

Diversa è Gerusalemme, essa emerge, infatti, da una ghematria e questo ne fa un di “più”, lo abbiamo scritto, ma sbagliamo perché non siamo teologi e non sappiamo coniugare il Verbo (Gerusalemme/Cristo) e neppure declinare il nome (Gesù/Roma) per cui lasciamo a loro l’arduo compito di capire se in Gerusalemme ci sia un “di più”, se cioè Cristo valga più di Gesù.

Noi possiamo solo provare la sensatezza della nostra intuizione (forse) appellandoci  alla diversa sorte che che scrisse la Passione: una lex romana che fustiga e crocifigge, laddove il sinedrio non poteva, ci dice che Roma ha la potestà di gladio sul corpo (Gesù); mentre il processo che inveisce sul Cristo chiedendo se: “Per Cristo, sei Tu o no!” (Mt 26,63) ci dice che Gerusalemme cerca il Messia non Gesù, perché essa stessa nata messianica e vissuta tale.

Eccole, allora, le città di Dio: Roma e Gerusalemme che coniugano esse stesse due nature: quella storica (Gesù) e quella divina (Cristo) per un progetto messianico che scriverà la storia tutta, come si legge in Apocalisse.

Tuttavia chi avrebbe dovuto avere cura di quel corpo, cioè di Gesù, ha in realtà assecondato un piano, che è sempre divino (la storia è un film, un colossal e nient’altro) che ha voluto non solo sopprimere nuovamente Gesù, ma ha anche scippato una città (Roma) della sua identità e della sua eredità che ne facevano “La città di Dio” perché Corpus Christi affidandogli un primato che va ben oltre Roma che diviene carne, sì, ma di Gesù.

Fu con Sisto V Peretti che tutto ciò accadde, lo sappiamo da tanto (si veda categoria Falso profeta) colui che di fronte a una croce, cioè di fronte a Gesù, prese l’ascia e la ridusse in mille pezzi al grido: “Come Cristo ti adoro; come legno ti spezzo” e così ha fatto di una croce, ma anche di una città che conservava sino ad allora la storicità dei Vangeli -e della Bibbia, divenuta Sistina- perché essa stessa Vangelo, Buona novella, ma anche Buona città, amoR appunto.

Ecco chi, dove, quando, come e perché del Gesù storico si sono perse le tracce: le si sono perse perché una città è stata scippata della sua identità di Città di Dio, essa stessa tessuto non solo urbano, ma mistico e sono certo che stavolta non si sono giocata la veste ma, come i Sommi sacerdoti al tempio, se la sono stracciata, per una nudità artistica che ne farà ancora un gioiello, è vero, ma non di Dio, costretto chissà dove perché sfrattato.

I mille pezzi di un evangelista chirurgo

lucaCon questo post completo una prima biografia di Luca, una biografia che ignora la carta d’identità, ma non i segni particolari, dell’uomo e del medico, lo abbiamo visto. Per cui non rimane che affrontare la sua fine, non prima di aver detto che il suo ruolo storico non si esaurisce a Roma, ma va ben oltre, giunge sino a Gerusalemme, che non è Roma, non è l’impero a cui tra l’altro era soggetta, ma è e rimarrà la città di Davide, consegnandogli un primato universale che forse supera quello romano, perché Gerusalemme è la Bibbia, cioè la storia che da particolare diviene universale, una metafora urbana, religiosa e storica, quindi.

Luca ha diviso Roma, dicevamo, e con essa ha diviso l’impero, il mondo e la sua storia, ma prima ancora, Luca, ha diviso Gerusalemme in quattro parti in fondo, se in essa albergava un potere politico (Erode) e religioso (sinedrio); come vi albergava, cioè regnava, la Legge che poi, però, dovette fare i conti con il Vangelo, che sintetizza quella stessa Legge che era Torah, per cui essa stessa si divide e la Bibbia diviene Antico e Nuovo Testamento.

