Giustiniano e Macario il Grande. La caduta degli dei.

Filosofo-che-pensaDobbiamo scrivere che ci ha molto colpito il post di ieri, non tanto per i calcoli e le metriche che esso offre, sebbene fondamentali facendo luce sull’intero giudaismo del primo, del secondo e del terzo e definitivo tempio, quanto per la ghematria che la nuova metrica (497 anni) offre.

Abbiamo visto, infatti, che 497 è la ghematria di מזבחתם che letteralmente significa “i loro altari” e ciò consegna tutto non a una teologia della storia, ma a una storia che è essa stessa teologia, cioè un rivelarsi di Dio nell’umanità.

Quest’ultima appare, nel suo evolversi, pre-ordinata da un disegno divino, sebbene all’uomo moderno appaia assurdo quel “divenire” storico che ritiene solo frutto di una evoluzione animale, sebbene storica, che Marx, per esempio, ha qualificato come conflitto tra forze produttive e rapporti di produzione.

Una società e una storia, dunque, che si muovono con energia propria, seguendo Marx, perseguendo non una finalità, ma una necessità. Eppure mi paiono egualmente evidenti quelle metriche storiche che la Bibbia offre  quasi a campione nel laboratorio della storia tutta, perché se è preordinata la storia biblica, necessariamente, in una società cristiana, è preordinata anche quella secolare, nonostante i suoi magmatici archetipi rivoluzionari.

In questo contesto è nata in noi la curiosità di estendere non “indietro”, come nostro solito, ma in “avanti” quei 497 anni per collocarli sempre “dopo”, ma dopo Cristo. Esperimento ambizioso e totalmente nuovo, perché noi ci siamo fermati, tranne il caso del falso profeta -ma era d’obbligo-, al 70 d.C. e i nostri studi hanno cercato sempre di dare ragione e ordine a ciò che era successo prima. Ma anche il dopo è importante.

Infatti l’ultima data che quei 497 anni indicano seguendo il nostro schema è il 32 d.C. dove si consumano gli ultimi anni di una casta sacerdotale ormai priva di legittimità e non più erede di fronte a Cristo, perché egli lo è, erede. Egli, cioè, è l’erede di tutto quanto il giudaismo e per questo ne rivendica la titolarità.

Ma Cristo non è l’ultimo altare del mondo. Il mondo è pieno dei “loro altari” (מזבחתם) e dunque viene da chiedersi, seguendo la stessa metrica dei 497 anni, quali sia stato l’altare successivamente abbattuto dalla storia disegno divino. Non è difficile scoprirlo basta sommare al 32 d.C i 497 anni della metrica e scoprire che nel 529 d.C. (32+497=529) Giustiniano chiude tutte le scuole di filosofia impedendone l’insegnamento.

La filosofia -in molti certo me lo insegneranno- fu il grande e illustre altare del mondo antico e dunque con la proibizione del suo insegnamento non solo il mondo classico tramontò, ma tramontò pure tutta la cultura greco-romana e con essa un mondo, cioè un’epoca tra le più illustri se non la più illustre, se ancor oggi la si studia nei licei, dove il latino, il greco e il relativo pensiero sono materie d’insegnamento.

Quel 529 d.C. abbatté l’altare del pensiero greco e romano per sostituirlo con quello cristiano che diviene unico, ma non dittatoriale. Infatti il lento declino a cui fu consegnato gli ha dato tutte le chances di sopravvivenza, ma ha ragione Marx: una sovrastruttura non regge all’impeto del naturale conflitto evolutivo, non di una religione, ma di un pensiero e di una storia che in questo caso si sono fatti Vangelo e dunque addirittura rivelazione, non evoluzione, tanto meno materialismo.

Questa non è una mia riflessione, perché i Padri, in particolare quelli del deserto, hanno tracciato quel declino e ce lo hanno trasmesso fedelmente almeno in un apoftegma di cui, curiosamente, ci eravamo già occupati, appartenendo a Macario l’egiziano o Macario il Grande, che grande lo fu veramente, come vedremo (anzi, forse lo fu proprio per quello che stiamo per scrivere).

Il link al post a lui dedicato è questo, per chi volesse rileggerlo, per cui adesso non rimane che riassumerlo brevemente dicendo che in viaggio, Macario, si fermò in un tempio in cui erano presenti delle mummie, una delle quali finì come suo cuscino per la notte.

