La Chiesa del foco

danteCi siamo già occupati di Antipas, personaggio alquanto enigmatico che alcuni vogliono storico, cioè realmente esistito, dandone, però, più versioni.

Altri lo giudicano un espediente letterario tipico di Giovanni, che non a caso ha scritta un’opera che l’esegesi cattolica nei suoi vertici giudica “kafkiana” per cui, forse, Antipa non è altro che uno dei tanti “non so” dell’esegesi.

Altri ancora, come noi, ci hanno vista una metafora nella sua ghematria greca che è di 448 (Ἀντιπᾶς) e coincidente con l’esatta fine dell’esilio, se si ha chiaro il quadro cronologico biblico, che in questo caso prende le mosse dal 518(517) a.C., quando inizia l’esilio secondo Daniele che considera i 70 anni di Geremia.

Noi, quindi, ci abbiamo vista una metafora della verità messa a morte, forse uccisa (dipende dalle traduzioni) perché Antipa è il “fedele testimone” e dunque la verità, che sa essere anche storica, seppur uscita da un contesto biblico in generale, apocalittico nel particolare.

Infatti quel 448 a.C. segna la fine della vicenda storica più importante dalla dedicazione del primo tempio (938/937 a.C.), perché non solo in essa si conclude la cronologia dei Re e la storia che racchiude, ma apre al giudaismo del secondo tempio, se la costruzione di quest’ultimo fu resa necessaria da ciò che storicamente partorì l’esilio: la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio, quello salomonico.

Alterando, quindi, quella storia attraverso una cronologia inventata, l’asse cronologico biblico, di cui i Re sono il perno, tutta la cronologia biblica perde di senso, in primis quello storico, e ne va di mezzo anche il quadro profetico, tanto che Daniele non trova collocazione a tutt’oggi.

Antipas metafora di una verità messa a morte, forse addirittura uccisa per far posto a una menzogna che offende la Bibbia, è indubbio; ma si prede gioco anche della scienza che gli ha dato credito, salvo le encomiabili eccezioni (Newton) che hanno visto nella cronologia tolemaica, che l’ha scritta scritta a tavolino quella storia, “la truffa di maggior successo dell’intera storia della scienza”.

Ma non si conclude qui Antipas, personaggio misterioso che la ghematria sposa con la donna vestita di sole (γυνή) per una somma ghematrica (γυνή + Ἀντιπᾶς.) ferma a 909, cioè al 909 a.C., ultimo anno di regno di Salomone, secondo la nostra cronologia dei Re.

A quell’anno si contrappone il 931 a.C. quando il 931 è la ghematrai di δράκως (drago, qui i grecisti si muoveranno meglio di me se in apocalisse compare δράκων) per una cornice simbolica che racchiude un segno ben preciso nel “cielo” (Efeso,Israele), cioè la “Donna” e il “drago” per come descritti in Ap 12,1-3.

Quel cielo è cronologico e coincide, per due cronologie antitetiche, con l’ultimo anno di regno di Salomone, non a caso, perché la Donna partorisce quel figlio avuto dalla sua unione (ghematrica) con Antipas e dunque è la verità, anche storica, che progetta il futuro in antitesi a quello del drago, fermo all’anno tolemaico dell’ultimo anno di regno di Salomone (931 a.C.), creando i presupposti perché solo uno rimanga in cielo, cioè nella storia: o l’υἱός (figlio, Ap 12,5) o il drago che infatti vuol divorare quel figlio, cioè farlo suo, carne della sua carne, affinché il cielo, il suo cielo, abbia un erede, seppur illegittimo.

Ecco, per sommi capi, riassunti i post che abbiamo dedicato ad Antipas, mentre quello che ci accingiamo a scrivere aggiunge un aspetto che riteniamo molto importante nella compressione della sua figura, del suo enigma.

