Φαθιμας, una profezia per adulti

fatima

Non necessariamente un post è solido, non necessariamente poggia i suoi paragrafi su fondamenta scientifiche, ma può abbandonarsi alla speculazione e, quando va meglio, alla profezia che non necessariamente è scientifica perché usa, al minimo, un altro linguaggio.

Infatti essa spesso predilige la ghematria, di per se stessa linguaggio profetico in quanto opinione di Dio sulle cose umane, in primis la storia. E infatti molti post, tra cui alcuni veramente interessanti, hanno dimostrato che solo la chiave ghematrica apre certe porte scritturali, altrimenti chiuse.

La ghematria, proprio perché linguaggio profetico, si proietta nel futuro, spesso remoto rispetto al tempo profetico e per questo legge nel futuro che spesso è di millenni di là dal divenire storico.

Tuttavia ciò non preclude che la ghematria possa essere scienza anche nostra, cioè dei nostri giorni ed esprima egualmente una profezia, come profezia fu Fatima. Se è nel greco scritturale che noi abbiamo esercitata quella che erroneamente chiamano pseudoscienza, la ghematria, noi scriveremo in greco il nome della più famosa profezia dei nostri giorni: Fatima, appunto, che risulta essere scritta, in greco, Φαθιμας ed ha un valore di 567 che se ridotto a un calendario, come nostro solito, diviene il 567 a.C., anno fondamentale per la scienza che in esso ferma l’eclissi del VAT 4956 al trentasettesimo anno di regno di Nabucodonosor.

Quell’anno è così importante che risulta, proprio in virtù dell’eclissi descritta nella VAT, data assoluta, cioè scientificamente inoppugnabile, tant’è che la scienza ne ha fatto tesoro e dal 567 a.C. ha ricavato, in pratica, l’intera cronologia del Vicino Oriente Antico, nonché la cronologia dei re biblici e tutta la  cronologia degli anni successivi all’esilio Babilonese.

Peccato che la scienza stessa la impugni con Newton, scienziato che ha accusato senza mezzi termini l’intero asse cronologico neo babilonese, perché frutto non di osservazioni astronomiche, ma, secondo lui, di dati inventati a tavolino.

Fa sorridere adesso la mia presenza in una questione adatta solo per i vertici scientifici, ma debbo egualmente scrivere che questo blog ha, al pari di Newton, denunciata falsa quella cronologia, tanto che propone, per quello stesso trentasettesimo anno di regno di Nabucodonosor, il 486 a.C., “casualmente” ghematria di υἱός (Figlio della Donna vestita di sole Ap 12,5).

Credo che sinceramente Newton ci sarebbe forse arrivato da solo, ma commise l’errore imperdonabile di affidarsi all’unica cronologia alternativa esistente al momento, cioè quella della Watch Tower e così non ebbe armi per proseguire la sua battaglia. Ma adesso quella cronologia biblica c’è e ha un’altra versione dei fatti: il trentasettesimo anno di regno di Nabucodonosor fu il 486 a.C. e con esso cambia tutto, sia negli anni precedenti, sia in quelli successivi, cioè cambia buona parte del quadro cronologico vetero testamentario, salvo rare eccezioni.

Dunque chi propone il 567 a.C. si pone contro la Bibbia, anzi, Oltre la Bibbia,  si fa cioè terra e da solo denuncia la sua falsità, il suo tradimento e la sua natura perversa, sebbene le cattedre che lo indichino siano di assoluto spessore religioso, come quella petrina.

Non fa caso allora che 567 sia una datazione falsa e, al contempo, sia ghematria di Φαθιμας (Fatima), perché questo ci rivela quello che nessuno, mi pare di poter dire, ha mai rivelato cioè per quale motivo la Chiesa cattolica sarà oggetto di una feroce persecuzione; e perché un papa sarà ucciso. Si dà infatti rilevo estremo agli effetti della profezia, ma mi pare che finora nessuno abbia detto perché la Chiesa entri in quelle peste, perché sia trucidata nei suoi vertici. Se sono importanti gli effetti, altrettanto lo sono le cause, che però nessuno ha indicato sinora.

