L’ombra del tempio

ombraTorniamo ad occuparci delle occorrenze del numero 46 proponendo la nostra datazione del regno di Davide e la lettura ghematrica di לוי (Levi) capostipite, con Aronne, del sacerdozio e della omonima tribù.

Partiamo dalla prima occorrenza che si aggiunge agli altri casi presentati e riassunti in calce. La nostra datazione del regno di Davide si differenzia molto da quella attualmente adottata che lo vuole re a Ebron 7 anni e per quaranta a Gerusalemme.

Noi, segnando il primo anno di regno a Ebron nel 995 a.C.  e il primo anno di regno a Gerusalemme nel 989 a.C. contiamo 6 anni a Ebron e 40 a Gerusalemme senza neanche sostarsi molto da 2Sam 2,11 che indica un regno di 7 anni e mezzo a Ebron (infatti noi presumiamo 6 anni e mezzo).

Di per sé quasi nota insignificante quell’anno di differenza, ma a ben guardare fondamentale perché ci parla di un regno di Davide di 46 anni (995-46=949) e questo lo aggiunge alle occorrenze del numero 46 che sempre più appaiono non casuali, ma di assoluto rilievo tanto da giustificare un ricorso così frequente nella cronologia e nei lemmi.

L’altra importantissima considerazione è che quei 7 anni a Ebron e quei 33 a Gerusalemme canonici e accademici, sono un falso, un falso scritturale alla luce dell’evidente simmetria che quei 46 anni hanno con un contesto che ci parla di 46 anni come metrica neo e vetero testamentaria, come i 46 anni di Gesù riportati da Gv 2,20, le occorrenze di ναός (Sancta Sanctorum) e Σατανας (Satana) e da ultimo לוי (Levi, per tutte le altre vedi tavola in calce) .

Quei 46 anni complessivi di regno non sono, insomma, casuali nell’ottica di un Davide padre e di un Gesù “figlio di Davide” che come tale ne eredita il regno, un regno di 46 anni, sia stando alla cronologia dei Re, sia stando all’anagrafe di Gesù che contava 46 anni al momento del dialogo -meglio drammatico alterco, come vedremo- con i farisei al ναός (Gv 2,19-21).

Questo aspetto ci permette d’introdurre il secondo punto, cioè la ghematria di Levi (לוי) che è 46 e questo ci dice che nel 32 d.C. coesistevano in Gerusalemme, cioè in Israele, due 46, ossia due sacerdozi: l’uno era quello di Gesù, nuovo Melchisedec (Eb 7,17); l’altro sacerdotale, cioè la classe dei sacerdoti, i leviti che avevano il compito di sorvegliare il tabernacolo, dunque il ναός, all’ombra del quale non a caso si affrontarono.

Il dialogo che lì si tenne non fu tale, lo abbiamo accennato, ma si trattò di un redde rationem tra Lui, nuovo Mechisedec e la casta. L’impossibilità di un compromesso risulta evidente dai toni: “Distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere”, cioè  “Uccidetemi, e io risorgerò”.

Insomma i toni sono più che accesi perché di mezzo ci sarà un omicidio e per di più rituale, cioè per mano di quegli stessi sacerdoti, perché così doveva compiersi la profezia e la promessa. Involontariamente, infatti, i sacerdoti si prestarono al compiersi della profezia di Daniele, quella delle 70 settimane, in cui l’unto senza colpa, l’agnello pasquale sarà ritualmente immolato.

Credo che solo alla luce di quel 46 Gv 2,19-21 assuma tutto lo spessore che merita, poiché non è solo un alterco, ma un violentissimo scontro, un faccia a faccia non con Dio, sulla scorta di Mosè, ma con chi si credeva Dio, cioè con una casta che non potendo risolvere il problema pensa sin da subito di eliminarLo, perché guardiana del tabernacolo cioè, metaforicamente,  dell’ortodossia ebraica.

Ecco, abbiamo aggiunte altre due occorrenze del numero 46 che risulta sempre più capace di far luce nella Scrittura con le sue occorrenze. Stavolta crediamo consigli anche il cinema, perché fa di Gesù uno solo contro tutti e dunque non più santino verginale e sofferente che, in preda a un delirio, si assume le colpe dell’umanità, ma eroe tragico che affronta il suo destino violento senza battere ciglio e pubblicamente, cioè all’ombra del tempio che assume tutti i contorni di un presagio.

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