Lo spunto lo abbiamo preso a prestito dal web, tanto tempo fa, ma finora era rimasto oscuro, nel senso che non andava oltre l’informazione che Ἀντιπᾶς si compone di Ἀντι-πᾶς, πᾶσα, πᾶν e significa, in soldoni, “uno contro tutti e tutto”. L’idea è buona, ma necessita di svilupparla, provare cioè che sia sostenibile.

Ci siamo riusciti, crediamo, nella misura in cui la lettera a Pergamo colloca con precisione la morte di Antipas, che non è fine a se stessa (Antipas non muore punto e basta) Antipas muore laddove “Satana ha la sua dimora” (Ap 2,13).

A una lettura poca attenta, poco importa dove Antipas muore (come vedremo è importante solo che lo faccia, come e dove vuole, ma che lo faccia: crepi), ma a un lettore che interroga il testo non sfugge che Giovanni lo fa morire, come abbiamo scritto, nella “dimora di satana”.

Un poliziotto sa benissimo che la scena del crimine è fondamentale per capire le origini del delitto, per cui anche noi dobbiamo capire perché Giovanni colloca quella stessa scena nella dimora di satana e non nel suo trono.

Diciamo subito che non è la stessa cosa il “trono” e la “dimora”. Il trono è il potere, il palazzo; la dimora è la società civile, la gente. Inoltre il trono (le istituzioni) sono poca cosa rispetto al popolo, enormemente più numeroso, anche se soggetto al trono (potere).

Tutto questo ci permette di comprendere che non solo molti (tutti?) vogliono la morte di Antipas, ma che il potere o si è limitato a istigare o se ne sta lontano dal “furor di popolo” che ne ha decretato la morte e che ha fatto di Ἀντιπᾶς un Ἀντι-πᾶς, πᾶσα, πᾶν, cioè, non a caso, “uno contro tutto e tutti” che lo odiano. Ma perchè? Possibile che tutti vogliano la sua morte? Cosa mai ha fatto per giustificare un linciaggio?

Lo abbiamo scritto, egli è la metafora della verità, è, come scrive Apocalisse, il “fedele testimone” in Pergamo “trono e dimora di satana” cioè laddove la menzogna, il calcolo, il cinismo, la prevaricazione e quant’altro vi passa in mente permeano le istituzioni e la società civile rendendola abbietta, infernale.

Le parole di Antipas, quindi, non possono che suscitare quell’odio organizzato con cui lo si vuole morto a “furor di popolo” per una giustizia specchio di un sentire istituzionale e civile con la bava alla bocca, anzi, no il sorriso sulle labbra, quello che sicuramente avrebbe Dante se si sentisse rivolgere ancora “O Tosco che per la città del foco vivo ten vai così parlando onesto” pensando ad Antipas “in quel” di Pergamo, cioè all’inferno pure lui e stranamente vivo.

 

La radiosa stella

stella

Buongiorno Sardi,

ti propongo un bel gioco che credo ti convincerà circa la tua qualifica, all’interno degli elementi naturali di Apocalisse, di “inferi” che, come abbiamo visto ieri, non sono l’inferno, quello è qui, in Italia, a Pergamo.

Devi adesso immaginare una stella la cui coda poggia su due vertici collocato uno in Russia (Smirne, magari Mosca, ma non so) e uno Gerusalemme (Efeso). Poi costruisci un quadrato con “gli angoli della terra” (Ap 7,1) considerando, per la misura dei lati, Bologna, che letto a rovescio diviene angoloB, e Catalogna, che sempre letto a rovescio, diviene angolataC. Da questo lato ricavi il quadrato su cui devi sovrapporre una stella davidica a cinque punte, come cinque sono le chiese della terra (Europa), vedendo che un vertice cade anche nella tua Chiesa che, lo abbiamo scritto, sono gli inferi.

Infatti, se Gerusalemme in Ap. è il cielo, tu, calcolando la distanza in linea d’aria, magari da Londra, con Gerusaemme vedrai che sei il punto più distante dal cielo, cosa che, calcoli alla mano, ti fa gli inferi, cioè ciò che è più naturalmente distante.