Se a questo si aggiunge ciò che già sappiamo, cioè che con Luca ci fu un prima e un dopo Cristo; ci fu la luce e la tenebra e ci fu la menzogna, ma anche la verità, Luca diviene un evangelista autoptico, perché divide, taglia e seziona e per questo è medico, chirurgo, magari.

Ma cosa accadde a Gerusalemme a causa di Luca, cosa accadde che ci faccia comprendere una fine che noi abbiamo desunta per due motivi strettamente personali che possiamo riferire, però, solo in un caso, è vero, ma che risulteranno condivisibili?

Partiamo da Erode di cui non sappiamo se si converta, ma sappiamo che era un politico, era un re e come tale rappresentava quella legge che non era patrocinio del sinedrio, ma pur sempre legge.

Paradossalmente, è Erode che accoglie Gesù e non il sinedrio; è Erode che chiede il Vangelo lucano, cioè l’accurata ricerca e il resoconto ordinato, dunque è, in una parola, la politica che recepisce il messaggio e non il sinedrio, tranne forse alcune eccezioni, come Nicodemo, che va di notte e brancola.

La politica, quindi, apre le porte del “palazzo” e così Gerusalemme si spacca. Il monolite dell’ebraismo non è più lo stesso, perché si scatena quella che noi definiremmo una guerra istituzionale che “arma” i cristiani gerosolomitani ora protetti anch’essi dalla legge che non è mosaica, è vero, ma costituisce pur sempre una legittimazione.

Vero è che sappiamo della persecuzione scatenata contro di essi, Paolo ne è il campione, ma resta il fatto che l’istituzione politica ha riconosciuto in Erode la loro legittimazione e il sinedrio, seppur ben lungi dall’avere le mani legate, ha però una grossa rogna in più perché Gerusalemme non è più solo contro, ma è anche con.

Ecco la prima grande divisione, quasi una prima tranche del corpus sociale e religioso gerosolomitano operata da Luca il quale, però, è stato capace di un altra sezione: quella religiosa perché la sua conversione ci dice che egli passò dalla Legge al Vangelo, dal Decalogo alla misericordia (Mt 12,7).

Per noi sembra facile tanto la nostra epoca è sincretica, ma nella Gerusalemme di allora rigettare la Legge esponeva alla morte perché la Legge, era Israele, e nient’altro. Tutto questo risulta chiaro da quella maledetta appendice alla Scrittura che si generò: il Nuovo Testamento per cui adesso la Bibbia, la Torah conosce un prima e un dopo; un Vecchio e un Nuovo.

Ieri sera, a letto, giocavo con questo concetto, certo che fosse giusto e così ho scritto, mentalmente AT e NT  in greco (identico) per un valore, rispettivamente di 301 e 350 e qui ho compreso che il dado gettato per gioco aveva vinto, se siamo capaci d’intendere -e di credere- il senso che quelle cifre esprimono:

la prima 30 1

la seconda 35 0

Eccola la Passione, ecco il prezzo che il “Vecchio” ha pagato affinché rimanesse in vita: sono i 30 denari di Giuda, ma più ancora, forse, l’orecchio tagliato da Pietro a Malco anche se non sappiamo perché, ma resta il fatto che quell’orecchio ci dice che fu imposta con la forza una versione dei fatti a prezzo di Giuda, di sconto cioè.

Ma quel 35 0 è li a dirci che se si fosse giocato davvero non ci sarebbe stata nessuna vittoria tavolino, perché non ce n’era per nessuno, cioè per zero. L’incontro fu comprato ecco perché ancora si discute; ecco perché ancora si confonde il 33 d.C. con il 35 d.C.:  Giuda ha chiesto meno, due denari dati ai poveri magari, e si può ancora gridare vittoria, sempre a tavolino, però, altrimenti 35 zero: non ce n’è per nessuno: vengono mangiati vivi.

