“Andar per Pelago”

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Ieri, oltre ad altre cose, ci siamo chiesti quale nome avesse il Lago del Valdarno, perché un nome, abbiamo scritto, doveva pur averlo prima dello scempio naturale e linguistico che ha voluto attribuire a una valle splendida il nome del corso di un fiume (Arno) che, seppur famoso, non poteva certamente competere con i secoli che per primi avevano tenuto a battesimo quelle zone nutrendole con una storia che credo abbia davvero pochi eguali nel mondo: Etruschi, Romani, Galli, Annibale, Longobardi, Dante, Petrarca, Boccaccio e da ultimo, ma solo a causa della nostra limitata conoscenza, Avignone che la uccise.

Inoltre, sempre ieri, abbiamo concluso con il sonetto dantesco dedicato all’amico Guido, sonetto che invita ad andar per mare per “ragionar sempre d’amore”. Un mare che certamente è poetico e che per questo ispira con la sua atmosfera, ma noi ci chiediamo se sia anche un mare geografico che certamente potrebbe essere il vicino Tirreno a tutt’oggi meta dei fiorentini, ma anche qualcosa di ancora più vicino a Firenze se a 26 chilometri (19 in linea d’aria) si trova il comune di Pelago e Pelago ne dista all’incirca altrettanti da Incisa Valdarno (sempre a 19 in linea d’aria) che, quando ancora era presente il lago, costituiva l’inizio di quel “pelago” (mare) fiorentino cantato da Dante, Petrarca e Boccaccio, qualora nella versione rimasta integra del Decamerone, Boccaccio ci parli non dell’Arno, ma verosimilmente del “pelago”, cioè del mare, perché il greco classico lo scrive πελαγως (pelago) il mare.

Alla luce di tutto questo, il sonetto dantesco non proporrebbe un mare immaginario, poetico, astratto, ma qualcosa di fisico, naturale e frequentato, tanto che ci viene il dubbio se Dante, come Boccaccio, non avesse concluso il sonetto citando non il “mare” come luogo universale d’incontro e d’amore, ma il “pelago”, cioè il lago del Valdarno prima del suo criminale prosciugamento, perché di mezzo non ci è andata solo la natura nella sua interezza, ma la letteratura (Boccaccio) e la poesia (Petrarca e Dante) aggiungendo all’ecatombe l’anima stessa di quella ispirazione che ha nutrito i vertici della letteratura italiana.

Si tratta di nuovo, allora, di cercare una copia rimasta intatta del sonetto dantesco che magari, come nel caso del Decamerone, ha tradito, cioè consegnato, ai posteri la verità che riposa intatta, nel caso avessimo ragione, nel profondo di un “pelago”, cioè di un lago umiliato e offeso dalla anonima e pessima prosa del Valdarno.

Se avessimo ragione, perché anche Dante, come magari Boccaccio, scrive “pelago” (magari addirittura con la maiuscola) anzjché “mare”, quando, tra l’altro, ci appare più appropriato per un sonetto, avremmo non solo due prove dell’esistenza del lago nel Trecento, ma anche la certezza che quello, cioè Πελαγω (Pelago), era il suo nome di battesimo e la madrina fu la Storia.

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