Quella stella che magari i tuoi studiosi riescono a ricavare “perbenino”, cioè immaginando un’armonia geometrica (capiranno al volo cosa sto dicendo) credo sia la “radiosa stella del mattino” (Ap 22,16), quella che segna la fine della notte, dell’attesa e dunque è ben lungi dall’essere simbolica, come del resto non lo fu Halley che realmente passò su Gerusalemme nel 12 a.C. permettendo di dare all’anno di nascita di Gesù una datazione astronomica precisissima, se si aggiungono i due anni di Erode che conosciamo e costituirono, purtroppo, la svista di Kokkinos, uno di quelli che non ha macchiato le vesti e con cui potresti prendere il té.

Non ho altro da aggiungere se non che quella stella, ricostruita, va studiata nei minimi dettagli, perché sai quant’altro cela!

Buongiornata

Giovanni

Sardi, la Chiesa zombie?

zombueMolti sono i numeri di cui ci siamo occupati e tutti hanno espresso date, hanno fatto, cioè storia, talvolta quella grande. Uno di questi è il 668 che noi abbiamo letto come il 668 a.C.

E’ stato l’anno che ha fatto coincidere la cronologia biblica, la cronologia dei Re e due calendari, quello sabbatico e quello giubilare con un evento unico nella storia di Israele da Salomone a Erode: la modifica strutturale del tempio con Jotam, che dedicò la porta superiore del tempio.

Quella porta Gesù se l’attribuisce dicendo di essere in realtà Lui, nel Vangelo di Giovanni al capitolo 10 e dunque diviene simbolo del Cristo stesso che invita il gregge santo a passare per essa, cioè attraverso di Lui.

Un Cristo “via, verità e vita” e dunque, quella porta, è la porta della vita, quella attraverso cui si accede all’eternità, tanto che ben si presta a parlarci di quell’unica via di accesso possibile, mentre l’altra è la porta dell’abominio e della perdizione, per una perfetta sintonia biblica che conosce solo due vie: la benedizione e al maledizione, un aut aut che compare nei Patriarchi e si conserva in Gesù.

Dunque quella porta ha un nome, quello di Gesù, mentre non sappiamo ancora se la porta dell’abominio lo abbia, un nome, per cui c’interroghiamo. In particolare interroghiamo il numero, il 668 che segna la storia, quella di Gesù, lo abbiamo  appena visto; ma anche quella della Bestia apocalittica, che noi da molto abbiamo indicato con Costante II, perché quel 666 che la contraddistingue è espresso dal χξς a cui noi aggiungiamo, intercalandole le due vocali cristologiche per eccellenza, cioè α e ω, per ottenere, dopo aver sciolta la ξ seguendo il dialetto ionico in σκχασκως (verbo, forse la participio, stranamente sconosciuto e taciuto: mai nessuno ha risposto alle mie mail, neppure per dirmi che ero completamente fuoristrada) che facciamo derivare da χασκω  che condivide i suoi significati con χαινω ed ecco il nome e numero d’uomo di Apocalisse: Caino.

Quella Bestia sale dal mare e per noi il mare di Apocalisse è l’Oriente cristiano, dunque Bisanzio. Non rimane che vedere, allora, se a Bisanzio negli anni a cavallo del 666 a.C. ci fosse Qualcuno che si fregiasse di un appellativo così triste. Sì c’era ed era Costante II, ribattezzato dal popolo “Caino” per aver ucciso il fratello.

Non riteniamo che da una lettura in fondo ghematrica, sebbene a rovescio (dal numero al nome) si giunga al dato storico (Costante II) per caso; come non per caso noi abbiamo sin da subito indicato – e da molto– quel “mare” da cui sorge la Bestia nell’Oriente cristiano. Insomma tutto si tiene, in quadro estremamente chiaro, se sono stato capace di riassumerlo.