Ma c’è anche un Luca medico in un contesto ellenizzato che certamente conosce il giuramento di Ippocrate, ma anche se non lo fosse, noi lo crederemmo lo stesso vero, perché qui Luca l’ha combinata grossa: ha tradito la scienza e il suo giuramento fatto di fronte al serpente, se esso è simbolo della medicina (Verga di Asclepio) e questa proprio non gliel’ha perdonata l’ὄφις perché di fronte al miracolo che Luca ha scelto e ha non a caso ha operato, nulla può se la Sapienza procede da Dio, mentre la scienza è ricerca, umana però.

Come vedete, Luca ha aggiunto un’altra sezione al suo taglio ed erano già molte quelle passate col bisturi chirurgico, ma niente sono di fronte al numero di sezioni che si fecero di lui in preda a un’ira che consumò la sua vendetta facendolo a pezzi, cosa per altro non insolita se di Geremia si dice che fu segato solo a metà.

Sorrido, allora, di fronte allo scempio, non perché amante dell’horror, ma solo perché forse addirittura 7 anni fa scrissi un bel racconto, a mio parere, racconto che mi venne giù di getto sebbene lungo e con molte variazioni di tema e scena.

Quel racconto è Bovino adulto. Fettine sceltissime ed avevo ragione, tanto che posso riferire l’espressione che io conosco solo toscana: mi tirava il sangue, cosa potente, mai da sottovalutare, perché, come concludo nel racconto, “certe storie non si cancellano con un colpo. Mai con un colpo solo”. Ti fanno a pezzi.

Luca? Troppo forte!

luca

Completeremo con questo post quello precedente dedicato alla cronologia del Vangelo di Giovanni che non procede per Pasque, o meglio, non solo procede grazie ad esse, ma dipana il Verbo seguendo anche una cronologia interna sinora sconosciuta riassunta da questo schema.

Per affrontare l’argomento, mi sono recato in camera di mio padre che sarebbe stato lusingato da una notizia del genere, sfuggita a lui e a tutti i parenti che hanno sangue Mucci, un’eredità che rende oltremodo responsabili attingendo i propri antenati a Luca, San Luca evangelista, tribù di Giuda, come abbiamo sommariamente introdotto in psychiatricred.

E’ un argomento complesso, dalle mille sfaccettature che necessariamente, quindi, necessita d’introdurlo nuovamente cercando il profilo di Luca, cioè chi fosse e cosa abbia fatto, prima di addentrarci nel suo ruolo di evangelista, a nostro parere assolutamente non compreso, perché fu lui il più grande evangelizzatore, in assoluto, perché se Paolo è l’evangelista delle genti, Luca lo fu del mondo, dell’impero romano e dunque della storia che spaccò a cornate, quasi fosse un Sansone neo-testamentario, tanto era “forte”, sì, forte, come diremmo oggi, quanto un top player.

La sua figura umana nasce prima di quella evangelica, perché sicuramente convertito, ma come e perché? Innanzi tutto dobbiamo ricordare che era medico e apparteneva all’ordine e questo vedremo che è molto importante.

Poi, sempre a fronte del titolo, noi gli attribuiamo l’episodio dell’emorroissa, per alcuni in modo arbitrario, per altri forse fatto accettabile, se si crede la Scrittura ispirata e dunque organizzata nella lettera (testo) e numero (capitoli e versetti) tutte cose che guidano l’esegesi del suo Vangelo.

L’episodio dell’emorroissa è al capitolo 8 e sempre in 8,43 si legge che ella soffriva di perdite da 12 anni. Questo blog ha dato un preciso taglio cronologico a Luca, scrivendo chiaramente che egli si occupa, sin dal capitolo 9, dell’ultimo anno di predicazione, in virtù di uno sguardo storico e scientifico dettato dalla sua forma mentis che sa cogliere i tratti salienti, se non altro perché rivolto, il suo Vangelo, all’illustre Teofilo e dunque senza una finalità meramente divulgativa.

Ma se l’ultimo anno è quello di cui si occupa Luca, è presto fatto il conto per chi volesse conoscere la datazione dell’episodio dell’emorroissa: 35-12=23 d.C. e questo lo colloca nel periodo in cui Gesù era “solo” un personaggio noto, forse un maestro famoso.

