In nome della Legge

arrestoAttira veramente la nostra attenzione quel Gesù “peccatore” di cui ci parla Giovanni, perché non ci pare possibile. Come può Gesù, il Figlio di Dio, aver peccato tanto da poter essere indicato al pubblico disprezzo? E’ o non è l’Agnello immacolato dei Vangeli e della Tradizione?

Se stessimo ai Vangeli è possibile, perché i maestri della Legge non avrebbero potuto ricorrere alla menzogna, essi cercavano l’accusa, precisa e circostanziata (quella che trovarono con Giuda) cosicché fosse salva la Legge.

Forse ricorsero alla calunnia e alla diffamazione negli anni del ministero pubblico (32 d.C. 35 d.C.), ma prima cercarono di portare a termine un’operazione dentro il perimetro della Legge che si può infrangere, come si può creare le condizioni affinché sia infranta rimanendo all’oscuro.

Ci siamo già occupati dei quaranta giorni di Gesù nel deserto e siamo giunti alla conclusione che in realtà furono 40 anni, cioè il tempo intercorso tra il Suo rientro dall’Egitto al ministero pubblico (8 a.C.-32 d.C.).

In questo lunghissimo periodo si collocano le tentazioni di Gesù nel deserto, un deserto esistenziale inospitale e nemico, perché se Erode sapeva del Messia nato, anche Gerusalemme e i suoi capi lo seppero e ne conservarono memoria.

Credo che a Gesù veramente fu offerto “ogni tipo di tentazione” (Lc 4,13) con lo scopo di farlo desistere dalla sua missione e infangarlo quanto più possibile, affinché quel Barabba promesso alla folla rifulgesse e la goccia di santità (Barabba) potesse avere ragione sull’oceano di purezza (Gesù).

Ecco allora perché Gesù era un peccatore e forse neanche agli occhi del sinedrio, ma veramente peccatore secondo la Legge che aveva infranta magari in maniera grave e reiterata e questo costruì il Suo scandalo: “Noi sappiamo che è un peccatore!” (Gv 9,24).

Peccatore, magari grande, agli occhi della Legge, ma non della Giustizia, certamente al corrente che le condizioni perché Egli lo divenisse erano state create ad hoc e non a caso, quindi, i Vangeli ci parlano di “tentazioni”. Le macchie sul Suo vello, insomma, non erano dovute alla Sua volontà di peccato, ma alle condizioni del pascolo, ridotto apposta a un mare di fango sin dalla nascita. E questo Dio lo sapeva.

Lo sapeva, cioè la Giustizia quella che valuta il reato. Una Giustizia che non è un applicare la Legge in ossequio al motto romano dura lex, sed lex, ma capace di valutare la gravità del reato, nonché la volontarietà.

Un giudice sa benissimo quello di cui sto parlando, perché se il suo lavoro lo svolge con coscienza egli è ogni volta alle prese tra l’esigenza della legge e il senso di giustizia. Talvolta, credo, si troverà nella necessità di punire secondo la legge, ma nell’obbligo di scagionare per un senso di giustizia. E in questo l’uomo veramente è immagine di Dio.

Mi viene in mente un esempio per rendere chiaro il concetto, ed è quello del sodato che certamente ha ucciso ed è, secondo la legge, un assassino; ma le condizioni di guerra giustificano il crimine che non è più semplicemente omicidio, ma un atto dettato da ragioni di guerra.

Gesù allora era sì un peccatore come ce lo descrivono i Vangeli, ma peccatore secondo la Legge, non secondo la Giustizia della quale, al contrario, era figlio. La Legge che Gli si rivolse contro cercava, in realtà, di spacciarsi per Giustizia e di esercitarne le funzioni, cosa che gli avrebbe conferito un titolo divino e il “sarete come Dio” di Gn 3,5 sarebbe divenuto realtà.

Fu così che riuscì a mascherare, dietro a un rispetto della Legge, l’omicidio della Giustizia, l’omicidio di Dio che lo si volle peccatore fin da quando si era incarnato, affinché Barabba splendesse, anzi, fosse “gradito agli occhi” (Gn 3,6), poiché frutto com’era del miglior giudaismo, e Gerusalemme, novella Eva, ne fosse ingannata e consumasse il suo peccato.

Tutta questa lettura è possibile alla luce di due testimonianze: la prima è certamente Daniele che nella sua Profezia delle settanta settimane ci parla di una Giustizia eterna (Dn 9,24) instaurata dal sacrificio dell’unto ucciso senza che in lui ci sia colpa. Proprio la presenza nella sua profezia della Giustizia di cui finora abbiamo parlato ci dice che siamo nel giusto perché non è casuale il riferimento.

La seconda appartiene ai Padri del deserto che conservano traccia, nel cristianesimo primitivo, di un regno dei cieli e della sua Giustizia, ben lontana dalla volontà dell’uomo. Infatti si narra (vado a memoria) che un Padre, passando per via, vide un uomo abusare di un bambino. La sua reazione a noi sembrerebbe incomprensibile, poiché dice, tra sé, : “Se Dio non lo incenerisce perché dovrei occuparmene io?” e passò oltre. Egli, quindi, lasciò l’intero giudizio a Dio, certo che non avrebbe fallito.

Il nostro mondo, la nostra società, la nostra civiltà ne uscirebbero distrutte dall’esempio del Padre, ma forse dalle loro macerie sorgerebbe un mondo nuovo, paradossalmente più giusto, perché la Giustizia sarebbe tornata ad abitare in mezzo a noi uscendo dalle aule dei tribunali.

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