La salvezza è il deserto, ebook prossimamente su Amazon

Ho pubblicato un ebook su Amazon. Il titolo è La salvezza è il deserto. Credo che sarà in vendita nei prossimi giorni a un prezzo non modico per il numero di pagine (1,50 euro), è vero, ma simbolico, come simbolica è la pubblicazione che mi ha intrattenuto in pensieri altri rispetto a quelli solitamente quotidiani.

A seguire l’introduzione, opera mia, mentre tutto il resto è compilativo. Non so, se vi va offritemi un caffè, buono ma carino per 1,50 euro senza vista sul golfo.

Introduzione

Il termine “vocazione” (κλῆσις ) compare solo nelle lettere paoline e in 2Pt 2,10, dunque non nei sinottici, nè in Giovanni. Eppure esso ha uniformato a sè la “chiamata”, cioè la sequela di Cristo, facendosi origine di ogni forma di servizio divino, sia laico che religioso.

Nasce così la vocazione al celibato, al matrimonio, alla vita consacrata, alla povertà o all’assistenza spingendosi addirittura fin dentro il deserto, popolato dai Padri, pur’essi “vocati”, quando però in loro emerge chiara non una chiamata, ma un’urgenza.

I Padri non sono stati “chiamati” al digiuno, né alla povertà, né al sacrificio, tanto meno all’obbedienza. In essi si è fatta strada l’urgenza della salvezza da conquistarsi con l’ascesi che appare strumento di salvezza, non fine.

Il loro stato monastico ed eremitico, quindi, non risponde a una vocazione, piuttosto a una necessità, necessità che diviene premio solo dopo una vita di lotta.

Salvezza come premio e non come “chiamata”, certezza che li spinge oltre ogni ostacolo, naturale o che essi stessi si sono procurati.

Quella tensione continua tra il loro “essere” e la “Salvezza” genera le più svariate istanze che danno luogo a un florilegio di santità che fa rallegrare i deserti (Is 35,1).

È la salvezza l’origine di una spiritualità che ha superato i secoli, non una vocazione: sono i “salvati”, non i “chiamati” e questo appare chiaro in Teodoro di Ferme, che parla del mondo come “le fauci del nemico” da cui sono scampati.

Questa breve antologia vuole offrire una lettura sistematica dei Detti dei Padri del deserto seguendo la collezione alfabetica. Essa raccoglie tutti gli apoftegmi che ci parlano della salvezza, come la si raggiunge, come la si conserva e come la si vive senza però che noi ne abbiamo data un’interpretazione personale, meno ancora un giudizio.

Non ci siamo addentrati, quindi, in un’indagine critica, è compito fuori dalla nostra portata, ma abbiamo solo evidenziato quanto l’urgenza della salvezza ispiri i Detti e li abbiamo elencati, certo che alcuni di essi -talvolta ne è sufficiente uno- siano capaci da soli di pizzicare le corde profonde di ognuno e magari rispondere a interrogativi fino ad allora senza risposta.

In questo senso Antonio il Grande e Macario l’egiziano, stando alla produzione, sono coloro che più di altri sono di aiuto, ma non è nella quantità che necessariamente riposa il detto illuminante.

Spesso, infatti, i singoli apoftegmi spingono più di altri alla riflessione, perché sintetizzano la voce del deserto in detti lapidari, come quelli di Evagrio, che costringono a un faccia a faccia con Colui che è la salvezza cercata, il quale conosce la via della salvezza di ognuno, diversa da persona a persona, seppur convergente alla meta.

Non crediamo di aver compiuta un’opera esaustiva, ma solo -e forse- di aver colmata una lacuna, perché nelle collezioni sistematiche consultate non abbiamo trovata nessuna opera che affronti il tema della salvezza sebbene sia di primaria importanza, non solo e non tanto per ciascuno di noi, ma più ancora per la comprensione di una spiritualità che nasce proprio da quest’esigenza che non fu vocazione, ma urgenza, talvolta desiderio.

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