Costante II muore, direi infatti, cioè non a caso, nel 668 a.C. e questo non solo ci parla della sua morte, ma anche della morte della Bestia, cioè di colei che certamente segna la via della perdizione che s’imbocca con Costante II, tanto che se la porta superiore del tempio (Gesù) è dedicata nel 668 a.C., quella della morte si eleva nel 668 d.C. con Costante II, se essa è l’esatto contrario di cui parla Gesù quando cita la porta degli inferi, che non prevarrà. Infatti, non a caso ινφηρ (lemma che costringe alla ricerca), ha un valore ghematrico di 668, segnando un’identità che pone le basi per una lettura molto più ampia e articolata.

Ma se la morte della bestia nel 668 d.C. caratterizza l’oriente cristiano, essa è anche il leitmotiv di una lettera di Apocalisse: quella a Sardi, che “si crede viva, ma è morta” e deve salvare “ciò che sta per morire”. Una Chiesa, Sardi, che il nostro schema di lettura di Apocalisse colloca non a caso negli inferi (per un motivo che potrebbe essere oggetto di un altro post), che non è l’inferno (quello è a Pergamo, Italia, “trono e dimora di satana” cioè laddove il potere, trono, e la società civile, dimora, sono nelle sue mani).

Sardi rappresenta gli inferi per noi anche perché vediamo nei quattro cavalli di Apocalisse un ordine che rispecchia l’elenco che Giovanni fa delle sette Chiese, per cui se il quarto cavallo esce da Tiatira e “lo seguono gli inferi” (Ap 6,8), essi sono, appunto, in Sardi, quinta Chiesa.

Ben si colloca, insomma, la morte in Sardi il cui spirito, non a caso è la gloria, quella che si conquista con e dopo la morte, cioè la gloria dei che permette l’accesso all’eternità, a differenza della gloria mundi che, quella sì, è morte, cioè la morte di cui viene accusata una Chiesa che si “crede viva”, ma è morta. Perchè?

Abbiamo visto la Bestia di Apocalisse muore, per cui non rimane che vedere se quella Chiesa, Sardi, si caratterizza per quella stessa morte o se sia proprio la Bestia a caratterizzarla.

Beh, non è difficile se siamo a conoscenza della presenza di Darwin in Westminster, un Darwin che fa l’uomo non a immagine di Dio, ma della bestia, resa curiosamente domestica da una scala evolutiva che ha violentato la storia allungandola a dismisura affinché il forcipe della scienza potesse estrarre il suo mostro, la sua bestia.

Non me ne vogliate, ma mi pare chiaro quello che è successo: siamo partiti dal tempio salomonico a cui si aggiunse, dedicandola ,la porta superiore del tempio, per giungere a Westminster, tempio esso stesso e, forse, della bestia, compiendo una parabola storica elevatissima, un sacro e un profano che ci parlano di due vie, due porte e due sorti per una Chiesa che deve uscire da una la “luce apparente”, perché o si è vivi o si è morti: gli zombie, cioè i morti viventi, appartengono solo al cinema e alle sue notti.

In nome della Legge

arrestoAttira veramente la nostra attenzione quel Gesù “peccatore” di cui ci parla Giovanni, perché non ci pare possibile. Come può Gesù, il Figlio di Dio, aver peccato tanto da poter essere indicato al pubblico disprezzo? E’ o non è l’Agnello immacolato dei Vangeli e della Tradizione?

Se stessimo ai Vangeli è possibile, perché i maestri della Legge non avrebbero potuto ricorrere alla menzogna, essi cercavano l’accusa, precisa e circostanziata (quella che trovarono con Giuda) cosicché fosse salva la Legge.

Forse ricorsero alla calunnia e alla diffamazione negli anni del ministero pubblico (32 d.C. 35 d.C.), ma prima cercarono di portare a termine un’operazione dentro il perimetro della Legge che si può infrangere, come si può creare le condizioni affinché sia infranta rimanendo all’oscuro.