I diavoli, vedendo il suo coraggio, ne ebbero invidia e lo tentarono con voci di donne (uno scandalo rosa, elegante e mai inopportuno) ma lui…lui dormì tranquillamente, per farla breve.

Storiella da nulla in apparenza, ma l’apoftegma si preoccupa di dirci che quelle mummie erano greche e nella zona di Scete o sono fuori luogo o erano un reperto davvero raro e ciò spinge il lettore attento a chiedersi cosa ci facessero nel deserto.

Io credo che l’apoftegma, sullo stile dei Padri che quando li giudichi di poco senno stanno solo evidenziando la tua di pochezza, debba essere interpretato e vedere in quella mummia greca, assolutamente insolita nel paesaggio di Scete, un personaggio appartenete alla cultura greca, magari personaggio importante, cioè un sapiente che ben rappresentava l’intera cultura che il pensiero greco aveva prodotto.

Insomma un filosofo, magari, che si trovò suo malgrado ad affrontare Macario, non a caso il Grande, risultando, ahilui, solo un retaggio di un passato che, sebbene illustre, appariva ormai agli occhi di tutti mummificato, cioè morto perché superato, ma non ancora sepolto dalla storia con cui era in conflitto, come a suo tempo lo fu Saul con Davide, rappresentanti l’uno dell’epoca dei giudici, l’altro della monarchia a venire; e come lo furono i leviti con Gesù, gli uni classe sacerdotale, l’Altro Nuovo sacerdozio (lo abbiamo visto ieri).

Chissà, dunque, se quell’appellativo di Grande riservato a Macario non dipenda proprio da quel dibattito avuto con il filosofo di turno, magari famoso, che lo vide vittorioso sancendo la fine di un’epoca dura a morire come lo fu quella di Saul e quella dei leviti. Di certo sarebbe estremamente curioso che la voce del deserto abbia superato quella ben più tonante dell’agorà, cioè la pubblica piazza in cui l’altare della filosofia era collocato ma che non sapeva più esprimere riti attuali, perché il contesto era radicalmente cambiato e si era fatto cristiano, cioè rivelato, tanto che Il pensiero umano non era più espressione universale, perché la rivelazione lo aveva reso scienza, necessariamente subordinata alla Sapienza che proviene da Dio.

Tutto ciò però attesta una grande tolleranza religiosa e culturale se ancora negli anni di Macario (300-390), magari in qualche scuola filosofica del deserto, la filosofia aveva i suoi  maestri e i suoi discepoli, seppur destinata a scomparire dalla scena non religiosa, ma culturale, perché il cristianesimo adesso, cioè allora, era la “Cultura”.

Dunque Giustiniano nel 529 d.C. non fa che sancire de iure la definitiva scomparsa della filosofia che da una vita apparente (mummificata) passa all’ufficialità del decesso non con la forza della legge, ma della natura che sempre va incontro al pre-ordine divino essendone l’immagine.

Nel 529 d.C. l’altare filosofico, quello in cui un’intera epoca aveva sacrificato, scompare e con esso i suoi sacrifici pagani, decretando la morte di un idolo: il pensiero umano come risorsa principale a cui attinge la storia. Vorrei dire che scompare l’uomo per far posto a Dio e in questo molti saranno d’accordo se condividono la massima che recita ubi maior, minor cessat si trattasse pure della Filosofia.

La nostra nuova metrica, dunque, sembra perfettamente compatibile anche per la storia ben oltre dopo Cristo, se l’altare della filosofia ci e andato di mezzo e i suoi sacerdoti hanno ceduto il passo non a un imperatore (Giustiniano) ma alla storia, a cui molti non possono neppure imputare una brutale violenza, se la violenza è la più abile ed esperta “levatrice”. Ha fatto solo il suo mestiere, sporco invero, ma qualcun lo deve pur fare.

Ps: chi volesse approfondire legga questo link

 

Gli altari della storia: il giudaismo da Davide a Gesù

La cronologia biblica non ha una sola dimensione, ma il profano si unisce al sacro creando la storia d’Israele. Difficilmente disgiungibili, queste due dimensioni si intersecano, ma lasciano anche la possibilità di studiarle singolarmente nelle metriche che le caratterizzano.

Se la storia secolare, infatti, si caratterizza, alla luce degli studi che abbiamo sinora condotti, per almeno 4 metriche fisse che ordinano cronologicamente la storia di Israele, quella religiosa segue metriche proprie che fanno luce in altri ambiti altrettanto se non addirittura più importanti se Israele fu teocrazia.