Αρχόμενος lo fu dal 15 d.C. e quindi tutto scivola in avanti di 8 anni, fino al 23 d.C., rispetto alla nascita della Sua stella pubblica, creando le basi per un’armonia tra il capitolo dell’emorroissa (8) e gli anni dalla sua ascesa, sempre 8 dicendoci indirettamente che quell’episodio è suo, suo perché la Scrittura “criptografata” glielo attribuisce inequivocabilmente (la stessa scala cronologica della sua genealogia si muove con 23 anni come 23 d.C. fu l’anno dell’episodio trattato) e casomai sono gli altri evangelisti che attingono a lui, lui Dottore, lui intellettuale, lui abile nella penna e nel conto.

Se l’emorroissa è sua, diventa chiara anche la vicenda personale di medico, magari di fama, che si converte, perché aveva avuto l’emorroissa come paziente, tanto che il suo Vangelo ne imposta il profilo del fatto con i conti della sua lunga malattia (12 anni) e la numerazione del capitolo (8) conferendo il primato a Luca, come abbiamo scritto.

Ovvio, allora, che Luca sia in possesso della cartella clinica e sappia che la scienza medica si è arresa nel suo caso e niente ha potuto, lasciando tutto nelle mani di Dio, anzi nella Sua veste che, se toccata, sprigiona potenza e guarisce, guarisce laddove i medici hanno fallito.

Luca, da uomo di scienza, comprende che è di fronte al miracolo: è la scienza che glielo dice e deve credere a lei e a se stesso: è innegabile come il caso era incurabile e sorge in lui il travaglio tra l’essere scienziato od avere di più, avere il miracolo, cioè ciò che va oltre la scienza superandola.

Egli sceglie il miracolo, sceglie Gesù e si converte ma, badate bene, non era uno scherzo: si veniva gettati fuori dalla sinagoga (Gv 9,22), scomunicati ipso facto, cioè, e si finiva sul lastrico.

Ma Luca ha trovato la perla e vende il suo campo (Mt 13,44 ), cioè fa carta straccia dei diplomi, ma non della sua cultura che ancora lo fa Dottore, un laureato diremmo oggi e magari a pieni voti.

Adesso inizia la parabola evangelica del Dottor Luca che scrive all’Illustre Teofilo, non a caso, e noi ci chiediamo chi fosse, domanda ancora aperta e considerata inutile, ma sbagliando, perché in quel personaggio c’è Luca e tutto il ruolo che ha avuto nella Scrittura e nella storia, perché lui convertì l’impero, convertì il mondo, spaccò la storia a cornate.

Per comprendere chi fosse “l’illustre” dobbiamo indagare il suo Vangelo e capire che lui solo riferisce il colloquio tra Gesù ed Erode, lui solo. Poi Erode spedisce Gesù a Pilato e questi divennero, da quel giorno, amici (si noti che il colloquio con Erode avviene al capitolo 23, come l’anno 23 d.C. è quello dell’emorroissa, per un’armonia già descritta sopra). Perché?

Gesù conosce Pilato anche nel Vangelo di Giovanni e lì l’alta teologia giovannea esprime uno dei suoi vertici quando riferisce che Pilato s’interroga sulla verità. “Che cos’è la verità?” anche se non è corretta, a nostro avviso, la traduzione, che ne richiederebbe una a senso e dovrebbe apparire “Già, cos’è la verità?”.

Questo perché l’impero era tutto lo scibile, l’umanità aveva raggiunto il mare e non poteva andare oltre: ciò che c’era da sapere era saputo, ma sfuggiva la verità. E’ nella completezza delle opinioni che l’impero aveva espressa che si comprende quell’interrogativo così sfuggente perché non opinione, ma verità.

Ecco allora una dinamica storica, piucché una predicazione. La cultura si veicola, il sapere si trasmette e questo cambia il mondo, cambia la storia. Erode ha conosciuto Gesù e gli è rimasto impresso, forse a causa del suo silenzio nonostante le domande a raffica di Erode.