Ci siamo già occupati dei quaranta giorni di Gesù nel deserto e siamo giunti alla conclusione che in realtà furono 40 anni, cioè il tempo intercorso tra il Suo rientro dall’Egitto al ministero pubblico (8 a.C.-32 d.C.).

In questo lunghissimo periodo si collocano le tentazioni di Gesù nel deserto, un deserto esistenziale inospitale e nemico, perché se Erode sapeva del Messia nato, anche Gerusalemme e i suoi capi lo seppero e ne conservarono memoria.

Credo che a Gesù veramente fu offerto “ogni tipo di tentazione” (Lc 4,13) con lo scopo di farlo desistere dalla sua missione e infangarlo quanto più possibile, affinché quel Barabba promesso alla folla rifulgesse e la goccia di santità (Barabba) potesse avere ragione sull’oceano di purezza (Gesù).

Ecco allora perché Gesù era un peccatore e forse neanche agli occhi del sinedrio, ma veramente peccatore secondo la Legge che aveva infranta magari in maniera grave e reiterata e questo costruì il Suo scandalo: “Noi sappiamo che è un peccatore!” (Gv 9,24).

Peccatore, magari grande, agli occhi della Legge, ma non della Giustizia, certamente al corrente che le condizioni perché Egli lo divenisse erano state create ad hoc e non a caso, quindi, i Vangeli ci parlano di “tentazioni”. Le macchie sul Suo vello, insomma, non erano dovute alla Sua volontà di peccato, ma alle condizioni del pascolo, ridotto apposta a un mare di fango sin dalla nascita. E questo Dio lo sapeva.

Lo sapeva, cioè la Giustizia quella che valuta il reato. Una Giustizia che non è un applicare la Legge in ossequio al motto romano dura lex, sed lex, ma capace di valutare la gravità del reato, nonché la volontarietà.

Un giudice sa benissimo quello di cui sto parlando, perché se il suo lavoro lo svolge con coscienza egli è ogni volta alle prese tra l’esigenza della legge e il senso di giustizia. Talvolta, credo, si troverà nella necessità di punire secondo la legge, ma nell’obbligo di scagionare per un senso di giustizia. E in questo l’uomo veramente è immagine di Dio.

Mi viene in mente un esempio per rendere chiaro il concetto, ed è quello del sodato che certamente ha ucciso ed è, secondo la legge, un assassino; ma le condizioni di guerra giustificano il crimine che non è più semplicemente omicidio, ma un atto dettato da ragioni di guerra.

Gesù allora era sì un peccatore come ce lo descrivono i Vangeli, ma peccatore secondo la Legge, non secondo la Giustizia della quale, al contrario, era figlio. La Legge che Gli si rivolse contro cercava, in realtà, di spacciarsi per Giustizia e di esercitarne le funzioni, cosa che gli avrebbe conferito un titolo divino e il “sarete come Dio” di Gn 3,5 sarebbe divenuto realtà.

Fu così che riuscì a mascherare, dietro a un rispetto della Legge, l’omicidio della Giustizia, l’omicidio di Dio che lo si volle peccatore fin da quando si era incarnato, affinché Barabba splendesse, anzi, fosse “gradito agli occhi” (Gn 3,6), poiché frutto com’era del miglior giudaismo, e Gerusalemme, novella Eva, ne fosse ingannata e consumasse il suo peccato.

Tutta questa lettura è possibile alla luce di due testimonianze: la prima è certamente Daniele che nella sua Profezia delle settanta settimane ci parla di una Giustizia eterna (Dn 9,24) instaurata dal sacrificio dell’unto ucciso senza che in lui ci sia colpa. Proprio la presenza nella sua profezia della Giustizia di cui finora abbiamo parlato ci dice che siamo nel giusto perché non è casuale il riferimento.

