Gli ultmi giorni dell’Olimpo

Ci siamo dedicati agli altari della storia seguendo una metrica che affiora dalla cronologia biblica, sebbene scaturisca dal profondo della sua storia. Una storia che con la cronologia trova la sua sistemazione, ordinata com’è per contenuti e “contenitori”. Quella metrica dei 497 anni che ci ha tenuto compagnia negli ultimi due post appartiene a quest’ultimi, perché quei “loro altari” (מזבחתם) segnano le grandissime epoche storiche capaci di contenere le singole tranches cronologiche.

Abbiamo visto, infatti, che dal 1012 a.C. si giunge, sommando 497 anni, al 515 a.C. che segna la fine del giudaismo del primo tempio, nato con Davide (1012 a.C.), l’anno in cui uccise Golia divenendo lui re nel cuore della gente come testimonia il grido di esultanza delle donne

Saul ha ucciso i suoi mille,
Davide i suoi diecimila (1Sam 18,7)

Poi, scalati gli anni dell’esilio, abbiamo sommato altri 497 anni al 465 a.C., anno in cui si gettano le fondamenta del secondo tempio, e ottenuto il 32 d.C. che segna, secondo noi, l’inizio del ministero pubblico di Gesù non a caso nuovo ναός (Sancta Sanctorum, Gv 2,20).

In seguito il nostro sguardo è andato ben oltre il dopo Cristo individuando il 529, in cui si consuma il dramma del mondo classico che crolla con Giustiniano, il quale chiude l’Accademia filosofica di Atene, segnando non solo la morte della filosofia, ma il crollo dell’Olimpo, cioè degli dei che, per dirla con Dante, erano divenuti “falsi e bugiardi”.

Ci siamo fermati qui, troppa è la storia e troppa e la cronologia che abbiamo affrontate per estendere il panorama della ricerca, ma dispiace perché se al momento, tacendo il web,  non siamo in grado di dare ragione del 1026 che si raggiunge sommando il 497 al 529, siamo però in grado di accennare al 1523, quando Lutero pubblica Come si devono istituire i ministri della chiesa che per molti fu una rivoluzione.

E da ultimo non che  dispiaccia, ma incuriosisce quel 2020 che dal 1523 si raggiunge sommando altri 497 anni raggiungendo i nostri giorni. Per il passato siamo passibili di negligenza, se non lo studiamo, ma il futuro, sebbene prossimo, è oltre le nostre possibilità e non siamo passibili di niente: vedremo.

Ma non è di questo che voglio parlare, perché a me davvero ha colpito quel 529 d.C. che segna il crollo dell’Olimpo e la morte della filosofia che lo aveva giustificato come sovrastruttura, direbbe Marx, cioè proiezione di quella stessa  “economia filosofica” che era la fucina del vivere e sentire civile e religioso.

S’imputa a Giustiniano la più classica delle critiche: oscurantismo, dittatorialità e prevaricazione del più sacro dei diritti riconosciuti al momento: la cultura, per cui la messa al bando della filosofia rappresenta a tutt’oggi l’atto sacrilego per eccellenza, intrisi come siamo di “culturismo”, tanto che l’istruzione giustifica un doping educativo che gonfia a dismisura il valore delle capacità intellettuali di cui fare sfoggio, perché la cultura è l’unica vera disciplina umana.

Giustiniano, quindi, è un mostro, quasi un perfido nano culturale che in un impeto d’invidia uccide per mancanza di argomenti e di ragione, in una parola di cultura, e per questo ricorre alla brutalità della legge, alla sopraffazione, al sopruso e, immancabilmente, all’ignoranza. Esercizio facile facile per atleti multi-culturistici: il ring, ormai, è lontano nel tempo e l’avversario defunto, persino dalla storia che “male” lo ricorda.

Tuttavia, io credo, che manchi sempre un pugno di terra per seppellire la verità, la quale lascia sempre dietro di sè le tracce per rinvenirla, affinché il corpo del reato sia visibile e repertabile dalla giustizia, sebbene storica. Ecco allora che appare non solo una metrica indefettibile a far luce (497 anni) e a dirci che, ad esempio, il materialismo storico è quanto di più distante dalla realtà, in primis storica; ma compaiono anche folli personaggi che giungono dal deserto a descriverci la realtà dei fatti.