Ci proveremo noi con quel 567 ghematrico che emerge da Φαθιμας a farlo, dicendo che la Chiesa sarà rivelata nella sua falsità magisteriale che ha tradito il fidei depositum e tutti suoi fedeli. Quando sarà chiara la cronologia veramente biblica, la quale sola rivela il Cristo, sarà rivelato anche l’anticristo e si scatenerà il furore che già la gente cova verso una istituzione sinora protetta dall’immagine, per cui quando quell’immagine andrà in frantumi, non ci saranno più specchi su ci aggrapparsi e la giustizia storica farà il suo corso, molto spesso cruento

Vi prego amici cattolici, non sorridete della mia Φαθιμας, perché come tre pastorelli hanno detto cosa, forse io ho detto il perché e ne sono convinto, così convinto che a rischio di essere deriso, vi ho avvertiti dedicandovi questo post. Vedete un po’ voi, siete grandi abbastanza.

 

Dal Pleistocenico a Terranuova: il fantasma urbanistico del Valdarno

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L’urbanistica spesso fornisce quelle informazioni che la storia, per come raccontata, tace. Il caso del Valdarno risulta evidente, allora, perché, paradossalmente, non abbiamo notizia di insediamenti urbani prima del XIII secolo e questo costituisce un fatto davvero curioso.

Possibile che gli Etruschi si siano lasciati sfuggire una valle così fertile dopo il prosciugamento naturale del lago avvenuto nel Pleistocenico (100000 anni fa)? E parlo degli Etruschi, ma quante popolazioni hanno conosciuto il Valdarno dopo quell’epoca geologica? Nessuna di esse ha mai pensato di insediarvisi stabilmente sebbene tutto facesse pensare a un luogo fertilissimo e ottimamente irrigato dall’Arno?

I Romani, ad esempio, sempre a caccia di risorse, perché non colonizzarono quella conca? Spesso dai loro accampamenti sorsero cittadine, come Città di Castello, qui a due passi, che ancora dall’alto conserva il tipico schema dell’accampamento romano.

Insomma si pone veramente il quesito del perché, sebbene tutto lo consigliasse, nessuno abbia mai colonizzato il Valdarno, lago prosciugatosi nel pleistocenico. E a questo fa da ulteriore stimolo di riflessione la sola presenza nel XIII secolo di castelli: castello di Montevarchi; castello di San Giovanni e castello di Figline quando i castelli erano quasi sempre costruiti sulle alture per il semplice motivo che erano molto più difendibili e dunque si ha notizia di un’urbanizzazione solo collinare: niente in basso. Cosa mai ci sarà stato in basso per fuggirlo come la peste?

C’era il lago, il Lago del Valdarno tant’è che l’altro e ultimo comune valdarnese, Terranuova Bracciolini, tradisce, con il nome, l’emersione dai fondali di nuove terre coltivabili e infatti solo nel 1337 si ha notizia della fondazione della cittadina. Questo genera una curiosa coincidenza con la nostra ricostruzione, una ricostruzione che vuole prosciugato il lago negli anni 1316-1321 quando, dopo il trasferimento definitivo della sede papale ad Avignone, sorse la grossa difficoltà posta dal lago valdarnese che ostacolava le comunicazioni e dunque si decise di prosciugarlo.

Terranuova, allora, fu l’insediamento successivo alla bonifica, quando cioè fu possibile edificare su quei fondali oramai assestati e il suo nome tradisce l’epoca della bonifica stessa: certamente il XIV secolo altrimenti non solo Terra nova è da giustificare, ma è da giustificare il millennio in cui nessuno ha mai pensato di costruire in quella fertilissima conca. Come mai?

“Nevica”: Ordet lungo le strade

ordetCredo che nella vita di molti si debba far tesoro delle margaritas evangeliche se non altro per non finire nel finissimo tritacarne dell’ironia, dopo la macina grossa delle sonore risate in faccia. E così ha fatto mio nonno, credo, che non a molti avrà rivelato il segno del cielo che una popolazione aveva goduto in pegno di una giustizia divina per il sopruso di pochi fatto, non a molti, ma alla natura stessa: il prosciugamento del lago del Valdarno per comodità di viaggio.

Mio nonno certamente ad altri, oltre me, ne avrà parlato, di certo a quella combriccola levanese che si radunava, sempre la solita, nel suo negozio a parlare del più e del meno tra le scarpe da riparare. Qualcosa di simile è accaduto pure  a me e ne voglio parlare perché adesso posso farlo, posso farlo a distanza di oltre 20 anni.

