Un’insolita passione

Million-Dollar-baby-fight

La morte di Gesù è l’epilogo tragico della Passione, una Passione cruenta quanto potrebbe esserlo solo quella in cui l’artefice è Satana. Il cinema, con Gibson, l’ha ben proposta, perché si sofferma sui particolari di quella violenza che terminerà solo con la morte di Gesù il quale, però, non bisogna dimenticarlo, risorge e la sua vittoria è schiacciante.

Una vittoria che però deve essere ben gestita e sempre il cinema con Eastwood e il suo Million dollar baby ce lo insegna, perché quando festeggi devi temere il colpo di coda, quello che sì, non può toglierti la vittoria, ma non te la fa godere, anzi, te la farà maledire  come nel film.

Tra queste due pellicole s’inserisce un poeta che unico ha scorto nel grido di Gesù sulla croce un grido di vittoria, dunque non dopo la resurrezione è consegnata la palma  del vincitore, ma sulla croce, un attimo prima di morire.

Sono due momenti distinti che richiedono due sguardi diversi e infatti se la resurrezione appartiene al cinema, il grido appartiene alla poesia, più sottile se non addirittura più raffinata. Nell’impossibilità di proporre le pellicole, proporremo la poesia, questa

Non ci fu mai una morte come questa

e io ne ho perso ormai il conto…

La sua battaglia non era con la morte.

La morte era sua serva,

non la sua padrona.

Non era un uomo sconfitto…

Sulla croce

la sua battaglia era qualcosa di molto più serio

che le lingue amare dei farisei.

No, la sua era un’altra battaglia…

Alla fine emise un alto grido di vittoria.

Tutti si chiedevano che fosse,

ma io ne so qualcosa di combattimenti e di combattenti.

Riconosco un grido di vittoria,

tra mille.

(F.ToppingAn impossible God)

La differenza, per chi conosce entrambi i documenti della Passione, quello cinematografico e quello poetico, è notevole perché è solo nella poesia che emerge l’agone nell’agonia.

A partire dai Getsemani si scatena l’ultima cruentissima battaglia tra Gesù e Satana. Quello di Gesù fu un combattimento e non una passiva resistenza al male. Gesù e Satana stavano l’Uno di fronte all’altro e si picchiarono di santa ragione.

Dunque, in questa chiave di lettura, Gesù è ben diverso da quella vittima rassegnata che da sempre abbiamo conosciuto; forse -ma esagero- neanche è più l’Agnello immolato, nella misura in cui si fa immolare perché deve essere immolato, cosa a cui avrebbe potuto dire di no.

Ecco allora il combattimento: esso si colloca in una volontà di Dio non da subire, ma da compiere anche a costo di sudare sangue, come avvenne. Dunque Il grido che Gesù alza è veramente, come scrive il poeta, di vittoria, perché non la Sua, ma la volontà del Padre è fatta e dunque “Tutto è compiuto” (Gv 19,30), è vinto.

Ma è vinto sul Golgota non alla resurrezione. La vittoria è prima e, come abbiamo scritto, deve essere ben gestita. In questo senso altra luce hanno i tre giorni nel sepolcro se Gesù è vittorioso. Essi significano che Gesù si nasconde alla folla; che Gesù non scende in piazza a festeggiare e non esulta impazzito dalla gioia ma prima del tempo: attende che la Sua vittoria si freddi, come il Suo corpo, per evitare il colpo di coda, quello devastante perché non te lo aspetti come in Millions dollar.

Tutto deve calmarsi affinché il vincitore non corra il rischio di aver sì vinto, ma di non potersi godere la vittoria, anzi, forse di maledirla, perché non sarebbe di Pirro, ma del demonio, in realtà.

Tutto cambia, allora, in quest’insolita Passione che vuole Cristo vittorioso alla Sua morte e non alla Resurrezione. Un Cristo che sa attendere e godersi la vittoria, perché mai sottovaluta un avversario che sa capace di ogni meschinità, cioè del colpo di coda. Per questo “muore” agli sguardi della gente e non alla carne.

Egli aspetta che l’avversario scenda desolato, disperato e del tutto vinto dal ring, cioè dal Golgota, per alzare le braccia al cielo e porsi sotto i riflettori. Lo fa quando non c’è più nulla da temere perché sebbene Satana sia il serpente biblico, egli però è uguale in tutto e per tutto a quello presente in natura che, schiacciatane la testa, continua a muoversi attorcigliandosi finché anche quella vita dai riflessi incondizionati non si esaurisca. Solo allora è davvero vinto e innocuo. Prima è ancora capace di un devastante colpo di coda. Gesù lo sapeva e per questo nel sepolcro si è solo nascosto.