Forse il monologo si concluse con un sorriso beffardo, quello che conferì a Gesù una splendida veste regale: “Toh, vuoi essere re? Eccoti la veste, pazzo che non sei altro!” ma non lo dimenticò e chiese, chiese a un suo pari, a un acculturato che la gente ne dice tante…

Chiese a Luca quel “resoconto ordinato” frutto di “accurate ricerche” e Luca lo fece e glielo presentò, ed ecco che la Storia prende forma, si veicola, si divulga perché quel Vangelo, resoconto accurato e frutto di ricerche, giunge anche nelle mani di Pilato, l’amico, un Pilato che aveva incontrato ciò che Roma mai aveva visto: la Verità.

Adesso c’era una risposta all’interrogativo e Roma poteva sapere, più di quanto essa stessa ritenesse possibile. E lo seppe, lo seppe grazie al ritorno in patria di Pilato stesso che, come governatore della Giudea, una delle regioni più turbolente dell’impero, era certamente uno dei migliori e come tale era l’upper class romana a cui fu data la notizia: la Verità esiste.

Questo spiega il paradosso romano: l’evangelizzazione non fu un fatto di popolo, ma dalle classi alte si propagò in basso, perché semplicemente il  Vangelo giunse “lassù” nell’Olimpo sociale e culturale, sconvolto alla notizia che fece clamore e certamente si allestirono tavole rotonde, come  avremmo fatto noi.

La storia, insomma, era già cambiata, avendo il Vangelo cambiato Roma. Il mondo non fu più come prima, adesso c’era un avanti Cristo e un dopo Cristo; c’erano le tenebre e c’era la luce; c’era la menzogna, ma c’era anche la Verità.

Luca ha fatto tutto questo, Luca il Toro, la cui forza intellettuale mutua il simbolismo sansoniano, perché se l’Antico Testamento è la Legge e la sua forza cogente, il Nuovo diviene Buona novella. Se Sansone è la forza fisica, quella stessa forza diviene in Luca intellettuale, ma non perde vigore, non perde potenza, anzi, la moltiplica fino a spaccare il mondo e la sua storia.

Non è Luca che si evolve divenendo cristiano, ma è l’uomo che dalla brutalità passa alla civiltà e questo Roma lo percepisce, perché essa stessa civile in un mondo barbaro. E’ la sensibilità della sua cultura che permette l’innesto per una “coltura” nuova: cristiana.

Questo è Luca, Luca non a caso il Toro, perché ci voleva la stessa forza per un’impresa del genere, mai riuscita a nessuno: convertire un impero con una “ricerca accurata e un resoconto ordinato”: un tesina, insomma.

A margine vorrei proporre, senza consultare internet, una ghematria che proverebbe tutto, proverebbe, cioè, l’opera di Luca e il ruolo di Erode se Erode fosse scritto Αρωδε per un valore ghematrico di 910 cioè il 910/909 a.C. anno in cui il regno davidico si divide secondo la nostra cronologia.

Noi lo abbiamo scritto: fu Erode a passare il Vangelo a Pilato e dunque a dividere Roma, a dividere, cioè, il mondo e la sua storia. Se quell’Αρωδε fosse attestato avremmo la prova che tutto quanto abbiamo scritto è vero e Luca sarebbe da-vero “troppo forte”, un top player, nel suo “campo”.

Ι’μ 50, the age of a Gospel (15 a.C.-35 d.C.)

giovanni

Ci sono dei momenti in cui senti che devi scrivere e lasciare che le cose vadano oltre, magari al di là di un confine e di un Vangelo, quello di Giovanni, sinora descritto e letto cronologicamente seguendo la Pasqua, quando esso si rivela per ben altra cronologia e varca pure esso, quindi, il confine geografico, è vero, ma pure linguistico se il greco si fa inglese e la ghematria assume valori impropri, addirittura bizzarri.

