Il grande bluff

bluff

C’è una cosa che solo pochi sanno, cioè che Barabba aveva un nome, che non era Barabba, ma Gesù come riporta il testo greco. Teoricamente la sua omissione dalle edizioni bibliche appare innocua, perché in fondo basta Barabba, in fondo, basta la parola. Ma non è così.

La presenza di due Gesù nel contesto gerosolomitano dell’epoca apre uno scenario del tutto nuovo nella Scrittura e nella comprensione di quello che accadde in quegli anni. La faccenda è così grossa che noi la introdurremo soltanto e per sommi capi, ma sufficienti a far capire che l’omissione del nome proprio dalle Scritture non è una scelta motivata, magari, dalle attestazioni, ma una precisa volontà di censura affinché non si capisse.

Non si capisse perché c’era un Gesù Barabba, cioè “figlio del padre” e un Gesù detto il Cristo. Chi si è fermato al primo, cioè a Barabba “figlio del padre”, ha capito ben poco, anzi nulla perché tutti siamo figli di un padre. Solo lo Strong ha colto la sfumatura che esso racchiude: “figlio del padre” spirituale, cioè di un maestro.

I più attenti hanno già compreso dove questa definizione ci porta: c’era un Gesù “figlio di un padre”, cioè figlio di un maestro, cioè figlio del sinedrio. Questo significa che era una creatura istituzionale. L’establishment religioso lo aveva partorito, allevato ed era il loro santo campioncino, quello che opposero al Santissimo, a Gesù detto il Cristo, al Figlio di Dio.

Chi avesse dubbi sull’intuizione dello Strong, può rivolgersi alla ghematria la quale propone per Βαραββᾶς (Barabba) e ῥαββί (maestro) lo stesso valore, cioè 115 ribadendo e confermando quell’identità tra Barabba e il sinedrio, cioè i maestri.

Vedete adesso come tutto lo scenario si apre? Non siamo di fronte, con quel Barabba soltanto, nè a un’omissione; nè a un caso di omonimia, ma alla censura del piano che il sinedrio aveva escogitato per disinnescare il Cristo.

Un sosia che era il frutto immacolato del miglior giudaismo: certamente un santo uno, come Paolo, cresciuto ai “piedi di Gamaliele” (At 22,3) che sintetizzava, in purezza, l’attesa messianica nell’alambicco istituzionale. Era insomma il Messia Made in Jerusalem.

Ben diverso Gesù detto il Cristo. Anch’Egli discendeva dal Padre, ma quello celeste. In lui si compiva la volontà del cielo; in Lui era la profezia e la messianicità. Lui era il Cristo. Tutto ciò creò una divisione profonda in Israele, perché l’opinione pubblica doveva scegliere tra Gesù Barabba, il santo, figlio del sinedrio e Gesù il Cristo, figlio, apparentemente, di un falegname (Mt 13,55).

Ecco allora che il Vangelo di Giovanni conserva questa feroce diatriba in 8,24 che tutti, tranne La Riveduta, e forse per la stessa ragione per cui si è omesso Gesù davanti a Barabba, traducono “che io sono”, dando a tutta quanta la locuzione una sfumatura teologica che non  ha senso, perché Gesù in realtà afferma che se non crederete “che sono io” marcirete nei vostri peccati.

Sono io, non Barabba; sono io l’originale, il Messia disceso da cielo e non Barabba frutto dell’istituzione. Dunque alla luce di tutto ciò Giovanni apre una questione che mi pare del tutto trascurata: non è teologia quella contenuta nel suo versetto, ma una lucida prosa, una versione storica dei fatti sebbene descritta con un soggetto e un verbo “Sono io” e non “Io sono”.

A seguire si svela anche il ruolo profondamente diverso dei due Gesù, perché Barabba non era solo un sosia, ma era veramente il loro Messia, cioè la loro via alla salvezza, però terrena. Sono parole in più quelle che servono per dire che Israele attendeva un Messia davidico che conferisse alla nazione un potere terreno: lo sanno tutti.

Ma non sanno tutti che quel ” se non crederete che sono io morirete nei vostri peccati” segnò ugualmente un processo di liberazione dai romani, se il peccato d’Israele aveva determinato la sua condizione di soggezione.

Cristo libera l’uomo e Gerusalemme dal peccato che si è fatto storia con l’occupazione romana. Quella era l’unica via, in ogni caso quella che il cielo indicava: un riscatto che passava attraverso una redenzione e non una rivoluzione. Gerusalemme scelse Barabba, scelse la rivoluzione, quella armi in pugno consigliata dal sinedrio che aveva opposto a Dio la sua via. L’epilogo tutti lo conoscono: il 70 d.C.

Ma c’è un’altra cosa importante da dire, cioè che assume un senso nuovo il velo del tempio che alla morte di Gesù si squarciò da cima a fondo (Mt 27,51). Certo, si aprì il Santissimo, ma prima ancora tutto semplicemente fu chiaro se, per ammissione degli stessi Ebrei, la storia altro non è che il velo con cui si copre quello che in realtà è successo.

Quel velo altro non era che la versione ufficiale e istituzionale dei fatti con cui l’opinione pubblica era stata tenuta all’oscuro di tutto affinché eleggesse Barabba. La morte di Gesù squarcia quel velo e dimostra che in Lui non c’erano, magari, secondi fini; non scacciava, ad esempio, i demoni perché “principe dei demoni”, ma scacciava i demoni perché era il Santissimo.

Insomma quel Gesù Barabba, omesso nel nome proprio nelle edizioni bibliche, è ancora il velo del tempio, paradossalmente cristiano, che copre la realtà storica dei fatti, cosa che potrebbe tornare utile un domani . Non si tratta, quindi, di un’incresciosa omissione o scelta, ma nasconde la verità di un giochetto che andrebbe benissimo anche ai giorni nostri, bravissimi nel proporre il campionicino istituzionale contro l’originale; bravissimi ad anteporre il figlio di Gamaliele (sinedrio/Chiesa) al figlio di un falegname, tanto da rendere incredibile l’intera vicenda, come riporta fedelmente lo stupore che suscitò Mt 13,54-55.

Tutto questo consiglia di non fare alta teologia laddove è scarna prosa che vuole soltanto dirci “Sono io” l’altro è un bluff seppur istituzionale.

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