Anciolina, la sorpresa è dietro l’angolo

anciolina

Nei post dedicati al Valdarno abbiamo visto che tutto tradisce la presenza di un lago fino al XIV secolo. Da ieri ci siamo concentrati sull’urbanizzazione dell’area valdarnese che non ne ha voluto sapere, fino al XIII secolo, di erigere una qualsiasi forma di edilizia civile sulla fertile e ottimamente irrigata pianura formata, secondo tutti, dal prosciugamento del lago nel Pleistocenico.

Ci è sembrata cosa davvero strana, perché le fertili valli erano la prima risorsa di un’economia basata esclusivamente sull’agricoltura. Il silenzio urbanistico del Valdarno, dunque, testimonia un’impossibilità a costruire, sebbene le civiltà che in quei luoghi si sono succedute siano note per la loro capacità urbanistica, tanto che hanno disseminato il territorio circostante di testimonianze, ma non nel Valdarno che offre fino al XIII secolo solo castelli in altura.

Ma la toponomastica non si ferma solo agli esempi del castello di Montevarchi, di San Giovanni e di Figline, perché presenta un caso molto curioso con un borgo che solo i valdarnesi conoscono: Anciolina. La sua etimologia la si fa risalire ad ancia lemma umbro (magari “montesco”, cioè di Monte S. maria Tiberina, dove abito, chissà) che significa “aquila”, niente meno.

Io invece lo farei risalire a un lemma marchigiano molto assonante e più famoso: “Ancona” che come “Ancolina” tradisce il greco Ἀγκών (gomito, angolo) che in un linguaggio marinaro o lacustre conduce a “insenatura” cioè a quella parte del mare o di un lago che s’insinua nella terra ferma (un fiordo, insomma).

Ecco allora, con l’ausilio di una cartina satellitare che il lago del Valdarno “s’insinua” nel braccio terranovese fino a Lancolina giungendo sino alle pendici del Pratomagno, tanto che la strada che adesso lo attraversa, giunge a Loro Ciuffenna, comune del Pratomagno.

Tutto questo non ci parla solo del lago, ma di ciò che si è consumato sulle sue acque: dapprima una strage con il prosciugamento artificiale nel XIV secolo; poi si è cercato di coprire l’inutile ecatombe (la sede papale tornò a Roma) falsando tutta quanta la storia, l’urbanistica, la toponomastica, la letteratura (Petrarca) e le memorie cittadine fatte passare per leggende da taverna con pessimo vino, dando così ragione a coloro che definiscono la storia il velo con cui si copre quanto in realtà è successo: un’ecatombe inutile, mostruosa, demoniaca compiuta solo per la comodità di alcuni il cui tempo era prezioso quanto le amanti e gli amanti che dovevano raggiungere.

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