Il falso poeta

sistoQual è l’incipit più famoso al mondo se non il “mezzo del cammin di nostra vita” dantesco? E’ così che Dante apre la sua opera, un’opera che si pone al centro della vita di ciascuno di noi se calcolata di settanta anni e dunque 35 anni ne sono il punto mediano.

Era Pasqua quell’anno, la Pasqua del 1300 e dunque anche Dante, nato nel 1265, aveva anch’egli 35 anni in quella Pasqua che ricorda quella di Gesù per come noi da sempre l’abbiamo datata e descritta: l’anno della crocefissione, infatti, non fu né il 33 d.C. della Tradizione cattolica, né il 30 d.C di una ancor più sciagurata modernità cattolica, ma il 35 d.C. tanto che abbiamo visto che la Scrittura si è trovata costretta a farsi giustizia da sola con ἀρνέομαι che significa “rinnegare, tradire” e usa il verbo 33 volte in 30 versetti denunciando la falsità che circonda la Pasqua cristiana, quella del Risorto, verbo (ἀνίστημι) che non a caso Giovanni, l’evangelista della Pasqua, nel suo Vangelo usa 8 volte, come 8 88 è la ghematria di Ἰησοῦσ (Gesù).

Ci interroghiamo, allora, sulla logica dantesca che colloca la sua Pasqua a 35 anni, come colloca il mezzo del cammino dell’uomo sempre lì, fermo a 35 anni, creando un perfetto parallelismo con quel 35 d.C. che segnò la grande Pasqua cristiana.

Fu un caso che Dante volle ricordare la Pasqua del 35 d.C. iniziando il suo cammino durante la Pasqua che lo vede trentacinquenne, o fu un esplicito riferimento a ciò che ancora si sapeva e insegnava nel 1300 circa l’anno della crocefissione che coincide con la pasqua ebraica del 35 d.C.?

Noi crediamo in Dante, Dante che, come noi, era a conoscenza del 35 d.C. come anno della crocefissione, ed ecco perché ne troviamo l’eco nella sua opera, altrimenti sarebbe inspiegabile che una cronologia biblica alternativa, la nostra, sappia dare ragione del cammino dantesco nei suoi elementi più caratteristici: la Pasqua del 1300 a 35 anni.

Per noi è assolutamente chiaro che il Sommo Poeta fosse al corrente dell’esatta cronologia dei fatti e che pure lui fosse a conoscenza del 35 d.C. come anno della crocefissione, mentre non è chiara, per niente chiara, la struttura della sua opera che sembra suffragare una Tradizione cattolica contando 33 canti per l’Inferno, per il Purgatorio e per il Paradiso, quando 33 non ha nessuna logica scritturale, perché Gesù nacque nel 15 a.C.; morì nel 35 d.C. e iniziò il Suo ministero nel 32 d.C. tanto che possiamo scrivere che il 33 d.C. è assolutamente anonimo e non può appartenere alla perfezione dantesca, casomai appartiene al falso sinora profeta (Sisto V Peretti), da Dante in poi pure poeta.

Riteniamo, dunque, che in origine la Divina Commedia si componesse di tre cantiche di 35 canti ciascuna, ma che qualcuno abbia pensato bene di far scempio delle terzine dantesche come ha fatto scempio di un lago, quello del Valdarno, affinché l’opera di falsificazione avesse il suo alveo e scorresse nei secoli fino all’immancabile catastrofe finale che troverebbe la sua collocazione ideale nel più profondo dell’inferno dantesco.

 

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