La Gioconda, il sorriso di uno struggente ricordo

800px-Mona_Lisa,_by_Leonardo_da_Vinci,_from_C2RMF_retouchedPrima di affrontare nel blog la questione boccaccesca della presenza, nel Valdarno, di un lago anziché di una zona paludosa, come credo la novella di Rinaldo lasci intravedere a molti, ho scritto alla Dottoressa Antonella Piras che sul paesaggio del Decamerone ha compilata la sua tesi di laurea in architettura.

Ella non esclude la possibile presenza di un lago, però sembra far pensare che la descrizione conduca più a una zona paludosa, perché infestata dai tafani, dalle mosche e caratterizzata da una flora tipica di una palude, tanto che riporta un passo fondamentale della novella valutandolo ironico, poiché ci descrive quel luogo come “non può essere al mondo migliore”. Dunque appare chiaro che il suo giudizio penda più sulla palude che sul lago, anche se non ne esclude la possibile presenza.

Vorrei, allora, aprire quel confronto a cui la Dottoressa Piras mi ha invitato nella sua mail di risposta e dire che tutto ciò mal si concilia con “La Gruccia”, frazione di quel “Valdarno di Sopra” citato dal Boccaccio, se l’etimo tradisce, cioè ci consegna, dapprima un francesismo, poi un lemma tedesco, come dimostra questo dizionario etimologico e la Treccani che definisce “crocco”, dal francese croc, il cui  etimo è spiegato dal dizionario etimologico, come un uncino da pesca per pesci evidentemente di grossa taglia.

Vorrei chiedere alla Dottoressa come spiega la presenza di pesci di taglia così grossa in una palude, ma anche in Arno, fiume che conosco bene e che d’estate offre una balneazione così tranquilla che lì vicino a La Gruccia c’era e c’è un luogo chiamato “La colonia” perché ci andavano le scolaresche a fare il bagno?

L’Arno in quel punto, cioè nel corso de La Gruccia, è quanto di più distante da un habitat che possa ospitare pesci dalla taglia così grossa da strappare eventuali reti o da impedire di poterle issare a bordo e dunque il toponimo “Gruccia”, dal francese croc (uncino), rimarrebbe un mistero, a meno che l’ipotesi meno probabile che si avanza circa la novella di Rinaldo, cioè un lago al posto della palude, sia quella valida, cioè essa è ambientata sulle rive di un lago ricco e profondo, magari infestato dai tafani e dalle mosche, ma ugualmente ricco e profondo, tanto da ospitare pesci della taglia di un tonno, se i “crocchi” sono a tutt’oggi gli uncini con cui si issano a bordo dopo averli irretiti.

Credo che “La Gruccia”, dottoressa, tagli al testa al… tonno e dimostri, oltre ogni ragionevole dubbio, la presenza di un lago in epoca longobarda (VI-VIII secolo), come dimostra che è assolutamente certo che fosse ancora presente ai tempi di Petrarca, Dante e Boccaccio, mentre nel secolo di Leonardo e de La Gioconda era solo uno struggente ricordo.

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