La seconda appartiene ai Padri del deserto che conservano traccia, nel cristianesimo primitivo, di un regno dei cieli e della sua Giustizia, ben lontana dalla volontà dell’uomo. Infatti si narra (vado a memoria) che un Padre, passando per via, vide un uomo abusare di un bambino. La sua reazione a noi sembrerebbe incomprensibile, poiché dice, tra sé, : “Se Dio non lo incenerisce perché dovrei occuparmene io?” e passò oltre. Egli, quindi, lasciò l’intero giudizio a Dio, certo che non avrebbe fallito.

Il nostro mondo, la nostra società, la nostra civiltà ne uscirebbero distrutte dall’esempio del Padre, ma forse dalle loro macerie sorgerebbe un mondo nuovo, paradossalmente più giusto, perché la Giustizia sarebbe tornata ad abitare in mezzo a noi uscendo dalle aule dei tribunali.

Formidabili quegli anni

capannaAlla luce dell’ultimo post, dove abbiamo visto che a Gerusalemme, tra il 32 d.C. e il 35 d.C, si giocarono le sorti di un popolo (ma come vedremo della storia tutta), diviso tra Barabba “figlio del padre” cioè del sinedrio e Gesù il Cristo, c’interroghiamo circa il senso di Gv 9,24 dove si afferma che Egli era “un peccatore”. Se le cose stessero così, come mai la storia e le chiese lo ricordano come l’Agnello immacolato? Com’è possibile conciliare questi due giudizi opposti?

Innanzi tutto riassumiamo il contesto dicendo che Barabba era la goccia di Santità che l’istituzione aveva distillata in purezza. In lui la Legge si era compiuta ed aveva raggiunto il suo standard più alto.

Il problema era che Gesù il Cristo diceva che in Lui invece tutto si era “compiuto” (Gv 19,30) ed era Lui la sintesi perfetta di quella stessa Legge. Tutto questo, è ovvio, non fece che acuire uno scontro già di per sé feroce, perché il sinedrio avocava a sé il primato della Legge, mentre Gesù lo rivendicava contendendoglielo. Ma come?

Cosa poteva mai offrire Gesù in più rispetto a un sinedrio che era stato capace di Barabba, cioè la santità fatta dalla e istituzione? La Giustizia, Gesù era la Giustizia e in questo senso superava di gran lunga la Legge.

La Giustizia, infatti, va oltre la Legge. Vorrei dire che se la Legge si applica, la Giustizia si esercita ed è essa il Potere. La Legge procede da un senso di Giustizia che viene prima ed è superiore, come superiore, quindi, era Gesù il Cristo rispetto a Gesù Barabba, cioè la Legge.

Se essa è appannaggio dell’uomo, la Giustizia è attributo divino, tanto che quella stessa Legge ne è riflesso. Dunque in quegli anni la partita vide contrapposto, l’uomo (la Legge) a Dio (la Giustizia).

Ecco perché se agli occhi della Legge Gesù era un “peccatore”, agli occhi di Dio era l’Agnello immacolato. La Legge ne decretava il peccato; la Giustizia la santità; l’uomo condannava, Dio elevava al trono, di Giustizia.

“Noi sappiamo che egli è un peccatore”, quindi, condanna Dio secondo la Legge, una Legge evidentemente impazzita che neanche la si può definire legalismo, perché in realtà, agli occhi della Giustizia, è crimine poiché quello che era solo appannaggio, diviene pretesa di un esercizio assolutamente arbitrario che giunge sino alla condanna a morte di Dio, cosa che forse si voleva, perché la casta aveva deciso di avocare a sé il Suo titolo, cioè il titolo di Dio per il compimento di un progetto folle nato in Genesi, quando con un un patto di sangue fu promesso che “sarete come Dio” (Gn 3,5, da leggersi come 35 d.C.).

E sarà ugualmente il sangue, quello versato dal Suo sacrificio, a sventare il piano e a instaurare quella “Giustizia eterna”, promessa dai profeti, (Dn 9,24), che non a caso non è Legge, ma solo ciò che la profezia può introdurre in un contesto dove il protagonista è ucciso senza che in lui ci sia colpa (Dn 9,26), dovendo essere, forse, la vittima di una Legge destinata a fallire affinché risalti la Giustizia e la storia ceda il passo a un progetto di Salvezza, cioè alla Redenzione.

