“Chiare, fresche e dolci acque”. Levane, da un incanto poetico all’inferno dantesco

petrarca“Nell’Ambra si vedevano correre i cavalli; dopo il concilio di Trento non si sono visti più” questa è la storia secondo un ciabattino, Fulvio Parigi, “Fulvio di striscia” per gli amici, insegnata dal basso di un desco. Una storia che appare folle o frutto del “rosso valdarnese”, peperoncino politico autoctono e noto mangia-preti, capace, con il suo livore, d’inventarsi la solita velenosa favola anticlericale.

Peccato che sia uscita dalle labbra di un bambino, cari cattolici, un bambino che andava a Messa tutte le domeniche; da sempre democristiano e per giunta, come se non bastasse, pure monarchico per sua ammissione. Dunque, o vaneggiava o diceva quel vero che oggi chiameremmo onestà intellettuale, quella che riconosce gli errori -e gli orrori- degli amici.

Quei cavalli che Levane vedeva correre abbiamo detto essere stati il pegno  e l’impegno che il cielo si prese per fare giustizia, sebbene quella giustizia pendesse come una lama sulla testa della Chiesa Cattolica, perché negli conciliari tridentini i cavalli smisero di galoppare nell’Ambra e questo la denuncia, come ha confortata una popolazione terribilmente provata, proprio nella fede in quella chiesa dopo aver subito, impotente, lo scempio romano di quanto aveva di più caro: il suo lago.

Apparirebbe nostra ricostruzione e in parte è così, ma ci abbiamo ragionato sopra affinché anche il lettore comprenda sia le nostre ragioni, sia le ragioni di un ciabattino che ha avuta la presunzione di insegnare. Siamo giunti allora ad incrociare tutti i dati in nostro possesso nella figura di Dante, Petrarca e la cattività avignonese che si contendono gli stessi anni.

Infatti tra il 1316 e la morte di Dante (1321) si giocò la sorte del lago, perché nel 1316 Giovanni XXII portò definitivamente la sede papale ad Avignone e questo creò tutta una serie di problemi con le comunicazioni con Roma, la quale era ben lungi dall’essere stata spodestata, tant’è che dopo la cattività accolse di nuovo la sede papale.

Furono anni, quindi, di frenetici contatti con l’Oltralpe, un andirivieni tra l’Italia e la Francia che vide passare sull’unica via transitabile migliaia di cardinali e vescovi, i quali si trovarono a dover risolvere il problema del lago valdarnese che faceva tappo costringendo a lunghe soste.

Siamo certi che la via che attraversava il Valdarno fosse l’unica, non tanto perché non ce ne fossero altre, ma perché tutte le altre non avevano poste per i cavalli e ricoveri sicuri: Firenze (il Nord) era collegato all’aretino (Sud) attraverso il Valdarno, come oggi è testimoniato dalla A1 (Autostrada del sole) che lo attraversa, dicendoci che quello da sempre è il percorso migliore sebbene la tecnologia abbia fatto miracoli.

Fu Avignone che spinse una storia dall’enorme cabotaggio sul quel piccolo ma splendido lago prosciugandolo con la sua immersione e Levane nulla poté al passaggio di quell’enorme bastimento storico. L’unica cosa che le fu permessa fu di appellarsi al cielo, un cielo che rispose dando un segno che confortasse una popolazione distrutta dall’ecatombe che necessariamente si svolse sulle sue rive e non quelle incisane, perché la fauna ittica, quando sente prosciugarsi il suo habitat naturale risale la corrente, in questo caso risale l’Arno che alimentava il lago, unica speranza di sopravvivenza. Ecco allora ammassarsi sulle rive levanesi, poste sull’immissario, un enorme quantità di pesce in cerca di salvezza, salvezza che era impossibile e su quelle rive e su quei fondali morì e marcì.

Dante per questo descrisse lì il suo inferno: su quelle rive era stato scritto prima di lui e Caronte è sì un personaggio di fantasia, ma ci parla di charòn(t)eion, cioè del “luogo puzzolente” che era diventato Levane. Troppa poca fantasia sarebbe quella del Sommo poeta per essere stato ispirato, come si dice, dall’anonima gola che attraversa l’Arno a pochi passi da Levane Alta. La fantasia di un poeta quale Dante poteva essere solo smossa da un fatto epocale, come epocale fu quell’immane strage ammassata in pochi metri quadrati in cui si era concentrata la quasi totalità della fauna ittica del lago in cerca di salvezza.

Come poca cosa sarebbe la fantasia dell’altro poeta che vive gli anni della cattività avignonese: Petrarca e le sue “chiare fresche e dolci acque” che non furono secondo noi quelle di una fonte francese, come si scrive, ma del suo  amato lago, perché, sebbene nato ad Arezzo, i suoi anni e ricordi d’infanzia attingono alle sponde del lago, ad Incisa dove ancora resiste la sua casa.

Una fonte non ispira amore per la sua portata d’acqua, mentre un lago ispira l’amore per la sua atmosfera, per le sue “chiare, fresche e dolci acque”, cioè quelle di un lago forse ancora esistente al momento dell’ispirazione, oppure ancora esistente nella memoria del poeta che vi ha tratta la sua ispirazione.

In caso contrario troveremmo alquanto bizzarro che sia proprio Petrarca, valdarnese adottivo, a cantare con un sonetto la dolcezza dell’acqua e dell’amore che ispira, un Petrarca che vive non a caso, dunque, la sua infanzia a Incisa, l’altra estremità di un lago che tutto fa pensare esistente in quegli anni.

La sorte del lago, allora, si gioca in quegli stessi anni in cui, come i pesci risalirono la corrente concentrandosi a Levane, così i cardinali, Dante e Petrarca si sono dati appuntamento sulle acque del suo lago, testimoniandocene l’esistenza tra un sonetto e una strage di passaggio, cioè tra il 1316 e il 1321, anno della morte di Dante che già aveva scritta la sua Commedia.

“Nell’Ambra si vedevano correre i cavalli; dopo il concilio di Trento non si videro più” non è fantasia, come fantasia non è Avignone, Dante e Petrarca chiamati in giudizio a testimoniare la versione di un ciabattino che riferisce di uno strano disastro ambientale di cui era persa memoria, i cui responsabili (cardinali) hanno fatto di un incanto poetico (Petrarca) l’inferno (Dante).

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