Per la prima dimensione abbiamo conosciuto i 490 anni; i 486 anni; i 480 anni e la “generazione” (γενεά) biblica che conta 35 anni. Impossibile adesso riproporre il tutto, anche se riconosco che sarebbe necessario. Mi limiterò a un esempio contenuto in home sotto il titolo “metriche” che illustra come i primi tre valori ordinino la storia ebrea (discorso a parte il 35 di una “generazione” che fa luce piena sulla genealogia matteana collocando, ad esempio, esattamente Davide a Ebron nel 995 a.C. partendo dal 15 a.C. nascita di Gesù e al contempo tracciare tranches di 490 anni quando 490 è la ghematria di κλείς Δαυίδ (chiave di Davide). Sinceramente, argomento mille volte dibattuto).

La seconda dimensione, cioè quella religiosa, vede certamente negli anni sabbatici, in quelli giubilari e in quelli sabbatici e giubilari assieme una metrica fondamentale (vedi categoria “anni sabbatici”), come fondamentale abbiamo visto essere il calendario delle settimane (vedi sempre in home) che disciplinava la turnazione dei sacerdoti, ma al contempo fissava delle date che risultano essere anche storiche, se la religione ha, come credo, una “storia” cioè una cronologia.

A questa dimensione si aggiunge una metrica insolita, un 153 (anni) la cui natura sfugge per ora, ma che è indubbio segni, con la sua cadenza, una storia sua propria perché se partiamo dal 668 a.C., anno della costruzione della porta superiore del tempio, esso ordina cronologicamente fatti di assoluto rilievo come

ANNO EVENTO METRICA
668 a.C. Costruzione della porta superiore del tempio -153 anni
515 a.C. Fine del giudaismo del primo tempio. Prima deportazione -153 anni
318 a.C. Deportazione egiziana. Anno sabbatico e giubilare -153 anni
165 a.C. Festa delle luci. Purificazione del tempio dopo la profanazione antiochea -153 anni
12 a.C. Passaggio di Halley. Giungono i Magi 

Abbiamo dovuto riassumere quanto quei 153 anni permettono di portare alla luce perché metrica sinora sconosciuta, sebbene di illustri attestazioni. Infatti 153 è l’anno in cui Alcimo distrugge il cortile interno del santuario demolendo “l’opera profetica” (1Mac 9,54); e 153 ricorre in Giovanni 21 quando ci narra della pesca miracolosa. Cose risapute queste, mentre quei 153 anni metro storico e religioso (partono dal tempio che ha raggiunto il suo massimo splendore con la costruzione della porta superiore del tempio e si concludono con l’adorazione di Gesù nel 12 a.C. da parte dei Magi) credo siano sfuggiti a tutti e con essi una parte importante della cronologia biblica che non disciplina solo le grandi tranches cronologiche, ma anche i singoli aspetti, come questo.

Ecco, adesso siamo in grado di illustrare il nuovo post che deve fare maggiore chiarezza nelle grandi tappe del giudaismo che noi avevamo scritto essere iniziato nel nel 668 a.C. quando, con la costruzione della porta superiore del tempio, esso assunse, assieme all’edificio, il suo massimo splendore. Ma non è precisamente così e il lettore sarà paziente se riprenderemo in mano le nostre stesse affermazioni per il semplice fatto che se quei 153 anni erano sfuggiti a tutti, per quanto ci riguarda è vero solo che li abbiamo riscoperti, ma li dobbiamo anche collocare nella loro esatta cornice e funzione storica che tuttora ci sfugge, sebbene non ci sfugga, come abbiamo dimostrato, che essi disciplinano la storia di Israele dal 668 a.C. al 12 a.C.

Il loro ingresso nella nostra cronologia ci ha tratti verso conclusioni forse affrettate quando ci hanno spinto a scrivere che nel 668 a.C. nasce il giudaismo del primo tempio, il cui splendore e la cui completezza poteva sulle prime giustificare la sua nascita, ma non è così perché esiste un’altra metrica che si sovrappone e contiene cronologicamente quel 153 ed è ben più lunga e importante, perché disegna tre grandissime categorie storiche e cronologiche:

  1. Il giudaismo del primo tempio, suo inizio e fine (1012 a.C.-515 a.C.)
  2. Il giudaismo del secondo tempio, suo inizio e fine (465 a.C.-32 d.C.)
  3. Il giudaismo del terzo tempio: l’avvento del nuovo ed eterno sacerdozio in Cristo, nuovo Melchisedek (32 d.C.-?)

