Roma, la città “fragile”

marco

Ieri abbiamo visto che Apocalisse non fu scritta, secondo noi, a Patmos nel Mar Egeo, ma bensì in uno scenario più consono all’opera che conclude la storia e la Scrittura: Roma, la capitale di un impero che aveva tenuto a battesimo quel Gesù di cui l’opera è testimonianza.

Ci siamo appellati a una ricerca delle prove della presenza di Giovanni a Roma, in particolare nell’Isola tiberina perché quella è l’isola a cui fa riferimento Giovanni parlando della sua reclusione. Adesso ci chiediamo cosa significherebbe avere ragione, cosa significherebbe, cioè, la presenza di Giovanni a Roma e non nel Mar Egeo.

Ci viene subito in mente, allora, la sua Apocalisse in particolare i versetti 16,19-20 in cui si parla del terremoto catastrofico che colpisce la “grande città” che si divide in tre parti. Non crediamo alla strage, né la invochiamo, state tranquilli, perché noi vediamo quelle tre parti collocate nell’opinione pubblica che sinora ha conosciuto due soli patroni di Roma: Pietro e Paolo, tant’è che a Roma, certamente in Vaticano, è festa per San Pietro e Paolo, patroni di una città e di una Chiesa.

Ma cosa accadrebbe se in questo contesto duplice ma monolitico s’inserisse una tradizione apostolica non diversa, ma dimenticata perché sepolta tanto era scomoda? Non avremmo che i padrini e i patroni della città diverrebbero tre, cioè Pietro, Paolo e Giovanni? L’opinione pubblica, i cittadini di Roma non avrebbero un altro patrono? Certamente, e questo dividerebbe la città in tre parti con un terremoto catastrofico, perché la Tradizione romana si spaccherebbe in tre parti, forse inconciliabili dato l’enorme risonanza e fama che l’apostolo prediletto, Giovanni, da sempre ha.

Tutto ciò costituirebbe la presenza di un tertium che stavolta è dato, un outsider oltremodo scomodo per la Chiesa del primato petrino che dovrebbe fare i conti nientemeno che con Giovanni, il gigante, il prediletto, colui che rimase fedele sino ai piedi della croce e a cui fu consegnata Maria proprio per questo, perché una madre la si affida solo a chi ha dimostrato il coraggio di sfidare il mondo, di sfidare la Passione, di sfidare Satana.

La città difficilmente resisterebbe al suo richiamo e questo scuoterebbe la profondissima faglia su cui è fondata e che ha resistito a tutto, sinora, ma non resisterebbe a quel terremoto che salirebbe dal suo profondo facendola crollare e dividere in tre parti: Pietro, Paolo e, a sorpresa, Giovanni.

Roma sa su cui è fondata, forse chi l’ha fondata: certamente Romolo e Remo se stiamo alla storia, ma se ci appelliamo alla fede molto tradisce l’Apostolo, sebbene con spunti davvero sottili come il nome della città che non a caso è Roma, quando se letto a rovescio diviene amoR, cioè amore.

Noi in un post avevamo indicato con ἀγάπη (amore) il sigillo di Giovanni al pari degli altri e ben più conosciuti, perché ἀγάπη (amore) compare sette volte nel suo Vangelo come tutti gli altri “sette” che disciplinano l’intera opera Giovannea, dal Vangelo ad Apocalisse (segni, chiese, sigilli, trombe e coppe).

A tutto questo si unisce il leitmotiv delle sue Lettere che è appunto l’amore che ci parla di una città che essa stessa amore nella misura in cui l’ha scritto nel nome proprio, sin dalla fondazione: amoR.

Non appaia un caso, allora, che lì, su quell’Isola tiberina, la tradizione forse abbia ispirato il nome del suo famoso ospedale: il Fatebenefratelli che emerge dalla storia di un isola e di una città che s’ispirano alla carità fraterna, a un bene agire per non tradire una città che è sì Roma, ma ancor più amoR.

Lo so, sono discorsi fragili, fragili come l’amore, ma sono certo che il cinema mi troverebbe d’accordo se lui stesso ha scritto che Roma una volta era un sogno che “lo si poteva soltanto sussurrare: ogni cosa più forte di un sospiro l’avrebbe fatto svanire. Era così fragile” (Marco Aurelio ne Il gladiatore).

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