Se ben ricordo solo a mio padre ho riferito quella che giudico una follia ancora più grossa dei cavalli di Apocalisse correre su un letto di fiume (Ambra) perché sfido chiunque a trovare il coraggio di dire che ad agosto nevica, a Levane. Eppure fui tentato di dirlo urbi et orbi quasi in gesto di sfida, perché sentivo quell’idea come ispirata ed ero certo che non mi sbagliavo.

Fu di ritorno da Montevarchi che un camion mi precedeva. Aveva scritto in rilievo, sul posteriore, il nome del concessionario o della carrozzeria e quel nome, visto il mese di agosto, mi apparve così assurdo che pensai a un segno: Nevica, lessi.

Ero già in turbamento per vicende che poi avrebbero presa la loro piega e mi avrebbero accompagnato fino ad adesso che scrivo, e che ho scritto 535 post di cronologia e ghematria biblica ridisegnando, in tutti questi anni, la storia della Bibbia, sicuramente da Mosè in poi, perché ci siamo spinti anche nella storia a noi più recente con gli altari e i concili, nonché Avignone, come abbiamo visto ieri.

Dunque non fu solo turbamento poiché tutto ha dato frutto e ha avuto senso, come quel “Nevica” che avrei voluto gridare al mio paese, ma che non feci rimanendo nel dubbio se fu la scelta giusta o sbagliata, perché poi ad agosto, proprio il 10, ha nevicato in questo blog che ha radicalmente cambiato il calendario nel giorno della festività più sentita dalla cristianità: il Natale che noi, a ragione, non datiamo al 25 dicembre, ma al 10 agosto dopo un’attenta riflessione e uno studio molto particolare.

Riferii a mio padre il fatto, gli dissi che avrebbe nevicato e quel figlio promesso e promosso Dottore divenne il “povero Johannes” di Ordet (La parola), film che lui amava moltissimo. Da allora il suo rammarico per i miei “discorsi confusi” mi ha sempre spinto alla ricerca di cure, ma come si può curare chi sostiene che Levane ad Agosto Nevica? L’unica cura è che quei fiocchi cadano come sono caduti, purtroppo tardi, perché sarebbero bastati pochi mesi di vita aggiunti a quella di mio padre per fargli forse capire che sì, babbo, ad agosto nevica: è Natale il 10 e non lo ha detto la televisione, ma uno studio del “povero Johannes”. Riposa in pace, babbo che ad agosto, il 10, te lo porto io il panettone.

“Chiare, fresche e dolci acque”. Levane, da un incanto poetico all’inferno dantesco

petrarca“Nell’Ambra si vedevano correre i cavalli; dopo il concilio di Trento non si sono visti più” questa è la storia secondo un ciabattino, Fulvio Parigi, “Fulvio di striscia” per gli amici, insegnata dal basso di un desco. Una storia che appare folle o frutto del “rosso valdarnese”, peperoncino politico autoctono e noto mangia-preti, capace, con il suo livore, d’inventarsi la solita velenosa favola anticlericale.

Peccato che sia uscita dalle labbra di un bambino, cari cattolici, un bambino che andava a Messa tutte le domeniche; da sempre democristiano e per giunta, come se non bastasse, pure monarchico per sua ammissione. Dunque, o vaneggiava o diceva quel vero che oggi chiameremmo onestà intellettuale, quella che riconosce gli errori -e gli orrori- degli amici.

Quei cavalli che Levane vedeva correre abbiamo detto essere stati il pegno  e l’impegno che il cielo si prese per fare giustizia, sebbene quella giustizia pendesse come una lama sulla testa della Chiesa Cattolica, perché negli conciliari tridentini i cavalli smisero di galoppare nell’Ambra e questo la denuncia, come ha confortata una popolazione terribilmente provata, proprio nella fede in quella chiesa dopo aver subito, impotente, lo scempio romano di quanto aveva di più caro: il suo lago.

Apparirebbe nostra ricostruzione e in parte è così, ma ci abbiamo ragionato sopra affinché anche il lettore comprenda sia le nostre ragioni, sia le ragioni di un ciabattino che ha avuta la presunzione di insegnare. Siamo giunti allora ad incrociare tutti i dati in nostro possesso nella figura di Dante, Petrarca e la cattività avignonese che si contendono gli stessi anni.

