A cavallo nella storia

Che cosa sappiamo dei cavalli di Apocalisse se non che il loro trotto disegna una lamed come abbiamo evidenziato in questo post e nell’immagine inserita? Forse non sappiamo che i versetti non sono semplicemente tali, ma mascherano, come tutti i casi raccolti nella categoria omonima, una cronologia, in questo caso del loro trotto che dal ’59 giunge al ’68 seguendo trienni come ostacoli di un campo di gara? Siamo certi, però, che altro non si celi dietro ai colori e ai cavalieri, ad esempio?

Partiamo da quest’ultimi e occupiamoci per prima cosa del quarto cavallo, quello verde che è cavalcato dalla morte (Ap 6,8) e che subito c’inserisce in un contesto umano se il Cristo, cioè il divino, è resurrezione, Pasqua non a caso, visto il calendario. Dunque quel cavaliere e quel movimento, che noi azzardiamo associarlo al ’68 sulla scorta del versetto che lo indica, fu impresa umana perché lo caratterizzò la morte, cioè la finitezza di una storia che nasce e si sviluppa con l’uomo, distante dall’eternità o dalla storia eterna, quella che è apparsa ai nostri occhi come gli “altari della storia“, non più materialialismo, quindi, ma divina.

Infatti, nello storicamente piccolo ruolo che forse ha avuto il ’68 rientra il suo veemente attacco a ciò che era potere e autorità, ma un potere e un’autorità umana, politica e sociale, tanto che a quel movimento sempre è sfuggito -e sfugge- che il mondo non giace sotto il potere dei potenti, ma del Maligno (1Gv 5,19)  per stessa ammissione di colui che ha scritto anche Apocalisse, Giovanni, a cui va riconosciuta imparzialità se abbiamo ragione e quel versetto 6,8 è il ’68.

Non a caso, in esso, tutto è divenuto semplice protesta da quella Lotta Continua promessa, per poi miseramente esaurirsi in quella parabola che ben descrissero sin dalle origini i cartisti inglesi: l’imborghesimento che ne ha fatto semplicemente dei nuovi padroni, da prodromi della rivoluzione permanente che come tutte le rivoluzioni ha divorato i suoi figli, perché da Cesare si giunse a Cesare Augusto; dalle Leggi anti-magnatizie fiorentine a Cosimo I;  dalle comuni a Napoleone;  dalla Rivoluzione di ottobre a Stalin e dalle piazze sessantottine si è giunti… vorrei dire a cosa, ma è ancora presto per qualificarne l’inevitabile deriva autoritaria che immancabilmente elegge il suo duce concentrando il potere dopo i bagordi. Parabola tipica di tutto ciò che nasce umano e si fa storia, anch’essa umana e per questo è cavalcata dalla morte che segna ogni movimento che alzi il suo vessillo, perché altra rispetto a quella eterna di cui ne ignora il progetto, anche se inconsapevolmente ne fa parte.

Ben diverso quando un movimento esplora il divino e comprende per prima cosa che il mondo giace sotto il potere del Maligno, lui solo Potere, tutti gli altri, al massimo, hanno autorità e risultano solo comparse più o meno rumorose. La sfida vera, dunque, è al Maligno non all’avversario politico ingaggiato in una lotta di classe che veramente appare una zuffa tra liceali.

Un maligno che certamente abita la storia che si fa città, cioè luogo fisico: Babilonia, l’arcinemica per eccellenza del popolo di Dio, perché Babilonia delle religioni, quando il, Cristo, protagonista assoluto della rivelazione, ci ha parlato dell’unico e vero Dio (Gv 17,3) e conseguentemente dell’unica vera storia, quella eterna, che non possono assolutamente coesistere con le divinità pagane di un pantheon babilonese. L’idolatria connessa a Babilonia ne fa l’espressione multi-etnica e multi-culturale di una religiosità sfida, sfida all’unicità di Dio e alla sua onnipotenza, se costretta a condividere la storia.

Ecco allora che entra nella scena il cavallo nero al versetto 6,5 che noi interpreteremo fisicamente come ’65. Quel cavallo è nero è nero come la notte, quella stessa in cui fu pesato Baldassàr e fu trovato mancante (Dn 5,27) e per questo, in quella stessa notte, “Dario il medo ricevette il regno” (Dn 5,30), cioè Babilonia cadde sotto il colpo di mano di Dario I.

Noi conosciamo quell’anno e fu il 486 a.C. quando finì anche il ministero profetico di Ezechiele. Cadde Babilonia perché fu pesata e trovata mancante e per questo quel cavaliere ha in mano uno ζυγός (Ap 6,5, bilancia) e ci parla di misure esatte tanto che esatta è anche l’identità tra la bilancia che impugna al posto della spada e l’anno della caduta di Babilonia, perché ζυγός. ha un valore ghematrico di 486, come nel 486 a.C. cadde Babilonia.

Una Babilonia metafora di una storia pesata e rivelatasi anch’essa mancante e dunque, proprio perché ne esprime il peso, falsa, poichè quel 486 che indica la sua caduta e la ghematria di ζυγός sono identici al valore di Υἱός (Figlio maschio, Ap 12,5) che (ri)nascendo rinnova la storia ristabilendo la giusta misura, in questo caso riportando la storia alla sua genesi esatta, cioè quella biblica. Infatti il 486 a.C. è l’antagonista di un 567 a.C. che data lo stesso evento, ma dall’osservatorio astronomico babilonese, non biblico che invece osserva l’eclissi descritta dal VAT 4956 nel 486 a.C., trentasettesimo anno di regno di Nabucodonosor e non  nel 567 a.C..

Tutto questo oppone la Sapienza biblica, espressa dalla cronologia del testo sacro, alla scienza che vorrebbe, di quel 567 a.C., farne valore assoluto, caposaldo inespugnabile, mastio babilonese dove organizzare la resistenza alla storia tutta dopo averne inventata una sua di storia. Appare così, dalle possenti mura scientifiche babilonesi, un personaggio che è simbolo stesso della grande impostura da tutti attesa, ma già in atto: Ciro che la Bibbia mai ha (ri)conosciuto come re, organizzando essa stessa una resistenza nelle sue pagine, tanto che a un esame attento emerge la verità e Ciro appare in tutta la sua falsità, facendo di  Babilonia la nemica della fede, della ragione e della storia.

Quelle misure esatte che caratterizzano il “cavaliere nero” altro non sono, allora, che una storia ritornata nel suo alveo naturale, cioè alla sua sacralità, che ha per questo disseccato alle radici il politeismo babilonese, protetto dalle “grandi acque” (Ap 17,1), migrate però altrove adesso, magari perché deviate, come avvenne per la conquista della Babilonia storica.

Una storia che dunque ritorna eterna e ristabilisce il culto, l’unico in verità, rivelando tutta l’aridità spirituale che in realtà caratterizzava Babilonia delle “grandi acque”, delle genti e delle religioni con i suoi non giardini pensili, ma divinità sospese, cioè senza radici o al massimo immerse in una soluzione  dal ph fortemente idolatrico.

Ecco secondo noi il “cavaliere verde” e il “cavaliere nero” oltre il simbolo, perché inseriti nell’arcobaleno della storia simbolo di quell’Alleanza che ha scritto la storia e a cui solo gli sciocchi si oppongono desiderando un mondo oppresso dal maligno e governato da Babilonia la Grande, sì, ma grande prostituta come la storia che ci ha tramandata.

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