Il falso poeta

sistoQual è l’incipit più famoso al mondo se non il “mezzo del cammin di nostra vita” dantesco? E’ così che Dante apre la sua opera, un’opera che si pone al centro della vita di ciascuno di noi se calcolata di settanta anni e dunque 35 anni ne sono il punto mediano.

Era Pasqua quell’anno, la Pasqua del 1300 e dunque anche Dante, nato nel 1265, aveva anch’egli 35 anni in quella Pasqua che ricorda quella di Gesù per come noi da sempre l’abbiamo datata e descritta: l’anno della crocefissione, infatti, non fu né il 33 d.C. della Tradizione cattolica, né il 30 d.C di una ancor più sciagurata modernità cattolica, ma il 35 d.C. tanto che abbiamo visto che la Scrittura si è trovata costretta a farsi giustizia da sola con ἀρνέομαι che significa “rinnegare, tradire” e usa il verbo 33 volte in 30 versetti denunciando la falsità che circonda la Pasqua cristiana, quella del Risorto, verbo (ἀνίστημι) che non a caso Giovanni, l’evangelista della Pasqua, nel suo Vangelo usa 8 volte, come 8 88 è la ghematria di Ἰησοῦσ (Gesù).

Ci interroghiamo, allora, sulla logica dantesca che colloca la sua Pasqua a 35 anni, come colloca il mezzo del cammino dell’uomo sempre lì, fermo a 35 anni, creando un perfetto parallelismo con quel 35 d.C. che segnò la grande Pasqua cristiana.

Fu un caso che Dante volle ricordare la Pasqua del 35 d.C. iniziando il suo cammino durante la Pasqua che lo vede trentacinquenne, o fu un esplicito riferimento a ciò che ancora si sapeva e insegnava nel 1300 circa l’anno della crocefissione che coincide con la pasqua ebraica del 35 d.C.?

Noi crediamo in Dante, Dante che, come noi, era a conoscenza del 35 d.C. come anno della crocefissione, ed ecco perché ne troviamo l’eco nella sua opera, altrimenti sarebbe inspiegabile che una cronologia biblica alternativa, la nostra, sappia dare ragione del cammino dantesco nei suoi elementi più caratteristici: la Pasqua del 1300 a 35 anni.

Per noi è assolutamente chiaro che il Sommo Poeta fosse al corrente dell’esatta cronologia dei fatti e che pure lui fosse a conoscenza del 35 d.C. come anno della crocefissione, mentre non è chiara, per niente chiara, la struttura della sua opera che sembra suffragare una Tradizione cattolica contando 33 canti per l’Inferno, per il Purgatorio e per il Paradiso, quando 33 non ha nessuna logica scritturale, perché Gesù nacque nel 15 a.C.; morì nel 35 d.C. e iniziò il Suo ministero nel 32 d.C. tanto che possiamo scrivere che il 33 d.C. è assolutamente anonimo e non può appartenere alla perfezione dantesca, casomai appartiene al falso sinora profeta (Sisto V Peretti), da Dante in poi pure poeta.

Riteniamo, dunque, che in origine la Divina Commedia si componesse di tre cantiche di 35 canti ciascuna, ma che qualcuno abbia pensato bene di far scempio delle terzine dantesche come ha fatto scempio di un lago, quello del Valdarno, affinché l’opera di falsificazione avesse il suo alveo e scorresse nei secoli fino all’immancabile catastrofe finale che troverebbe la sua collocazione ideale nel più profondo dell’inferno dantesco.

 

Il nome del Figlio

gesuConosciamo lo scandalo di Gesù, ma il suo mistero è ben lungi dall’essere conosciuto se facendosi dall’anagrafe non conosciamo niente di Lui, nemmeno il nome di battesimo perché se ne dicono di tutte “le forme” ed è inutile riportarle, basta dire che, come nel caso dell’anagrafe, “non si sa”.

Dunque non si sa quando è nato, né quando è morto, né quando ha predicato e ci sfugge anche il nome proprio, se volessimo conoscerne la forma ebraica e la relativa pronuncia. Bell’affare dopo duemila anni di cristianesimo che ne sbaglia pure il compleanno, celebrandolo il 25 dicembre quando dovrebbe farlo il 10 agosto, al caldo.