Infatti tra il 1316 e la morte di Dante (1321) si giocò la sorte del lago, perché nel 1316 Giovanni XXII portò definitivamente la sede papale ad Avignone e questo creò tutta una serie di problemi con le comunicazioni con Roma, la quale era ben lungi dall’essere stata spodestata, tant’è che dopo la cattività accolse di nuovo la sede papale.

Furono anni, quindi, di frenetici contatti con l’Oltralpe, un andirivieni tra l’Italia e la Francia che vide passare sull’unica via transitabile migliaia di cardinali e vescovi, i quali si trovarono a dover risolvere il problema del lago valdarnese che faceva tappo costringendo a lunghe soste.

Siamo certi che la via che attraversava il Valdarno fosse l’unica, non tanto perché non ce ne fossero altre, ma perché tutte le altre non avevano poste per i cavalli e ricoveri sicuri: Firenze (il Nord) era collegato all’aretino (Sud) attraverso il Valdarno, come oggi è testimoniato dalla A1 (Autostrada del sole) che lo attraversa, dicendoci che quello da sempre è il percorso migliore sebbene la tecnologia abbia fatto miracoli.

Fu Avignone che spinse una storia dall’enorme cabotaggio sul quel piccolo ma splendido lago prosciugandolo con la sua immersione e Levane nulla poté al passaggio di quell’enorme bastimento storico. L’unica cosa che le fu permessa fu di appellarsi al cielo, un cielo che rispose dando un segno che confortasse una popolazione distrutta dall’ecatombe che necessariamente si svolse sulle sue rive e non quelle incisane, perché la fauna ittica, quando sente prosciugarsi il suo habitat naturale risale la corrente, in questo caso risale l’Arno che alimentava il lago, unica speranza di sopravvivenza. Ecco allora ammassarsi sulle rive levanesi, poste sull’immissario, un enorme quantità di pesce in cerca di salvezza, salvezza che era impossibile e su quelle rive e su quei fondali morì e marcì.

Dante per questo descrisse lì il suo inferno: su quelle rive era stato scritto prima di lui e Caronte è sì un personaggio di fantasia, ma ci parla di charòn(t)eion, cioè del “luogo puzzolente” che era diventato Levane. Troppa poca fantasia sarebbe quella del Sommo poeta per essere stato ispirato, come si dice, dall’anonima gola che attraversa l’Arno a pochi passi da Levane Alta. La fantasia di un poeta quale Dante poteva essere solo smossa da un fatto epocale, come epocale fu quell’immane strage ammassata in pochi metri quadrati in cui si era concentrata la quasi totalità della fauna ittica del lago in cerca di salvezza.

Come poca cosa sarebbe la fantasia dell’altro poeta che vive gli anni della cattività avignonese: Petrarca e le sue “chiare fresche e dolci acque” che non furono secondo noi quelle di una fonte francese, come si scrive, ma del suo  amato lago, perché, sebbene nato ad Arezzo, i suoi anni e ricordi d’infanzia attingono alle sponde del lago, ad Incisa dove ancora resiste la sua casa.

Una fonte non ispira amore per la sua portata d’acqua, mentre un lago ispira l’amore per la sua atmosfera, per le sue “chiare, fresche e dolci acque”, cioè quelle di un lago forse ancora esistente al momento dell’ispirazione, oppure ancora esistente nella memoria del poeta che vi ha tratta la sua ispirazione.

In caso contrario troveremmo alquanto bizzarro che sia proprio Petrarca, valdarnese adottivo, a cantare con un sonetto la dolcezza dell’acqua e dell’amore che ispira, un Petrarca che vive non a caso, dunque, la sua infanzia a Incisa, l’altra estremità di un lago che tutto fa pensare esistente in quegli anni.

La sorte del lago, allora, si gioca in quegli stessi anni in cui, come i pesci risalirono la corrente concentrandosi a Levane, così i cardinali, Dante e Petrarca si sono dati appuntamento sulle acque del suo lago, testimoniandocene l’esistenza tra un sonetto e una strage di passaggio, cioè tra il 1316 e il 1321, anno della morte di Dante che già aveva scritta la sua Commedia.

