Formidabili quegli anni

capannaAlla luce dell’ultimo post, dove abbiamo visto che a Gerusalemme, tra il 32 d.C. e il 35 d.C, si giocarono le sorti di un popolo (ma come vedremo della storia tutta), diviso tra Barabba “figlio del padre” cioè del sinedrio e Gesù il Cristo, c’interroghiamo circa il senso di Gv 9,24 dove si afferma che Egli era “un peccatore”. Se le cose stessero così, come mai la storia e le chiese lo ricordano come l’Agnello immacolato? Com’è possibile conciliare questi due giudizi opposti?

Innanzi tutto riassumiamo il contesto dicendo che Barabba era la goccia di Santità che l’istituzione aveva distillata in purezza. In lui la Legge si era compiuta ed aveva raggiunto il suo standard più alto.

Il problema era che Gesù il Cristo diceva che in Lui invece tutto si era “compiuto” (Gv 19,30) ed era Lui la sintesi perfetta di quella stessa Legge. Tutto questo, è ovvio, non fece che acuire uno scontro già di per sé feroce, perché il sinedrio avocava a sé il primato della Legge, mentre Gesù lo rivendicava contendendoglielo. Ma come?

Cosa poteva mai offrire Gesù in più rispetto a un sinedrio che era stato capace di Barabba, cioè la santità fatta dalla e istituzione? La Giustizia, Gesù era la Giustizia e in questo senso superava di gran lunga la Legge.

La Giustizia, infatti, va oltre la Legge. Vorrei dire che se la Legge si applica, la Giustizia si esercita ed è essa il Potere. La Legge procede da un senso di Giustizia che viene prima ed è superiore, come superiore, quindi, era Gesù il Cristo rispetto a Gesù Barabba, cioè la Legge.

Se essa è appannaggio dell’uomo, la Giustizia è attributo divino, tanto che quella stessa Legge ne è riflesso. Dunque in quegli anni la partita vide contrapposto, l’uomo (la Legge) a Dio (la Giustizia).

Ecco perché se agli occhi della Legge Gesù era un “peccatore”, agli occhi di Dio era l’Agnello immacolato. La Legge ne decretava il peccato; la Giustizia la santità; l’uomo condannava, Dio elevava al trono, di Giustizia.

“Noi sappiamo che egli è un peccatore”, quindi, condanna Dio secondo la Legge, una Legge evidentemente impazzita che neanche la si può definire legalismo, perché in realtà, agli occhi della Giustizia, è crimine poiché quello che era solo appannaggio, diviene pretesa di un esercizio assolutamente arbitrario che giunge sino alla condanna a morte di Dio, cosa che forse si voleva, perché la casta aveva deciso di avocare a sé il Suo titolo, cioè il titolo di Dio per il compimento di un progetto folle nato in Genesi, quando con un un patto di sangue fu promesso che “sarete come Dio” (Gn 3,5, da leggersi come 35 d.C.).

E sarà ugualmente il sangue, quello versato dal Suo sacrificio, a sventare il piano e a instaurare quella “Giustizia eterna”, promessa dai profeti, (Dn 9,24), che non a caso non è Legge, ma solo ciò che la profezia può introdurre in un contesto dove il protagonista è ucciso senza che in lui ci sia colpa (Dn 9,26), dovendo essere, forse, la vittima di una Legge destinata a fallire affinché risalti la Giustizia e la storia ceda il passo a un progetto di Salvezza, cioè alla Redenzione.

Dell’Italia del ’68 si è scritto “Formidabili quegli anni” ma credo, Onorevole Capanna, che quelli tra il 32 d.C. e il 35 d.C., lo siano stati incommensurabilmente di più, perché videro opposto “un” Santo al Santissimo, cioè l’uomo a Dio, la rivoluzione alla Redenzione, in ultima analisi Barabba “il sedizioso” (rivoluzionario, Mc 15,7) al Redentore, una dicotomia tutt’ora vigente se la storia è contesa tra i manuali e Apocalisse .

Sì “Formidabili quegli anni”, irripetibili, ha ragione Onorevole.

 

 

 

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