Santiddio, è mai possibile? C’è chi ricorda il giorno esatto della morte del gatto facendo lutto e la cristianità non sa nulla su e di Gesù? Come mai? E’ indubbiamente un mistero grande che noi crediamo solo la ghematria possa sciogliere, se la gente ha voglia di giocare un po’ con le lettere ebraiche e combinarle alla bisogna, cioè alla ricerca di un lemma che sia assonate con “Gesù” ma che offra un valore in linea con la sua storia, cioè la sua cronologia e il suo simbolismo.

Come ha fatto il greco con Ἰησοῦσ che offre un chiarissimo 888 identico a quello di Πησχ (dall’ebraico Pes(a)ch/Pasqua)  e dunque potrebbe darci quell’indicazione o dritta cercata, se un lemma ebraico che rende possibile il nome proprio “Gesù”  offre un perfetto e illuminate parallelo con lo 888 greco, creando un’identità perfetta e non casuale.

Oppure potremmo riferirci, come valore guida, essendo Gesù il nuovo ναός (Gv 2,20), all’intera cronologia templare che dal 945 a.C. giunge al 418 a.C. tracciando tutta la storia del primo e del secondo tempio, passando attraverso i secoli, cioè il 938/7 a.C della prima dedicazione; il 465/4 delle fondamenta del secondo tempio e il 419/8 della dedicazione sempre del secondo tempio.

Vi confesso che ci abbiamo già provato noi con il 419 a.C. che è l’anno, lo sappiamo già, della dedicazione del secondo tempio che però simboleggia il Cristo, essendo 419 ghematria greca di Davide (Δαυίδ) e dunque ci parla del Cristo re, Figlio di Davide.

Al primo tentativo tutto è filato a meraviglia, perché il traduttore di Google, quello che compare automaticamente in homepage, ci ha illuminati. Noi infatti avevamo scritto 419 in lettere ebraiche, cioè תיט, e la traduzione di Google non lasciava dubbi con quel “da Dio” che riportava, poiché quel Cristo simboleggiato dal 419 a.C., dedicazione del secondo tempio, procede effettivamente “da Dio” essendone figlio e dunque quella traduzione non poteva essere casuale, sebbene non facesse riferimento al nome proprio, tuttavia, però, ci aveva messi sulla buona strada.

I problemi però sono venuti dopo, quando cioè abbiamo riproposto lo stesso lemma, cioè תיט e allora il programma sembra sia impazzito, offrendomi oscenità e bestemmie che non riferisco.

La testa al toro la potrebbero tagliare solo coloro che conoscono l’ebraico e l’ebraico biblico, i quali sono gli unici a poterci dire se תיט veramente possa essere tradotto “da Dio” o con “hit” (colpire) come mi ha indicato in un secondo momento un traduttore inglese online di ebraico biblico, resta il fatto, però, che תיט esiste e forse viene pure “da Dio” il quale ha un nome che si può conoscere solo giocando con le lettere dell’alfabeto ebraico che danno pure i numeri: che volete di più?

Levane: un paese, un ponte e la storia

Per scrivere questo post abbiamo durato fatica: sapevamo, infatti, che esisteva una foto del “Ponte di Levane” prima della sua distruzione durante il secondo conflitto mondiale, tuttavia il web non ne offriva traccia, cioè Google e Google immagini non offrivano niente.

E’ stato solo per puro caso che molti anni fa visitammo una pagina Facebook che descriveva “Levane…com’era” in cui si conservano le vecchie foto del mio paese, tra cui quella relativa al “ponte di Levane” di cui ci siamo occupati in un post specifico giungendo alla conclusione che quello che si spaccia per il “Ponte di Levane”, frutto di una stampa a inchiostro, ci pare, è in realtà il ponte romano situato, come ben scrive il Repetti ” a “Bocca d’Ambra”, quando la localizzazione è tutt’altro che facile, perché di “Bocca d’Ambra”, in realtà, ce ne sono due collocate in epoche molto diverse.

Infatti se il lago del Valdarno fu prosciugato, come sosteniamo noi, nel XIV secolo “Bocca d’Ambra” si colloca molto più a monte di quella attuale, perché l’Ambra non confluiva, come ora, nell’Arno, ma nel lago. Quindi quella che attualmente intendiamo per “Bocca d’Ambra” è frutto del prosciugamento che ha obbligato il torrente a confluire naturalmente nell’Arno, quando prima, lo abbiamo scritto, confluiva nel lago.

