Che peccato!

paradisoNel post precedente siamo andati oltre, oltre quello che un Natale da celebrarsi il 10 agosto permetterebbe e abbiamo immaginato un’ipotetica cristiana comunità primitiva in cui il messaggio cristiano era vissuto nella liberà concessa ai figli di Dio. Una libertà che si fa paradosso con l’incesto (1Cor 5,1-5), ma che tradisce così una norma che giustifica quel paradosso, norma e normalità che a noi sembrerebbero assolutamente paradossali, ne sono convinto.

Noi per primi abbiamo parlato di vertigine, quella che sola può dare una radicale scelta d’amore che si fa unica legge, incarcerando colui che ha incarcerato l’amore: il demonio. Si spezzano le catene del peccato, allora, e veramente il Figlio rende liberi (Gv 8,36), liberi di amare pienamente.

A noi per primi tutto ciò è parso assurdo e abbiamo riflettuto sulla sostenibilità di una realtà del genere. Siamo così giunti a Genesi, libro che non finisce mai di stupire per la sua capacità di descrivere l’Eden primigenio, il paradiso perduto.

E’ lì che di nuovo abbiamo letto di quella libertà di cui i frutti sono simbolo. Adamo ed Eva potevano mangiarne di tutti gli alberi, potevano, cioè, assaporare la vita nella sua pienezza. Solo di uno non potevano mangiare ed era quello del bene e del male. E lì Dio era stato chiaro minacciando la morte.

Quei frutti del bene e del male, a nostro parere, altro non sono che la conoscenza che si fa scienza, cioè pensiero autonomo da Dio e con cui l’uomo costruisce il proprio mondo, la propria morale ed etica. Adamo e sua moglie mangiano invece di quei frutti e la prima conseguenza è la vergogna perché si scoprono nudi.

Ma prima nudi lo erano e non soffrivano a causa del pudore. Erano nudi come un bambino può esserlo senza provare nessuna vergogna, dunque è l’aver mangiato i frutti del bene e del male che ha generato la vergogna.

Questo significa che l’aver stabilito ciò che era bene e ciò che era male ha prodotto il pudore che appartiene all’uomo e non a Dio se è la conseguenza di una scelta che ha ignorato l’ammonimento divino.

E’ l’uomo, dunque, che ha “inventata” la vergogna ed è l’uomo che ha inventato il suo peccato, nel senso che lui ha stabilito cosa sia peccato, decidendo cosa sia bene e cosa sia male. Poi paga anche l’altra conseguenza, cioè la morte promessa che infatti s’introduce in Eden attraverso quelle pelli di animali con cui Dio veste la “vergogna” dell’uomo, perché quelle pelli sono state tratte da un animale vivo che necessariamente deve essere stato ucciso prima. Ed ecco, silenziosa e discreta, che fa ingresso la morte.

Vergogna e morte, dunque, sono le conseguenza di una scelta sciagurata che non tiene conto della sapienza divina, ma ne produce una umana e dalla libertà primigenia, cioè dal paradiso, l’uomo giunge alla schiavitù di un peccato che lui stesso si è inventato, precipitando in un inferno che si è meticolosamente costruito.

Mi pare, allora, se questo è il possibile scenario della disgrazia, che veramente Gv 8,24 abbia una lettura ben diversa. Quel “morirete nei vostri peccati” non ci parla dei peccati commessi, ma dei peccati che l’uomo si è imposto stabilendo una morale che ha generato dapprima la vergogna, poi la morte.

Ecco che il Cristo nuovo Adamo assume forse un’altra luce, perché è venuto a spezzare le catene di un peccato che sciaguratamente l’uomo si era inventato. Gesù ristabilisce l’equilibrio iniziale dove l’amore è il fulcro. Il peccato è cancellato; non solo “rimesso”, ma rimosso in virtù di amore che si fa legge: l’unica.

L’inferno perde, assieme a Satana, il suo potere , il potere che gli conferisce il peccato che genera dapprima la vergogna, poi la morte. Dunque non è una confessione sistematica che incatena l’inferno, ma la distruzione di ciò che lo genera, cioè il peccato.

Solo nell’amore l’uomo ritroverà il paradiso perduto, perché se in Adamo tutti abbiamo peccato (1Cor 15,22) nessuno si salva e “l’accusatore” (Ap 12,10) farà sempre il suo mestiere, importandogli poco se hai ucciso o se sei calvo: a lui interessa solo ciò che ti genera dolore e con il dolore, il dolore del peccato e della vergogna, ti rende schiavo, suo schiavo.

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