Tuttavia il contesto è di alto profilo e li giustifica quegli schizzi cardiaci ghematrici che sono alla base di tutto il post. E’ così che noi partiremo da un  episodio citato al capitolo 2 di Giovanni, cioè il dialogo tra Gesù e i farisei, dialogo che noi abbiamo già posto in una luce diversa che fa riferimento alla fine dell’era sommo-sacerdotale per l’instaurarsi del sacerdozio eterno alla maniera di Melchisedec, di Gesù.

Nella Bibbia il passaggio da un epoca a un’altra è sempre conflittuale, come fu conflittuale l’Esodo nella figura di Mosè e il faraone; come lo fu Saul con Davide e come lo fu il passaggio dal sommo sacerdozio a quello unico ed eterno.

Sempre, però, tutto è avvenuto per gradi, mai si è consumato un O.k Corral che ha liquidato la faccenda in un duello e sempre ci sono state fasi, forse anche perché il deserto prima,  Gerusalemme poi hanno costretto alla progressione storica e non al taglio gordiano.

Siamo, quindi, di nuovo giunti, all’ombra del tempio chiedendoci cos’altro accadde in quel dialogo, cioè cosa Gesù e i farisei si dissero in realtà e per comprenderlo bisogna attingere a quanto il blog ha evidenziato sul Vangelo di Luca, a cui tutti attribuiscono i trent’anni per l’inizio del ministero, quando, però, è assolutamente sbagliato considerare quell’ ἀρχόμενος come ministeriale, perché in realtà segna il sorgere del personaggio pubblico di Gesù, Gesù divenne, insomma, personaggio importante, un VIP diremmo oggi, ma senza caratteristiche messianiche se non potenziali.

Quell’anno, non fu il 30 d.C., ma il 15 d.C. quando, nell’ottica del Cristo cinquantenne di Giovanni, egli aveva esattamente i “trent’anni” lucani, se nato nel 15 a.C., e divenne ἀρχόμενος. Questo segna una fase di ascesa appena iniziata, un percorso pubblico che fu carriera in vista di una maturità “passionale” che si rivela, non si consuma, all’ombra del tempio, cioè in Giovanni 2,18-22 quando la Sua morte annuncia l’opera redentiva, il riscatto universale.

Siamo quindi all’interno di un range cronologico ben circoscritto che si muove tra i trent’anni lucani e i 46 di Giovanni, fermando il tempo a 16 anni di “gran carriera”, quella che rese le Sue spalle così forti da affrontare, solo, un intera classe sacerdotale. E qui segniamo il primo punto, chiedendoci come sia andata, cioè com’è che i farisei compresero che quello mostrato loro al tempio era il guanto di sfida gettato da Gesù.

“Distruggete questo tempio e io lo ricostruirò in tre giorni” si legge sempre al capitolo 2 e significa “Uccidetemi e io risorgerò” ed ecco il guanto di sfida, ecco che Gesù diviene leader, ecco che Gesù minaccia la Sua messianicità senza tuttavia rivelarla apertamente: Lui sa, ma aspetta Giovanni, di lì a poco, con il suo battesimo, cosa che Gli conferisce un movimento già organizzato di cui Lui prenderà le redini intimorendo i farisei, che non temevano Giovanni, ma il popolo che in Giovanni credeva (Mt 21,23-27).

Tuttavia essi già compresero, non tanto perché “Io risorgerò”, quanto perché compresero che era Lui, Lui il messia atteso, ma come o da cosa lo compresero in particolare? Certamente dall’aver rivelato il piano già complottato ai Suoi danni e che prevedeva la soppressione.

Nessun comprese, infatti, le parole di Gesù, ma solo i farisei perché nella stanza più segreta del tempio si era tramato contro di Lui all’insaputa del popolo, ma Gesù lesse nei loro cuori (Gv 2,25) e questo rivelò loro che era davvero il Messia. Nessun altro era al corrente del piano segreto: troppo rischioso se la folla lo avesse conosciuto, ma è proprio per questo che il sangue si gelò nelle loro vene e dissero:” E’! ” cioè “is” che, infatti, scritto in greco, si legge ις ed ha un valore ghematrico di 16, come 16 sono gli anni esatti che passano dall’ἀρχόμενος (15/16 d.C.) al tempio, cioè al 31/32 d.C.