Uno di questi è certamente Macario l’egiziano o Macario il Grande di cui abbiamo già parlato e che testimonia, con quelle mummie greche di cui ha fatto cuscino per la notte, una vita apparente della filosofia negli anni tra il 300 e il 390. Infatti se la storiella voleva mostrarci il coraggio di Macario, capace più di noi di dormire con una mummia sotto la testa, perché premurarsi di dirci che era greca? Che importanza ha conoscerne la provenienza? Io credo nessuna nell’economia dell’apoftegma, per cui se viene specificato che era greca l’apoftegma assume tutta un’altra luce e da storielle dabbene diviene testimonianza.

Testimonianza di una vita apparente di quelle mummie, cioè dei filosofi, che ancora insegnavano in quelle che, alla luce dell’apoftegma, appaiono enclaves culturali ancora disponibili ad ospitarli, sebbene ormai incapaci di fare, paradossalmente, scuola. Il pensiero, infatti, era migrato altrove come colomba, perché lo Spirito Santo, di cui la colomba è simbolo, aveva rivelata la Verità e dunque tutto ciò che era filosofia era falso e bugiardo, come gli dei che quella filosofia aveva legittimati.

L’attestazione di un solo Padre del deserto potrebbe essere poca, poca l’autorità ma che ne è se Arsenio, Arsenio anche lui il Grande, come Macario, testimonia la stessa versione dei fatti? Non era forse, Arsenio, precettore d’imperatori? Non era il campionissimo della classicità? Come mai allora rinuncia a tutto, cioè rinuncia a alla sua enorme cultura classica, per ritirarsi nel deserto? Crisi spirituale?, Mistica? Depressione, come diremmo oggi? O Forse indice di un clima culturale che aveva convertito i vertici più alti non della gerarchia sociale, ma culturale nei suoi massimi esponenti.

Se in Arsenio la classicità cede il passo al Vangelo, quali ne sono le ragioni? Possibile che un uomo di tale cultura scelga il Vangelo al posto di Platone e Aristotele? Essi non sono forse i maestri insuperati del pensiero filosofico a tutt’oggi? Come mai l’ieri li ha messi da parte con il campionissimo culturale Arsenio che non “fuggì gli uomini” come si dice in un suo apoftegma, ma ciò che gli uomini avevano prodotto, cioè la filosofia che gli apparve in tutta la sua umanità a lui che cercava il divino.

Sin dalla sua prima lettura mi ha colpito che “un uomo di quella cultura”, come diremmo fieramente oggi, si sia addentrato nel deserto profondo certo che se parli con e degli uomini non parli con e di Dio. Arsenio, proprio perché uomo di cultura, ha perfettamente intesa la Rivelazione che pone fine alla ricerca mettendo nella soffitta della storia la filosofia e dunque il pensare umano come ricerca.

Macario e Arsenio, i Grandi, ci hanno dunque tramandato a loro modo un’epoca che non uccise proditoriamente la filosofia in un impeto d’ignoranza, ma uccise e seppellì l’ignoranza in un impeto di di ragione e di fede, quella stessa che era stata rivelata e che era destinata a istruire il mondo immerso nelle tenebre, curiosamente, dell’ignoranza.

Giustiniano, quindi, chiudendo l’Accademia filosofica pose solo la parola fine a ciò che già di per sé era finito, finito perché umano e finito perché aveva esaurito la sua funzione. Il: “Basta, seppellitela!” di Giustiniano ha solo posto fine a uno strazio, magari al fine di non incorrere nella giustizia storica per vilipendio di cadavere, perché anch’essa lo riconosce reato. Per questo  va dato merito a Giustiniano: paradossalmente il suo ordine fu un esercizio di quella pietas che aveva caratterizzato la classicità e nient’altro.

Figura da rivalutare, Giustiniano, come da rivalutare sono i Padri del deserto, spesso definiti “grandi” e grandi lo furono veramente, ma non perché fu in loro potere far tremare gli dei, ma perché dopo averlo fatto rientravano nella loro cella e non a corte. Sì, erano grandi, grandi davvero.

 

 

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