Capite bene che adesso tutto ha trovato il suo ordine storico e cronologico, perché le tre grandi tranches si sviluppano per date e una metrica precise, come vedremo.

Il 515 a.C. siamo certi che segnò la fine del giudaismo del primo tempio, vuoi perché è la metrica dei 153 anni che ce lo indica (vedi tabella sopra); vuoi perché da sempre abbiamo scritto che l’esilio non fu quello descritto dall’ecumene degli studiosi che lo collocano nel 586 a.C. Noi, infatti, lo collochiamo quasi un secolo più basso (81 anni) cioè nel 505 a.C., facendo però una fondamentale distinzione tra quello descritto da Ezechiele (40 anni) e quello descritto da Daniele sulla scorta di Geremia, cioè 70 anni. Il primo iniziò nel 505 concludendosi nel 465 a.C.; il secondo iniziò nel 518/517 a.C. per concludersi nel 448/447 a.C. dopo 70 anni.

Sono entrambi fondamentali, ma non debbono essere considerati assieme perché seguono logiche diverse e finalità diverse, tanto che se Daniele fissa la data della fine del giudaismo del primo tempio, Ezechiele invece segna la nascita del secondo giudaismo.

Infatti nel 518/517 a.C. ci fu l’assedio di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, mentre la caduta dell città avvenne nel 516 a.C. come da sempre abbiamo indicato nella tavola dei Re. Conseguentemente la fine del giudaismo del primo tempio avvenne con la deportazione di  Jehozadak  nel 515 a.C. sebbene la stessa ecumene degli studiosi collochi esattamente in questa data la dedicazione del secondo tempio, quando biblicamente avvenne un secolo dopo cioè nel 419/418 a.C. (rimane aperta la questione sulla morte e sepoltura di Giosuè, successore di  Jehozadak e sommo sacerdote tra il 515 a.C. e il 490 a.C., avvenuta a Babilonia. Come sommo sacerdote negli anni indicati, cioè del secondo tempio, cosa lo spinse a recarsi a Babilonia e a morirvi? Non è più logico, alla luce della sua tomba tuttora esistente, pensare che a Babilonia ci fosse e ci morisse perché in esilio come sostiene la nostra cronologia?).

Insomma siamo ben lungi dalla festa della della dedicazione, perché siamo nel bel mezzo della tragedia dell’esilio, prova ne è che quei 153 anni che ci hanno fatto da scaletta (vedi tabella sopra) confermano tutto perché da quel 668 a.C. al 515 a.C. passano, appunto, 153 anni e da lì si sviluppa una metrica cronologica che difficilmente può essere imputata al caso (controllate pure di nuovo la tabella sopra). Dunque, dopo averla fatta molto breve, nel  515 a.C. finisce il giudaismo del primo tempio, ma quando inizia di preciso?

Beh, il primo termine a quo che viene in mente è Davide, perché nessuno più di lui lo ha rappresentato. L’epoca davidica l’ha superata solo Gesù compiendola, però, non abrogandola. Dunque è in Davide che dobbiamo cercare, in particolare nell’anno in cui noi abbiamo scritto spodesta Saul e diviene re perché ha ucciso Golia. Quell’anno fu il 1012 a.C. secondo noi, ma in fondo anche secondo Galil che lo unge re.

Quanti anni passano dal 1012 a.C. al 515 a.C.? Insomma, quanto durò il giudaismo del primo tempio secondo questo calcolo? Beh, è facile saperlo, basta sottrarre 1012 al 515 e ottenere 497 (attenti che ha una ghematria fantastica!). Bene adesso sappiamo qualcosa in più, ma mi rendo conto che occorre una prova, occorre cioè dimostrare che siamo di fronte a una nuova metrica che disciplina la vita sacerdotale del tempio o, se preferite, il giudaismo nella sua essenza.

Per scoprirlo dobbiamo però seguire gli sviluppi storici di Israele e considerare l’esilio non esattamente nella tempistica profetica, che andrebbe pure bene ma non è precisa rivolgendosi alla storia secolare (un profeta è la voce di Dio nella storia), per cui indagheremo i Libri storici della Bibbia, in particolare quello di Esdra che si occupa della ricostruzione del tempio, del secondo tempio, certi che sia lì la chiave e la data di inizio del secondo giudaismo.