Compreso questo, si comprenderà che dopo tutto ciò si apre una fase interlocutoria, di studio del competitor per capirne le reali intenzioni, cioè se davvero sarebbe stato necessario ucciderlo, cosa magari non voluta, ma forse inevitabile, come lo fu.

Giovanni è chiaro qui. Fu con Lazzaro e la sua resurrezione che divenne evidente alla classe sacerdotale che non c’era più nulla da fare:  doveva morire: “O lui o noi!” dissero e decisero Lui, ma uccisero se stessi, ma questo è un altro discorso.

Nel capitolo dedicato alla resurrezione di Lazzaro si legge, infatti, che fu allora che si decise la morte di Gesù (Gv 11,53), non prima, prima si capì solo che “Is!”, poi si comprese che “He is! è proprio Lui, maledizione!” e deve morire di una morte che ha il suo simbolo certamente nella croce, ma non da meno sono i 30 denari di Giuda che infatti fanno luce su questa bizzarra cornice ghematrica, se scriviamo in greco “He is” utilizzando il simbolo grafico della Η (eta)  greca per la H latina, scrivendo cioè Ηε ιζ, immaginando, quindi, un adattamento fonetico alle esigenze della lingua inglese, e calcolando il rispettivo valore ghematrico che è, non a caso, 30 come i denari. “He is!”, insomma, e come tale morirà.

Abbiamo, quindi, disegnata la seconda fase e per noi sarebbe già sufficiente per tirare le fila del discorso, ma vogliamo aggiungere e spiegare perché secondo noi l’inglese si fa ghematria greca.

Sappiamo che lo spirito di Gloria appartiene a Sardi, l’Inghilterra; come sappiamo che Gesù con Lazzaro assurge alla Gloria di Gerusalemme, perché tutti accorrono a vedere il miracolo: la morte sconfitta dal Messia, che si rivela “più di Davide” che aveva ucciso Saul, ma suo erede diretto.

Quella morte caratterizza Sardi ritenuta “viva, ma in realtà morta” (Ap 3,1), come anche la Gloria caratterizza Sardi, quella stessa Gloria conferita a Gesù con la resurrezione di Lazzaro e tutto ciò fa parte di un’unica opera, cioè quella di Giovanni, se gli attribuiamo il Vangelo e Apocalisse, che si muovono all’interno di un unico ambito psicologico, teologico e culturale e per questo tutto si fonde armonicamente permettendo a noi di spaziare, persino laddove altri vedono baratri insuperabili.

Ricapitolando abbiamo che:

All’ombra del tempio i sacerdoti comprendono che “Is'”.

Con Lazzaro che “He is”.

Mentre il contesto inglese si giustifica nell’ambito di Apocalisse, laddove la morte fa il suo ingresso solo nella Lettera a Sardi, all’Inghilterra, da sempre di lingua inglese, ovvio, e detentrice di quella stessa Gloria che conquista Gesù con Lazzaro.

Questo non è un discorso arbitrario, tutt’altro, perché ricompone la cronologia di un Vangelo, quello di Giovanni, sconosciuta, ricollocando gli stessi elementi, ma in maniera diversa secondo una cronologia che va oltre la Pasqua che si rivela, addirittura, una prima lettura, forse superficiale.

Infatti, se sono stato chiaro, la cronologia del Vangelo di Giovanni potrebbe essere questa, se profonda:

Prologo:  Gv 1,1–2,25

Fase interlocutoria: Gv 2,25–11,54

Fase conflittuale: Gv 11,54 fino alla Passione

Fase finale: morte e resurrezione

Sono certo che una rilettura integrale del Vangelo di Giovanni da parte degli esperti alla luce di questa cronologia interna farà non solo emergere quanto sinora nascosto di un Vangelo problematico (quello di Luca non è da meno), ma mi darà ragione esclamando: “Yes, It is”.