Manasse, roba da matti

cuculo

Manasse, forse la figura più controversa della Scrittura, l’unico che ne abbia diviso l’opinione pubblica: un deuteronomista che lo condanna alla gogna dei secoli; un cronista che lo riscatta e lo consegna alla preghiera, la preghiera di Manasse, appunto.

Per dirla col Manzoni e i suoi Promessi sposi: “Manasse! chi era costui?” Noi, in un primo post, lo abbiamo fatto un soggetto psichiatrico emerso dalle pieghe della storia di Israele, perché Giuda, nel 638 a.C., aveva assistito alla scomparsa di Samaria l’antagonista e fatto di Gerusalemme la campionessa indiscussa di tutto l’ebraismo.

Non è un caso, allora, che in Manasse quel primato tanto agognato divenga delirio, un deliro di onnipotenza che perde ogni freno perché Gerusalemme è adesso libera, libera da quella spina nelle carni di cui Paolo ben descrive la funzione: impedire alla superbia di crescere e sfidare, poi, persino il cielo, un cielo che per altro aveva “maledetto” Samaria deportandola e  benedetto Gerusalemme, città santa o sedicente tale.

Insomma un contesto degno di un’analisi psicanalitica se una città ha una sua personalità, se una città, proprio perché “città di Davide”, è persona. Tuttavia niente è fuori del controllo di Dio che se sa scrivere dritto sulle nostre righe storte, sa pre-scrivere anche cure adeguate e Manasse appare anche questo alla luce di una ghematria alquanto significativa, se θυμός θεός (Ap 14,10) significa “ira di Dio”.

Di Manasse si scrive che abbia sparso sangue innocente, ma si dice anche che con lui fu sospeso addirittura il sommo sacerdozio, magari in un impeto d’ira che si fa strumento divino, il quale spesso fa la sua comparsa quando la situazione è fuori da ogni canone, sia giuridico, sia religioso.

E infatti 2Re descrive chiaramente la situazione di Gerusalemme quando riporta le parole di Dio stesso

“Non sopporterò più che il piede degli Israeliti vada errando lontano dal paese che io ho dato ai loro padri, purché procurino di eseguire quanto ho comandato loro e tutta la legge, che ha imposto loro il mio servo Mosè”. Ma essi non ascoltarono (2Re 21,8-9)

In queste situazioni spesso i profeti tentano un ultimo disperato appello, magari alla classe sacerdotale (Ez 34). I profeti, in quel contesto, sono l’ultimo richiamo all’ordine, poi Dio passa all’azione o, se preferite, alla cura non da cavallo, ma da Manasse.

Ecco perché la somma ghematrica di θυμός θεός (ira di Dio) coincide con 615, quando il 615 a.C. segna l’avvento del  regno di Manasse e, quindi, dell’ira di Dio tesa a ristabilire l’ordine, tant’è che a Manasse succede il brevissimo regno di Amon (560 a.C.-558 a.C.) e poi Giosia e la riscoperta del libro della legge con la conseguente grande Pasqua prima della quale tutti fanno pubblica ammenda, in primis il re.

Insomma se Manasse è pazzo, più pazzi lo erano coloro che Manasse ha punito. Egli appare, allora, un omeopatica cura di Dio, perché se in Toscana, quando la situazione va ben oltre l’assurdo, si esclama:” Ci vorrebbe un matto!” così ha pensato Dio e se lo è procurato: Manasse, che alla luce di tutto ciò appare, almeno a me, pure simpatico.

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