La Chiesa del foco

danteCi siamo già occupati di Antipas, personaggio alquanto enigmatico che alcuni vogliono storico, cioè realmente esistito, dandone, però, più versioni.

Altri lo giudicano un espediente letterario tipico di Giovanni, che non a caso ha scritta un’opera che l’esegesi cattolica nei suoi vertici giudica “kafkiana” per cui, forse, Antipa non è altro che uno dei tanti “non so” dell’esegesi.

Altri ancora, come noi, ci hanno vista una metafora nella sua ghematria greca che è di 448 (Ἀντιπᾶς) e coincidente con l’esatta fine dell’esilio, se si ha chiaro il quadro cronologico biblico, che in questo caso prende le mosse dal 518(517) a.C., quando inizia l’esilio secondo Daniele che considera i 70 anni di Geremia.

Noi, quindi, ci abbiamo vista una metafora della verità messa a morte, forse uccisa (dipende dalle traduzioni) perché Antipa è il “fedele testimone” e dunque la verità, che sa essere anche storica, seppur uscita da un contesto biblico in generale, apocalittico nel particolare.

Infatti quel 448 a.C. segna la fine della vicenda storica più importante dalla dedicazione del primo tempio (938/937 a.C.), perché non solo in essa si conclude la cronologia dei Re e la storia che racchiude, ma apre al giudaismo del secondo tempio, se la costruzione di quest’ultimo fu resa necessaria da ciò che storicamente partorì l’esilio: la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio, quello salomonico.

Alterando, quindi, quella storia attraverso una cronologia inventata, l’asse cronologico biblico, di cui i Re sono il perno, tutta la cronologia biblica perde di senso, in primis quello storico, e ne va di mezzo anche il quadro profetico, tanto che Daniele non trova collocazione a tutt’oggi.

Antipas metafora di una verità messa a morte, forse addirittura uccisa per far posto a una menzogna che offende la Bibbia, è indubbio; ma si prede gioco anche della scienza che gli ha dato credito, salvo le encomiabili eccezioni (Newton) che hanno visto nella cronologia tolemaica, che l’ha scritta scritta a tavolino quella storia, “la truffa di maggior successo dell’intera storia della scienza”.

Ma non si conclude qui Antipas, personaggio misterioso che la ghematria sposa con la donna vestita di sole (γυνή) per una somma ghematrica (γυνή + Ἀντιπᾶς.) ferma a 909, cioè al 909 a.C., ultimo anno di regno di Salomone, secondo la nostra cronologia dei Re.

A quell’anno si contrappone il 931 a.C. quando il 931 è la ghematrai di δράκως (drago, qui i grecisti si muoveranno meglio di me se in apocalisse compare δράκων) per una cornice simbolica che racchiude un segno ben preciso nel “cielo” (Efeso,Israele), cioè la “Donna” e il “drago” per come descritti in Ap 12,1-3.

Quel cielo è cronologico e coincide, per due cronologie antitetiche, con l’ultimo anno di regno di Salomone, non a caso, perché la Donna partorisce quel figlio avuto dalla sua unione (ghematrica) con Antipas e dunque è la verità, anche storica, che progetta il futuro in antitesi a quello del drago, fermo all’anno tolemaico dell’ultimo anno di regno di Salomone (931 a.C.), creando i presupposti perché solo uno rimanga in cielo, cioè nella storia: o l’υἱός (figlio, Ap 12,5) o il drago che infatti vuol divorare quel figlio, cioè farlo suo, carne della sua carne, affinché il cielo, il suo cielo, abbia un erede, seppur illegittimo.

Ecco, per sommi capi, riassunti i post che abbiamo dedicato ad Antipas, mentre quello che ci accingiamo a scrivere aggiunge un aspetto che riteniamo molto importante nella compressione della sua figura, del suo enigma.

Lo spunto lo abbiamo preso a prestito dal web, tanto tempo fa, ma finora era rimasto oscuro, nel senso che non andava oltre l’informazione che Ἀντιπᾶς si compone di Ἀντι-πᾶς, πᾶσα, πᾶν e significa, in soldoni, “uno contro tutti e tutto”. L’idea è buona, ma necessita di svilupparla, provare cioè che sia sostenibile.

Ci siamo riusciti, crediamo, nella misura in cui la lettera a Pergamo colloca con precisione la morte di Antipas, che non è fine a se stessa (Antipas non muore punto e basta) Antipas muore laddove “Satana ha la sua dimora” (Ap 2,13).

A una lettura poca attenta, poco importa dove Antipas muore (come vedremo è importante solo che lo faccia, come e dove vuole, ma che lo faccia: crepi), ma a un lettore che interroga il testo non sfugge che Giovanni lo fa morire, come abbiamo scritto, nella “dimora di satana”.

Un poliziotto sa benissimo che la scena del crimine è fondamentale per capire le origini del delitto, per cui anche noi dobbiamo capire perché Giovanni colloca quella stessa scena nella dimora di satana e non nel suo trono.

Diciamo subito che non è la stessa cosa il “trono” e la “dimora”. Il trono è il potere, il palazzo; la dimora è la società civile, la gente. Inoltre il trono (le istituzioni) sono poca cosa rispetto al popolo, enormemente più numeroso, anche se soggetto al trono (potere).

Tutto questo ci permette di comprendere che non solo molti (tutti?) vogliono la morte di Antipas, ma che il potere o si è limitato a istigare o se ne sta lontano dal “furor di popolo” che ne ha decretato la morte e che ha fatto di Ἀντιπᾶς un Ἀντι-πᾶς, πᾶσα, πᾶν, cioè, non a caso, “uno contro tutto e tutti” che lo odiano. Ma perchè? Possibile che tutti vogliano la sua morte? Cosa mai ha fatto per giustificare un linciaggio?

Lo abbiamo scritto, egli è la metafora della verità, è, come scrive Apocalisse, il “fedele testimone” in Pergamo “trono e dimora di satana” cioè laddove la menzogna, il calcolo, il cinismo, la prevaricazione e quant’altro vi passa in mente permeano le istituzioni e la società civile rendendola abbietta, infernale.

Le parole di Antipas, quindi, non possono che suscitare quell’odio organizzato con cui lo si vuole morto a “furor di popolo” per una giustizia specchio di un sentire istituzionale e civile con la bava alla bocca, anzi, no il sorriso sulle labbra, quello che sicuramente avrebbe Dante se si sentisse rivolgere ancora “O Tosco che per la città del foco vivo ten vai così parlando onesto” pensando ad Antipas “in quel” di Pergamo, cioè all’inferno pure lui e stranamente vivo.

 

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