Infatti in Esd 7,7 leggiamo che egli rientra, assieme ai leviti (sacerdoti) nel settimo anno di Artaserse che noi collochiamo nel 465/464 a.C. datandone il primo anno di regno nel 472/471 a.C. Infatti nel 465 (uso la datazione singola per semplicità), cioè il settimo anno di Artaserse, si gettano le fondamenta del secondo tempio e con esse si gettano le basi per il secondo giudaismo che durò anch’esso 497 anni se nel 32 d.C. Gesù, nuovo Melchisedek (Eb 7,17), inizia, secondo la nostra cronologia, il suo ministero pubblico sacerdotale. Infatti 465+32=497 anni e questo ci dice che quando avevamo ipotizzato una metrica in quei 497 anni eravamo nel giusto perché non collegano solo Davide (1012 a.C.) al 515 a.C. fine del giudaismo del primo tempio, ma collegano anche il secondo giudaismo al terzo e definitivo, cioè a Gesù.

Tanta precisione ci stimola a cercarne ancora nel calendario delle settimane che non può mancare di far luce, cioè d’inserirsi in una cronologia che, disciplinando il giudaismo tutto, deve coinvolgere i calendari sacerdotali che regolamentavano il culto nel tempio simbolo di quel giudaismo.

Infatti anche i calcoli relativi al calendario delle settimane confermano sia quel 465 a.C. che il 32 d.C. attraverso questa semplice formula che li unisce

[(465-294)-(7×29)]=35 (un ciclo calendariale lungo e 29 brevi sottratti al 465 a.C.=32 d.C.)

dimostrando (per la durata di un turno sacerdotale 7 anni vedi post di ieri) che se difficilmente la precedente identità cronologica ( 497 anni dal 1012 a.C.  al 515 a.C. e dal 465 a.C. al 32 d.C.) disegnata era imputabile al caso, adesso è impossibile perché a quella metrica si sovrappone un calendario a dirci, col suo “resto zero” che la matematica veramente non è un’opinione e lascia poco spazio alla fantasia polemica. Una polemica che magari potrebbe coinvolgere le mie precedenti affermzioni che facevano partire il giudaismo del secondo tempio nel 472/471 a.C. ma in fondo mi pare di aver semplicemente aggiustato il tiro con quel 465 a.C. settimo anno di regno di Artaserse invece che primo.

Avevamo promesso una nota ghematrica sorprendente a proposito di quel 497 che già ci è stato utilissimo. Esso disegna le grandi tappe del giudaismo tutto, dai suoi albori (Davide) a Gesù. Esso, quindi ci parla del tempio e della sua storia profonda tripartita. In una parola degli “altari” che si sono succeduti come epoche ben precise, per cui non è un caso che 497 sia la ghematria di מזבחתם che tradotto significa i loro altari” (Es 34,13) perché effettivamente, alla luce della cronologia e di un calendario, quel 497 svela la storia profonda del tempio, dalle origini alla sua fine e con esso quella di una classe sacerdotale che non voleva saperne di tramontare, come vedremo.

Infatti vedremo cosa in realtà non si celi in tre versetti del Vangelo di Giovanni, cioè in Gv 2,19-21 quando la feroce polemica tra Gesù e i farisei introduce l’omicidio del primo soggetto. Il “distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere” di Gesù altro non significa, come avevamo già scritto qui, che i leviti e l’intera loro classe sacerdotale avevano capito che la loro epoca era ormai al tramonto.

Non a caso il confronto si svolse all’ombra del tempio, quello stesso che li aveva legittimati come classe divenuta ormai casta. Quel muro che Gli eressero contro è quello stesso che avevano a loro tempo abbattuto col suono delle trombe a Gerico, come abbiamo visto ieri, ma che sarà a sua volta abbattuto sul Golgota come dimostra la linearità di calcolo del calendario delle settimane che dopo 4 cicli lunghi (294 anni ciascuno) e 35 brevi (7 anni) conduce dal 1386 a.C. (caduta di Gerico) al 35 d.C. anno della crocefissione e anno che instaura il sacerdozio eterno “alla maniera di Melchisedek” (Eb 7,17), abrogando la classe levitica per un sacerdozio nuovo in Cristo.

