L’inferno dantesco e suoi pugnali di ghiaccio

battaglia

Il Natale che segna questo blog è quanto di più distante dalla tradizione consegnata al mondo intero: esso non si colloca “al freddo e al gelo” della canzonetta, ma nel 10 agosto, quando il sole fa il suo ingresso nella costellazione del leone, assumendo tutta la sua potenza in termini di luce, forza e calore.

Di questo Natale, di cui si erano perse le tracce, è rimasto solo il nostro calcolo che nasce dalla lettura di Mc 5,25 (l’emorroissa, simbolo dell’attesa messianica) e da lì calcola il 25 giorno del quinto mese (Ab) per poi convertirlo, grazie a un programma, nel calendario gregoriano, il quale, come dicevamo, indica il 10 agosto dell’anno 15 a.C.

Datazione sui generis, è vero, tuttavia le cronache d’Oltralpe ci hanno consegnato re  e imperatori incoronati a Natale, come Pipino e Carlo Magno, tanto che noi abbiamo ipotizzato un protocollo di corte che riservava quella cerimonia alle “calende di agosto” come testimonia questa cronaca che vede l’incoronazione di Pipino re d’Italia nei primi giorni di agosto, cioè a Natale.

Questo in soldoni quanto è emerso dalla nostra indagine sul Natale che, lo abbiamo scritto, è ben lontano dalla tradizione che accomuna tutta la terra, perchè ci parla di una festa che assieme al Cristo, celebra il sole e il suo calore.

Ma se questo è il Natale di Gesù, che ne è del suo esatto contrario? Se questo è il paradiso, che ne è dell’inferno? Sono poi vere le fiamme dell’inferno a cui sono condannati i dannati? Sarebbe possibile sostenere che, come il paradiso è calore (carità, amore), l’inferno, in realtà, è freddo, è gelo?

Partiamo da una pericope famosa, quella che consegna i dannati al “pianto e allo stridore dei denti” (Mt 24,51). Se le lacrime sono naturali, noi troviamo poco naturale lo “stridore dei denti” all’inferno, perchè quell’immagine, anche nel linguaggio popolare, è riservata al freddo intenso, quello che, appunto, “fa battere i denti”.

Sembra allora che il gergo popolare abbia mutuata l’espressione evangelica e che in un passato, forse prossimo, l’inferno fosse ben lontano dai sermoni medioevali a cui ci ha abituati una filmografia che si è fermata all’immagine dell’inferno che alcuni produttori, prima di loro, hanno diffusa, forse addirittura falsificando il Vangelo, laddove esso parla di “fornace ardente” (Mt 13,42).

Infatti ci vengono in mente gli ormai lontani studi danteschi liceali, in particolare il nono e ultimo cerchio, quello che vede le anime dei dannati nel lago di  ghiaccio del Cocito. Il nono cerchio è l’ultimo dell’inferno, quindi ne costituisce la parte più bassa e profonda. Come mai Dante vi ha collocato un lago di ghiaccio invece che fiamme altissime?

la sua posizione di estrema e ultima lontananza dal paradiso avrebbe consigliato, se nel 1300 si aveva la nozione di un inferno di fuoco, ben altra immagine, cioè un calor bianco del peccato, perchè quelle anime erano quanto di più distante dalla santità, tanto da occupare la parte più bassa dell’inferno.

Invece Dante le colloca in un lago di ghiaccio, cioè le consegna al freddo al e al gelo, cioè allo stridore dei denti di cui ci parla la pericope matteana citata che Dante usa non solo a metà (stridore dei denti), ma ne riporta anche la sua prima parte, cioè quella che ci parla del “pianto” prima dello stridore dei denti.

Infatti quelle anime piangono e versano lacrime che si gelano ricomponendo, quindi, l’intera pericope che prima di lui, per bocca di Gesù, aveva descritto l’inferno. Anzi, sembra che Dante s’ispiri proprio ad essa per descriverlo, tanto che non è impossibile immaginare che nel 1300 l’inferno fosse ben lungi dall’essere fiamma, ma era gelo.

Ecco allora che forse tutto si ricompone grazie a Dante, perchè se il Natale che noi abbiamo proposto e un programma ha calcolato cadeva nel 10 agosto, quando il sole raggiunge il suo massimo splendore, la sua negazione, cioè l’inferno, non può che essere il freddo intenso che consegna non ai tizzoni, ma a un lago di  ghiaccio dove certamente si troverà a suo agio chi già in vita fu a sangue freddo: il serpente e i suoi figli avvezzi a pugnalate di ghiaccio, ben descritte da Piero della Francesca che non ha dipinto l’inferno ma il suo modus operandi nella Battaglia di Eraclio e Cosroè.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.