Adesso ti credo

cavalli

Il post precedente ha aperta la Scrittura in un lemma alquanto oscuro: l’anticristo che rimane ignoto nonostante Giovanni nelle sue lettere ce ne parli apertamente sebbene nella sua accezione universale. Tuttavia la definizione si evolve a causa del contesto e via via l’anticristo cambia sembianze divenendo, paradossalmente, più evidente.

Come è evidente che si oppone al Cristo persona (Anticristo) e al Cristo storia (antecristo), una storia che eleva i Suoi altari in un divenire che è sì progresso, ma nella misura in cui vuole ricondurre al paradiso adamitico.

Gli altari che la storia eleva, dunque, sono gli altari del Cristo che scrive la Sua storia a cui si oppone l’anticristo che combatte il Cristo persona e il Cristo storia. Una di queste battaglie che vorrebbero rendere vano il progetto divino si combatté a Trento dove si tenne il famosissimo concilio che chiuse la prima solenne sessione nel 1547, quando 1547 è la ghematria proprio di Αντίχριστος (anticristo).

Ma c’è anche un altro lemma greco che conduce non tanto al concilio quanto a coloro che lo tennero (verosimilmente i cardinali cattolici, perché ultima nostra preoccupazione è sapere chi tiene i loro concili) lì riuniti. La ghematria vuole che 1547 riconduca a υπεραιρομαι (2Co 12,7) verbo che meglio di ogni altro ci parla dell’anticristo se significa “essere esaltati, altezzosi, arroganti, insolenti, sprezzanti” e chi più ne ha, più ne metta.

Nessun altro verbo poteva descrivere quel concilio e i suoi partecipanti, perché a Trento si tenne il concistoro dell’anticristo, fermo nel proposito di bloccare la storia (la Riforma protestante che elevò l’altare del 1523) per poi farla sua. L’anticristo solo è “arrogante”, “superbo”, “esaltato”, “insolente” perché, in una parola, è il diavolo il quale da sempre si fregia di certi titoli che ben si accompagnano a quello cardinalizio, un po’ più dimesso, è vero, ma fa la sua figura nel contesto adatto, in particolare quello tridentino.

Sembrerà paradossale che in questa cornice anticristica s’inserisca di nuovo quella voce di paese conservata in un negozio di ciabattino, voce che già ha fatto il suo ingresso nel blog quando ci siamo occupati del Valdarno, un Valdarno che da solo, con il suo lago, riesce a definire l’evoluzione una teoria senza tempo, nel senso che gli necessitavano milioni di anni e se li è presi.

Sì, presi, inventati perché la toponomastica del Valdarno e del suo lago “pleistocenico” tradisce un prosciugamento ad opera dell’uomo con Incisa Valdarno, se incisa è il participio femminile di incido (incidere); come Figline Valdarno tradisce figulina, figulinae (terracotta) cioè una località sorta grazie alle argille affiorate dal prosciugamento del lago in epoca almeno tardo romana, ma vedremo che non è vero.

infatti il genius loci del mio paese natale, Levane, ha conservata gelosamente la figura di Caronte “il nocchiero infernale” di Dante, perché Levane era ed è la punta a Sud del lago per cui luogo di approdo e traghettamento. Crediamo, allora, che il prosciugamento del lago sia avvenuto negli anni di Dante il quale, magari in viaggio o addirittura in cerca d’ispirazione per il suo Inferno, si recò a Levane vedendo di persona lo scempio di una flora e di una fauna ittica massacrata e lasciata a marcire. Lì, a Levane, incontrò Caronte, nome forse neppure di fantasia, che gli pianse sulla spalla e lo commosse a tal punto da ispirargli uno dei personaggi più famosi della sua Commedia: Caronte, appunto.

Affermiamo questo perché Levane, sebbene frazione, ancora annovera tra le sue località La valle dell’inferno che risulta tra le riserve naturali della regione, la Toscana. Non può il caso condurci in un labirinto di memorie frutto della fantasia popolare. La memoria storica di un luogo spesso trasforma, ma non inventa, se la definizione stessa di leggenda ci dice che ognuna di esse conserva un fondo di verità.

Tutto questo nasce dai colloqui fanciulleschi che ho avuto con mio nonno che spesso mi parla vi di Levane Alta “dove ci attaccavano (attraccavano) le navi”, le navi non le barche e questo ci parla del lago, non dell’Arno. Ho sempre pensato che di voce in voce piccoli barchini di pescatori in Arno fossero divenuti navi e forse ho addirittura sorriso, ma adesso non più.

Come non sorrido più dell’altro racconto fantastico che mio nonno mi riassumeva con una frase laconica e per me quasi incomprensibile, cioè che nell’Ambra, il torrente che divide il paese, “si vedevano i cavalli correre; dopo il Concilio di Trento non si sono visti più”.

Fa sorridere non è vero? Non pare una folle voce di paese inventata nelle,poche, ore di ozio? Sì, lo appare, ma alla luce di quel Concilio tridentino che ha tradita la sua natura anticristica nell’origine,, nello scopo e nei suoi membri, ti viene davvero da pensare se l’umile racconto di un ciabattino abbia ragione sulla favola esaltata, superba, ostinata e arrogante di un intero collegio cardinalizio riunito in concilio e umilmente chiedere: ” Nonno, di che cavalli parlavi, perché adesso ti credo!”.

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.