Non ci poteva essere compromesso: un epoca e un sacerdozio nuovo chiedevano spazio, uno spazio occupato da secoli che non avrebbe mai ceduto il passo spontaneamente, per questo, nell’impossibilità di un compromesso, si penso sin da subito di eliminare fisicamente il Problema. Tutto questo non è la prima volta che accade. Già tra Saul e Davide non era corso buon sangue e anche quella volta –lo abbiamo visto– segnò il passaggio di consegne tra due epoche: da quella di Saul terra di mezzo perché ultimo giudice e primo re, a quella di Davide che supera (vince) definitivamente l’ultimo retaggio dell’epoca dei giudici per instaurare la monarchia. Come Gesù che esautora una classe sacerdotale per instaurare un regno: eterno, come dicono, ma credo sia vero.

Da Gerico al Golgota: da una nuova classe sacerdotale a un nuovo sacerdozio

84Nel post precedente ci siamo occupati del calendario delle settimane applicato alla caduta di Gerico, calcolata partendo dalla ghematria di Ιερικω che conduce al 945 a.C. anno in cui si gettano le fondamenta del tempio.

Ciò ci ha permesso di rintracciare l’anno della caduta della città attraverso la somma di un ciclo lungo (294 anni) e 21 brevi (7 anni ciascuno) al 945 a.C. per ottenere il 1386 a.C. anno immediatamente precedente la conquista della Palestina e l’ingresso nella Terra promessa ponendo fine all’esodo (1425 a.C.-1385 a.C.).

A dire il vero abbiamo commesso un errore, forse. Il ciclo delle settimane durava 6 anni, come abbiamo scritto in questa tavola (la cui bontà è però testimoniata dalla cronologia che sa esprimere), e solo al settimo il sacerdote riassumeva l’incarico nella stessa settimana, cioè all’interno della nuova identica turnazione.

Prendendo per buona la nota, credo sia necessario distinguere i calcoli che si possono fare con intervalli di 6 e 7 anni, quando i primi indicano il turno; i secondi la muta di quel turno sacerdotale e il suo inizio nuovo (insomma ne verrebbe fuori un 6+1 anni).

Dei primi ci siamo già occupati diffusamente (vedi link sopra), mentre per i secondi l’argomento è nuovo ma non meno importante, perché forse apre a nuove considerazioni, ispirate dalle due diverse scale (una di 6 anni e una di 7 rimanendo inalterato il ciclo lungo di 294 anni che riallineava i turni con il calendario luni/solare).

Infatti, la muta sacerdotale ci parla di una liturgia nuova o, forse meglio, di un calendario rinnovato nella classe officiante che per forza di cose indica un tempo liturgico nuovo. Viene spontaneo chiedersi, allora, se Gerico cadde nella turnazione dei 6 anni o fu nel settimo segnando l’ingresso di una nuova liturgia.

Se ieri ci siamo mossi secondo una scala di 7 anni (quella che conduce dalla fondamenta del tempio alla caduta di Gerico) significa che i sacerdoti che fecero cadere le mura di Gerico al suono delle trombe, dando luogo a una “vittoria liturgica”, appartenevano al primo anno della nuova classe sacerdotale, per cui adesso è possibile sapere se quel settimo anno segni una cronologia propria che si differenzia da quella già esplorata dei 6 anni (vedi qui).

I calcoli che dal 1386 a.C. si possono fare giungendo al 945 a.C., anno in cui si gettano le fondamenta del tempio, li abbiamo espressi ieri, ma li riassumeremo dicendo che i 945 a.C. si raggiunge, partendo dal 1386 a.C. dopo un ciclo lungo (294 anni) e 21 brevi (7 anni) tanto che ne abbiamo ricavata una formuletta. Eccola

[(945+294) + (7X21)]=1386

dove il 945 a.C. è il termine a quo, mentre il 1386 a.C. ad quem o viceversa.

Ma tutto questo può essere esteso (forse deve) per scoprire che dal 1386 a.C. caduta di Gerico che segna la “vittoria liturgica” si giunge alla “vittoria liturgica” per eccellenza, quella di Cristo sul Golgota dopo

[(294X4)+(7X35)]-1386=35

cioè 4 cicli lunghi e 35 (come il nostro annus crucis) brevi che conducono dal 1386 a.C. al 35 d.C. anno della crocefissione.

Qui la parentesi da aprire è davvero importante, perché quei 7 anni in cui si muove il calendario delle settimane che tiene conto della nuova muta sacerdotale conduce al nuovo sacerdozio di Cristo, non più secondo l’ordine di Levi, ma di Melchisedec e dunque a un sacerdozio eterno (Eb 7,17) .