Capito questo ci siamo messi alla ricerca di un ponte sotto il paese di Bucine che si colloca a monte di levane seguendo il corso dell’Ambra e infatti lì sono ancora presenti le vestigia di un ponte romano -così vuole da sempre la tradizione anche se alcuni lo vedono medioevale. Tutto ciò ha segnato una perfetta coincidenza tra il nostro ragionamento e i fatti che ci mostrano un ponte laddove dicevamo avrebbe dovuto esserci.

Ecco, questo è il riassunto della questione che credevamo finita, ma solo perché non in possesso della foto del “ponte di Levane” ante guerra che sin da subito si mostra molto diverso da quello che erroneamente è attribuito al paese, cioè quello di “Bocca d’Ambra” con una didascalia tra l’altro che tradisce un particolare importante se scrive che sullo sfondo del ponte si vede la torre di Galatrona, la quale non appartiene assolutamente al paesaggio levanese ma di Bucine, confermando ancor più che “Bocca d’Ambra”, per come ritratta dalla stampa, appartiene a quel comune e a quel paesaggio e non ad altri.

Ma vediamo adesso le due foto comparandole per scoprire eventuali diversità che sole ci possono testimoniare il fatto di essere di fronte a due ponti assolutamente diversi. Partiamo dal ponte di “Bocca d’Ambra” che già conosciamo.

Ponte_levane

Come potete vedere il ponte a “Bocca d’Ambra” ha tre arcate soltanto, giustificando un passaggio breve sul torrente e infatti laddove è il ponte romano, che noi diciamo essere quello di “Bocca d’Ambra”, si attraversa un punto molto stretto sull’Ambra, tanto che per coprirlo ci vogliono, appunto, solo tre arcate.

Inoltre il ponte è assolutamente in livello, cioè piano, non mostrando nessuna curvatura in ingresso o in uscita.

Infine le torrette di guardia sono poste alle sue estremità.

Adesso vediamo il “ponte di Levane” precedente la seconda guerra mondiale.

casa ponte

Come si nota sin da subito le arcate sono almeno quattro, ma è facile immaginare la quinta, perché la foto è tagliata. Questo crea subito una notevole differenza che ci parla di un tratto del torrente ben più ampio rispetto a quello ritratto a “Bocca d’Ambra”, tant’è che anche oggi il torrente ha un letto ben maggiore rispetto a quello bucinese dove si colloca il ponte romano. Siamo insomma di fronte a due luoghi diversi che hanno richiesto due costruzioni diverse, tant’è che il numero delle arcate è maggiore in uno dei due ponti.

La seconda differenza è altrettanto evidente, se si ricorda che abbiamo scritto che il ponte romano a “Bocca d’Ambra” è in perfetto livello, cioè non presenta curve né in ingresso né in uscita, mentre quello di Levane ha una leggera curvatura in entrambi i sensi, curvatura a tutt’oggi presente che ne fa un’architettura diversa.

Inoltre le arcate del ponte sono molto più accentuate e questo riflette un’ingegneristica che si è ispirata a necessità diverse quali forse, ad esempio, piene di portata molto superiore come del resto è a tutt’oggi.

Da ultimo le torrette che a Levane sono centrali e non poste all’estremità del ponte e questo è un altro elemento architettonico che segna una notevole differenza.

Noi, con i mezzi di cui disponiamo, abbiamo potuto rilevare solo queste quattro differenze, ma siamo certi che a un esame più attento ne emergerebbero altre, confermando che il ponte a “Bocca d’Ambra” assolutamente non si colloca a Levane, ma sotto il comune di Bucine, laddove prima dello scempio del 1316-1321 confluiva l’Ambra, nel lago, però, non nell’Arno.

Interessane sarebbe, allora, un attento esame architettonico delle due costruzioni che magari tradirebbe due diverse architetture: “Bocca d’Ambra” romana; Levane medioevale dicendoci che le due costruzioni appartengono a due epoche ben distinte; la prima  precedente il prosciugamento del lago; la seconda dopo, quando cioè fu necessario costruire a Levane il ponte sull’Ambra che aveva scavato il suo corso sul fondo del lago prosciugato dall’uomo e non dalla natura.