Dell’Italia del ’68 si è scritto “Formidabili quegli anni” ma credo, Onorevole Capanna, che quelli tra il 32 d.C. e il 35 d.C., lo siano stati incommensurabilmente di più, perché videro opposto “un” Santo al Santissimo, cioè l’uomo a Dio, la rivoluzione alla Redenzione, in ultima analisi Barabba “il sedizioso” (rivoluzionario, Mc 15,7) al Redentore, una dicotomia tutt’ora vigente se la storia è contesa tra i manuali e Apocalisse .

Sì “Formidabili quegli anni”, irripetibili, ha ragione Onorevole.

 

 

 

Il grande bluff

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C’è una cosa che solo pochi sanno, cioè che Barabba aveva un nome, che non era Barabba, ma Gesù come riporta il testo greco. Teoricamente la sua omissione dalle edizioni bibliche appare innocua, perché in fondo basta Barabba, in fondo, basta la parola. Ma non è così.

La presenza di due Gesù nel contesto gerosolomitano dell’epoca apre uno scenario del tutto nuovo nella Scrittura e nella comprensione di quello che accadde in quegli anni. La faccenda è così grossa che noi la introdurremo soltanto e per sommi capi, ma sufficienti a far capire che l’omissione del nome proprio dalle Scritture non è una scelta motivata, magari, dalle attestazioni, ma una precisa volontà di censura affinché non si capisse.

Non si capisse perché c’era un Gesù Barabba, cioè “figlio del padre” e un Gesù detto il Cristo. Chi si è fermato al primo, cioè a Barabba “figlio del padre”, ha capito ben poco, anzi nulla perché tutti siamo figli di un padre. Solo lo Strong ha colto la sfumatura che esso racchiude: “figlio del padre” spirituale, cioè di un maestro.

I più attenti hanno già compreso dove questa definizione ci porta: c’era un Gesù “figlio di un padre”, cioè figlio di un maestro, cioè figlio del sinedrio. Questo significa che era una creatura istituzionale. L’establishment religioso lo aveva partorito, allevato ed era il loro santo campioncino, quello che opposero al Santissimo, a Gesù detto il Cristo, al Figlio di Dio.

Chi avesse dubbi sull’intuizione dello Strong, può rivolgersi alla ghematria la quale propone per Βαραββᾶς (Barabba) e ῥαββί (maestro) lo stesso valore, cioè 115 ribadendo e confermando quell’identità tra Barabba e il sinedrio, cioè i maestri.

Vedete adesso come tutto lo scenario si apre? Non siamo di fronte, con quel Barabba soltanto, nè a un’omissione; nè a un caso di omonimia, ma alla censura del piano che il sinedrio aveva escogitato per disinnescare il Cristo.

Un sosia che era il frutto immacolato del miglior giudaismo: certamente un santo uno, come Paolo, cresciuto ai “piedi di Gamaliele” (At 22,3) che sintetizzava, in purezza, l’attesa messianica nell’alambicco istituzionale. Era insomma il Messia Made in Jerusalem.

Ben diverso Gesù detto il Cristo. Anch’Egli discendeva dal Padre, ma quello celeste. In lui si compiva la volontà del cielo; in Lui era la profezia e la messianicità. Lui era il Cristo. Tutto ciò creò una divisione profonda in Israele, perché l’opinione pubblica doveva scegliere tra Gesù Barabba, il santo, figlio del sinedrio e Gesù il Cristo, figlio, apparentemente, di un falegname (Mt 13,55).

Ecco allora che il Vangelo di Giovanni conserva questa feroce diatriba in 8,24 che tutti, tranne La Riveduta, e forse per la stessa ragione per cui si è omesso Gesù davanti a Barabba, traducono “che io sono”, dando a tutta quanta la locuzione una sfumatura teologica che non  ha senso, perché Gesù in realtà afferma che se non crederete “che sono io” marcirete nei vostri peccati.