Ecco allora che dal turno sacerdotale nuovo che abbatte Gerico si giunge al grido sulla croce che effonde Gesù, nuovo Sommo sacerdote “alla maniera di Mechisedec”, abbattendo il “mondo” (il peccato), dando luogo pure lui a una “vittoria liturgica” e a una “liturgia guerriera” che sul Golgota ha il suo campo di battaglia.

Il grido (di vittoria) che accompagna la morte di Cristo (Mt 27,50) è incompreso dai più, ma non a caso perfettamente udito da un centurione, soldato dalle mille battaglie che esclamando: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39) Gli attribuisce la vittoria, anch’essa liturgica, come a Gerico

Non è una mia forzatura, già un poeta ha colto il grido di vittoria quando scrive

Non ci fu mai una morte come questa

e io ne ho perso ormai il conto…

La sua battaglia non era con la morte.

La morte era sua serva,

non la sua padrona.

Non era un uomo sconfitto…

Sulla croce

la sua battaglia era qualcosa di molto più serio

che le lingue amare dei farisei.

No, la sua era un’altra battaglia…

Alla fine emise un alto grido di vittoria.

Tutti si chiedevano che fosse,

ma io ne so qualcosa di combattimenti e di combattenti.

Riconosco un grido di vittoria,

tra mille.

(F.ToppingAn impossible God)

 

 

Gerico, l’anno della rovina segnato sul calendario

importanteLa caduta di Gerico è quanto mai discussa, se mai è caduta, secondo molti. Alcuni, infatti, affermano che già fosse in rovina, rovinando così il Libro di Giosuè che già aveva il suo bel daffare con “Fermati, o sole”.

Non siamo archeologi, siamo solo blogger e per di più stanchi, perché 479 post di cronologia e ghematria in poco più di quattro anni stancano, ma vogliamo proporre al lettore un capriccio, per la verità molto curioso alla luce non dei nostri studi, ma di quelli degli altri che parlano di “vittoria liturgica” e “liturgia guerriera” a proposito della caduta di Gerico, perchè avvenne al suono di 7 trombe, 7 sacerdoti, 7 giorni e 7 volte poi Gerico, esausta, cadde.

Ci siamo già occupati di Gerico qui e abbiamo visto che la sua ghematria (Ιερικω corretta) conduce al 945 a.C., anno che secondo noi indica il getto delle fondamenta del primo tempio e siamo d’accordo se l’esegesi parla di “vittoria liturgica” “liturgia guerriera”, siamo d’accordo cioè col fatto che la ghematria di Ιερικω  (Gerico) riconduca al tempio, dove quella stessa liturgia aveva la sua sede e i suoi calendari.

Già, i calendari, in particolare uno, quello delle settimane che ci ha impegnato mesi (vedi categoria) per dirci che la sua cadenza unisce molti fatti biblici (storici) importanti che ne seguono, appunto, la cadenza (rinnovo l’invito a consultare almeno questo). E anche stavolta sembra non deluda, perchè noi applicheremo i suoi cicli lunghi (294 anni ciascuno) e brevi (7 anni ciascuno) a quel 945 a.C. che emerge dalla ghematria di  Ιερικω e che segna l’anno delle fondamenta del tempio, fulcro di ogni calendario religioso.

Prima però dobbiamo illustrare la nostra scommessa, affinché la sorpresa sia tale. Dobbiamo premettere che il calcolo relativo al calendario delle settimane applicato al 945 a.C deve necessariamente cadere nell’anno immediatamente precedente la conquista della Palestina, perchè Gerico apre le porte della regione.

Noi sappiamo già quando gli Ebrei la conquistarono, perchè non solo la ghematria (vedi categoria 1384 e 1385 del menu), ma anche i calcoli cronologici ci conducono al 1385 a.C. che segna, secondo noi, la fine dell’esodo, e di conseguenza la conquista della Terra promessa

Dunque Gerico deve cadere e i calendari devono confermare nel e il 1386 a.C. cioè l’anno immediatamente precedente il 1385 a.C. quando tutto è compiuto, cioè esodo e conquista. Bene, non rimane che sommare al 945 a.C. un ciclo lungo (294 anni) e 21 brevi (7 anni), cioè

[(945+294) + (7X21)]=1386

quando quel 1386 a.C. è l’anno cercato e promesso, cioè quello immediatamente precedente la fine dell’esodo e la conquista della Palestina, e  non solo da noi, ma anche da tutti coloro che parlano di “strategia liturgica” e “liturgia guerriera” che non poteva non esplicarsi nel calendario delle settimane di esclusivo appannaggio della classe sacerdotale, quella stessa che ha guidato la conquista al suono delle trombe, gli acuti delle quali hanno fatto centro con precisione millimetrica nelle imponenti mura della città.