“Nell’Ambra si vedevano correre i cavalli; dopo il concilio di Trento non si videro più” non è fantasia, come fantasia non è Avignone, Dante e Petrarca chiamati in giudizio a testimoniare la versione di un ciabattino che riferisce di uno strano disastro ambientale di cui era persa memoria, i cui responsabili (cardinali) hanno fatto di un incanto poetico (Petrarca) l’inferno (Dante).

Davide, la radice velenosa

radiceA volte la lettura ghematrica ti mette, in un primo tempo, in imbarazzo, perché un lemma o una locuzione sembrano smontare quello che per te era certo. E’ accaduto, infatti, con σῖτος (grano) che ha un valore di 586 per cui segna il 586 a.C. dell’esilio storico, quando però la Bibbia segnerebbe il 505 a.C.

Questo sembrerebbe dar ragione all’ecumene scientifica se una buona volta crede non tanto alla ghematria, ma a una Scrittura ispirata che in questo caso ci parla del 586 a.C. come la “sana dottrina” paolina (2Tim 4,3).

Però in questo post abbiamo superato l’impasse e dimostrato che quel grano evangelico va sì vagliato alla luce della ghematria, ma non senza la zizzania a cui scrituralmente è unito, cosicché abbiamo che dal  valore ghematrico di “zizzania”, collocato nella cronologia dei Re, si giunge sì al “grano”, ma passando per la ghematria di “demonio” che li congiunge dicendoci che dalla data esatta, che appare zizzania, si giunge a quella falsa che ci parla del grano, confermando appieno la pericope evangelica che già aveva parlato di difficoltà a separare l’una dall’altro. E infatti sono così strettamente unite da confondere la zizzania, che diviene grano, e il grano che diviene zizzania grazie all’intervento del demonio che li congiunge (di nuovo: si veda qui).

Un’altra locuzione che dà del filo da torcere è ῥίζα Δαυίδ “radice di Davide” cioè quel rimanente promesso dopo l’esilio che infatti rientra nell’ambito ghematrico con il suo valore di 537 che è il 537 a.C. anno dell’editto di Ciro e radice di Davide, cioè quanto di più biblico e nobile si possa incontrare nella Scrittura.

Tutto ciò ti mette in serio imbarazzo se hai sempre affermato che quell’editto non esiste né nella persona (Ciro), né nella storia (537 a.C.) e pensi di aver esagerato quando hai parlato di

Σατανᾶς (Satana) 559, 559 a.C. primo anno di regno di Ciro

ὄφις (serpente) 586, 586 a.C. esilio babilonese

Καϊάφας (Caifa) 539, 539/538 a.C. gli anni dell’editto di Ciro con leggerissima approssimazione

πύλη ᾅδης (porte degli inferi, Mt 16,18) 537, 537 a.C. editto di Ciro

e infine quanto scritto in apertura su δαιμόνιον (demonio).

Possibile che la radice di Davide, con il suo 537 a.C., sia così velenosa da creare seri problemi a tutto il blog? No, non è possibile e infatti noi proporremo la ghematria di un altro nome proprio che colma la lacuna e permette di comprendere la ghematria di ῥίζα Δαυίδ .

Tale nome proprio è βηηλζηβουβ (Mt 10,25 e non Lc 11,15) che noi abbiamo riscritto, è vero, ma come compaiono nello “originale” tre epsilon, non possiamo immaginare tre eta? Non sappiamo già che la falsificazione del greco  neo testamentario è stata fatta ad arte perché, sebbene la fonetica risultasse invariata, il calcolo ghematrico, cioè quello che era importante, andasse perduto? Lo sappiamo e infatti abbiamo creato due categorie: falsificazione e contraffazione, tanto i casi sono frequenti e non sono neanche tutti.

Dunque βηηλζηβουβ appare nell’orizzonte ghematrico, ma non a turbare i nostri sogni ma a renderli di ghisa, perché βηηλζηβουβ ha un valore di 537 al pari di tutti i lemmi sopra riportati la cui frequenza sta lì a dirci che il 538/537 a.C. come anno dell’editto di Ciro e della radice di Davide è figlio di Belzebù, del serpente, del demonio, di Satana e di Caifa, cioè di coloro che mettono a morte Gesù, aprendo alla radice di Davide le porte degli inferi, varcate le quali essa scompare dall’orizzonte storico e biblico per far in ingresso nella menzogna.

Ps: avevamo già affrontato il problema in questo post, ma adesso ci pare di averlo risolto.