Sono io, non Barabba; sono io l’originale, il Messia disceso da cielo e non Barabba frutto dell’istituzione. Dunque alla luce di tutto ciò Giovanni apre una questione che mi pare del tutto trascurata: non è teologia quella contenuta nel suo versetto, ma una lucida prosa, una versione storica dei fatti sebbene descritta con un soggetto e un verbo “Sono io” e non “Io sono”.

A seguire si svela anche il ruolo profondamente diverso dei due Gesù, perché Barabba non era solo un sosia, ma era veramente il loro Messia, cioè la loro via alla salvezza, però terrena. Sono parole in più quelle che servono per dire che Israele attendeva un Messia davidico che conferisse alla nazione un potere terreno: lo sanno tutti.

Ma non sanno tutti che quel ” se non crederete che sono io morirete nei vostri peccati” segnò ugualmente un processo di liberazione dai romani, se il peccato d’Israele aveva determinato la sua condizione di soggezione.

Cristo libera l’uomo e Gerusalemme dal peccato che si è fatto storia con l’occupazione romana. Quella era l’unica via, in ogni caso quella che il cielo indicava: un riscatto che passava attraverso una redenzione e non una rivoluzione. Gerusalemme scelse Barabba, scelse la rivoluzione, quella armi in pugno consigliata dal sinedrio che aveva opposto a Dio la sua via. L’epilogo tutti lo conoscono: il 70 d.C.

Ma c’è un’altra cosa importante da dire, cioè che assume un senso nuovo il velo del tempio che alla morte di Gesù si squarciò da cima a fondo (Mt 27,51). Certo, si aprì il Santissimo, ma prima ancora tutto semplicemente fu chiaro se, per ammissione degli stessi Ebrei, la storia altro non è che il velo con cui si copre quello che in realtà è successo.

Quel velo altro non era che la versione ufficiale e istituzionale dei fatti con cui l’opinione pubblica era stata tenuta all’oscuro di tutto affinché eleggesse Barabba. La morte di Gesù squarcia quel velo e dimostra che in Lui non c’erano, magari, secondi fini; non scacciava, ad esempio, i demoni perché “principe dei demoni”, ma scacciava i demoni perché era il Santissimo.

Insomma quel Gesù Barabba, omesso nel nome proprio nelle edizioni bibliche, è ancora il velo del tempio, paradossalmente cristiano, che copre la realtà storica dei fatti, cosa che potrebbe tornare utile un domani . Non si tratta, quindi, di un’incresciosa omissione o scelta, ma nasconde la verità di un giochetto che andrebbe benissimo anche ai giorni nostri, bravissimi nel proporre il campionicino istituzionale contro l’originale; bravissimi ad anteporre il figlio di Gamaliele (sinedrio/Chiesa) al figlio di un falegname, tanto da rendere incredibile l’intera vicenda, come riporta fedelmente lo stupore che suscitò Mt 13,54-55.

Tutto questo consiglia di non fare alta teologia laddove è scarna prosa che vuole soltanto dirci “Sono io” l’altro è un bluff seppur istituzionale.

Buon Natale

panettone

Bene, ho raggiunto il mio scopo: celebrare il primo vero Natale dei miei 53 anni di vita. Questo volevo e questo mi ha fatto superare tutte le difficoltà dell’attesa, quasi una lunghissima vigilia.

Il calcio m’insegna che “mangiare il panettone” talvolta non solo non è scontato, ma è un gran traguardo e io l’ho raggiunto, sebbene la classifica non sia delle migliori. Consola il fatto che spesso le grandi squadre segnano il loro giro di boa a Natale, venendo fuori alla distanza. Speriamo, anche se, in ogni caso, sono nelle condizioni di dirmi: “Accada ciò che accada”.

Buon Natale, allora, sperando che sia il primo di una lunga e nuova storia.

Ps: forse scriverò due post oggi, così me li tolgo dalla testa