Non sappiamo se cadrà la Gerico scientifica che nega la Gerico storica e biblica, di certo pare che quest’ultima cadde con fragore se se la sono segnata sul calendario, delle settimane è vero, ma pur sempre calendario fino a prova contraria.

Ps: prego anche di tenere conto che il calendario delle settimane ha come base di calcolo 7 anni e 7 sono i sacerdoti, 7 trombe, 7 giorni e 7 volte per una ritmica liturgica che a quanto pare fa luce non solo sulla storia, ma anche sulla purità, se i cicli brevi segnati dal calendario (vedi formula sopra) sono 7X21 cioè 7X( 7+7+7) somma che si oppone all’assoluta impurità del 666 apocalittico e bestiale, confermando quel quadro liturgico che solo può accedere al divino, cioè al 777 simbolo di perfezione

Sansone e i pastori infedeli

sansoneGli anni sabbatici e giubilari, come i sabbatici giubilari assieme, abbiamo visto che scandiscono la storia profonda di Israele (vedi tavola in calce) e non sono l’eco di una festività il cui calendario risale a una “usanza” post esilica, come spesso si scrive, ignorando però l’intero calendario e la cronologia della storia ebraica, altrimenti apparirebbe subito chiaro che non è possibile comprendere quella storia che si vorrebbe insegnare, ma che sfugge non nei particolari, ma nella sua stessa ragione d’essere se Israele fu una teocrazia.

La tabella in calce riassume sia gli uni, i calendari, sia l’altra, cioè la storia fondendoli e da questa sovrapposizione emerge la necessità sabbatica e giubilare sia in ordine all’amministrazione; sia in ordine alla vita militare; sia in ordine alla cantieristica sacra e quant’altro vi passi in mente come dimostra la tabella (persino i digiuni profetici).

Di tutto questo ne abbiamo parlato già, ma adesso si è aggiunta una nota molto importante o importante almeno quanto può essere, nella storia di Israele, il passaggio dall’epoca dei giudici a quella monarchica. Se gli anni sabbatici e giubilari sinora conosciuti ci testimoniano una osservanza ligia in ambiti meno importanti, come potrebbero i due calendari non segnare un evento storico di tale portata?

Noi abbiamo fissato quell’anno nel 1032 a.C. e subito -giusto il tempo di farci venire in mente l’idea- siamo andati a controllare, certi però che i due calendari non avrebbero potuto mancare di segnare l’evento.

E infatti il 1032 a.C. fu sabbatico, confermando un quadro già rilevante che descriveva  quell’anno. Esso infatti segna il passaggio di consegne tra i giudici e la monarchia; segna la trasformazione di Saul da giudice a re; permette la sincronizzazione di At 13,21 e i suoi 40 anni di regno con Giudici 15,20 che ci parla di 20; permette di comprendere che in quel 1032 a.C. si è consumato un falso, perchè i 410 anni che segnano l’intero periodo dei giudici non possono che partire da Saul e non da Sansone il quale è assolutamente fuori conteso cronologico; e da ultimo permette di dare una lettura ghematrica di ותורתך (Deut 33,10) che infatti segna 1032  e ci parla della Legge, cioè della “tua Torah” letteralmente, quando estensivamente abbiamo visto che tale lettura pone fine all’epoca della Legge, cioè di coloro preposti ad amministrarla: i giudici (per tutto questo vedi post precedente).

Ce n’è ben donde, quindi, in quel 1032 a.C., un anno alla pari con altri che hanno segnata un epoca, ma che non erano della stessa grandezza cronologica, costituendo la ripartizione tra giudici e monarchia la circolazione cronologica profondissima nella storia d’Israele, tanto che se recisa muore quella storia che la cronologia vorrebbe descrivere ordinatamente.

Chi ha scambiato Sansone per Saul era cosciente di questo, per cui oltre a una denuncia per falso sarebbe passibile di omicidio premeditato perpetrato ai danni della cristianità tutta se essa ha , come dicono, un corpo mistico costretto dai pastori a strisciare ai piedi del secolo e non dalla Bibbia.

 

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