Spudorati

spudoratiCi siamo già occupati di Paolo, Paolo il grande falso della Scrittura, Paolo il serpente. Ce lo hanno rivelato due dubbi e una certezza: cioè la sua reticenza nel dare le prove supposta vocazione e la sua ghematria, una ghematria che conduce al 587 a.C. il quale coincide con un’altra ghematria greca quella di serpente.

Non vogliamo riproporre quanto sinora scritto, vogliamo invece spingerci a fondo nel messaggio cristiano che Paolo ha tradito. Un messaggio che fu amore, un amarsi come Cristo ha amato e che poi si è perso, legato da catene forgiate ex-novo dopo che quelle precedenti erano state spezzate da Cristo.
Le ha forgiate Paolo quelle nuove catene, perché c’è traccia nella Scrittura e nella teologia primitiva di un amore folle, ma in “un tempo piccolo” (questa canzone capolavoro credo appartenga a Califano. Mi scuso se non fosse così); un amore libero che si è voluto ridurre di nuovo in schiavitù.

Nell’espressione agostiniana “ama e fa ciò che vuoi” si condensa tutto il messaggio cristiano originale. L’amore nella sua massima espressione e libertà che non conosce il peccato se non laddove è peccato. Il peccato è il peccato, perché Genesi ci dice di non “conoscere” ciò che è bene e ciò che è male (Gn 3,3), cioè non stabilire noi una nostra morale, in caso contrario è la morte, la morte in un peccato che noi abbiamo definito tale e che non ci stanchiamo di produrre.

Giovanni, in questo senso, è chiaro quando riporta le parole del Cristo: “Se non crederete che io sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 8,24). Frase non compresa a dovere e malissimo interpretata, perché quei “vostri peccati” non sono i peccati commessi, ma quelli che ci siamo immaginati, quelli che ci siamo inflitti volendo noi stabilire una morale.

Forse è proprio questa la conoscenza della verità (Gv 8,32) che rende liberi, liberi dal peccato fino al punto di godere di una vita piena, una vita nell’amore che non conosce il peccato se non quello di non amare.

E’ proprio Paolo che tradisce il senso originale dell’amore cristiano quando vuole accusarlo. Quell’amore aveva forse raggiunto vette parossistiche nell’incesto, un incesto che Paolo consegna a Satana (1Cro 5,5), cioè avoca a se stesso per il giudizio e la distruzione ergendosi a Dio nel giudizio.

A noi tutto ciò da un senso di vertigine, anzi io, io che per cultura e formazione, mai avrei creduto questo, vivo quella vertigine, ma resta il fatto che quell’incesto ci dà la misura esatta di come le comunità cristiane primitive vivessero quell’amore, se l’incesto è il suo paradosso.

Dunque “ama e fa ciò che vuoi” non è la follia di Agostino, forse neppure l’incesto è la follia di alcuni, ma sono entrambe espressioni di coloro che vissero la “fonte “cristiana prima che venisse imbracata da coloro che si ergono a Dio e rendono l’uomo loro schiavo in nome di una vergogna che dovrebbe arrossare solo la faccia di coloro che forgiano le catene di un amore schiavo.

Devo ricredermi, devo ricredermi in tutto, in nome dell’amore che non conosce il peccato se non quello di non amare. Bene allora ha scritto Alessandro Angelini nella sua raccolta di poesia. Gay dichiarato (il primo di tutta Città di Castello) a cui Satana ha spappolato il cervello costringendolo al ricovero psichiatrico per una persecuzione sistematica (vessazione diabolica) a cui pure io sono stato sottoposto sebbene etero dalla testa dura, però.

Alessandro ha scritto “Amarsi così, senza pudore” e io gli do ragione, perché la vergogna non appartiene a chi ama, ma a chi vorrebbe ridurti in schiavitù con i peccati che lui stesso ha inventati, affinché, di comma in comma peccaminoso, si generi una coscienza di per se stessa peccaminosa che ha un bisogno costante di redenzione. Questo genera un controllo totale sulle coscienze inevitabilmente ricattabili, un controllo totale sull’uomo che precipita all’inferno proprio a causa del suo bisogno indotto di una santità frutto dell’uomo e sideralmente distante da Dio.

Non lo avrei mai creduto, mai creduto che si potesse volare. Eppure è così: lo dice Agostino, non io.

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