Profetismo e falso profetismo alla scuola del deserto. Lo scandalo di Teodora

teodoraIl deserto luogo profetico, certamente, ma luogo in cui albergano anche coloro che non sono ispirati. Una condotta santa non è indice di santità, perché la veste da profeta, come quella da monaco, non fa dell’uomo un uomo di Dio, un profeta.

Tutto questo è evidente nella Madre Teodora che aveva lasciato il marito per ritirarsi in un convento col nome di Teodoro. Ella non sfuggì all’insidia del demonio, a cui riuscì la calunnia: fu accusata di essere, nelle vesti di Teodoro, padre di un bambino che una ragazza del villaggio aveva lasciato davanti alla sua cella.
La reazione degli altri monaci fu violenta e la espulsero per sette anni, costringendola al nudo deserto. Poi la ripresero con loro, ma mai ebbero l’accortezza di verificare, di chiedere, magari, la versione dei fatti a “Teodoro”, alla cui morte si scoprì la verità, perché i monaci, attirati dal pianto del “suo” bambino, composero il corpo e scoprirono che era una donna e dunque non aveva messo incinta nessuna.

Ecco, qui i monaci erano di fronte a un’alternativa: riconoscere l’errore o negarlo. La prima opzione avrebbe fatto del monastero un monastero di santi nonostante l’errore, perché riconoscere di aver sbagliato fa salva la dignità ed è garanzia di umiltà, tutte cose che qualificano una vita santa.

Ma scelsero l’altra alternativa che fece del monastero un ricettacolo di falsi profeti, in primis l’abate che ricorse all’inganno: una visione avuta la notte precedente la morte di Teodora gli aveva mostrato la verità: ella era un angelo e fu accompagnato in cielo da tutta la gerarchia celeste.

A prima vista appare come un pio mendacium, cioè una menzogna (non si può parlare di bugia) di buoni propositi che salvò il monastero, altrimenti rivelatosi per quello che era: suburra. Ma in realtà cela un principio sempre valido per il falso profetismo: promoveatur ut amoveatur, cioè promuovere per rimuovere, per rimuovere, in questo caso, la vergognosa cecità dei monaci, ingiustificabile alla luce della loro supposta santità.

Quel promoveatur ut amoveatur non è solo un espediente gerarchico, ma un modus operandi che caratterizza tutti coloro che vogliono distrarre l’attenzione dalla realtà. Non si “promuove” solo l’uomo, ma più spesso si promuove, al fine di rimuoverlo, il concetto fatto passare magari per non degno del personaggio che deve, appunto, essere promosso a una dimensione solitamente più alta, quando in realtà ce ne vogliamo disfare.

Mi viene in mente un esempio, il capitolo 10 di Giovanni in cui compare il Porticato di Salomone, quando ben due genealogie (Matteo e Luca) testimoniano, assieme a una bellissima lettura ghematrica del capitolo 10 stesso, la Porta superiore del tempio (vedi categoria).

Chi ha “promosso” quella porta a “porticato” l’ha in realtà rimossa e al suo posto ha collocato un Porticato di Salomone “certamente più degno di Gesù”, avranno detto e poi scritto, resta il fatto che la prima era l’originale; il secondo il falso gonfiato ad arte affinché la faccenda, cioè il capitolo 10, esplodesse in mille pezzi e non fosse più comprensibile nella sua natura profonda che è quella importante.

Madre Teodora insegna non solo a farsi carico della croce, ma a riconoscere i buffoni sia che si trovino in chiesa che nel deserto, a cui si deve rispondere che “seppur bruttino piace così”, altrimenti si prendono gioco di voi e mettono Gesù in una teca d’oro affinché non sia più in mezzo a voi.

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