Oltre Dio, all’inferno. Aspetti inesplorati dei Detti del deserto

botticelli-03Molte volte ho letto i Padri del deserto e i loro detti, sulle prime convinto che fosse una lettura priva di pericoli non per spicciola dietrologia, ma a causa dell’ormai triste esperienza fatta con il testo biblico che mi ha insegnato prudenza, e molta.

In seguito si è fatto strada il dubbio che niente sia sfuggito al veleno che ha permeato tutti gli aspetti della bimillenaria cristianità, tanto che se ti avvicini al cibo spirituale devi aver sviluppato potenti anticorpi contro il veleno somministrato a gocce, inodori incolori, vorrei dire, ma in realtà aromatiche quanto l’incenso, così da ingannare olfatto e palato.

Questo veleno è l’obbedienza perinde ac cadaver (come un cadavere) definita ccos’ dalla la Chiesa cattolica che la ama, ama cioè un’obbedienza che sarebbe riduttivo definire cieca, perchè assoluta chiedendo l’intera tua volontà, perinde ac cadaver, appunto

I Padri sapevano benissimo distinguere la Parola di Dio da quella degli uomini, seppur Anziani, cioè monaci provetti, tanto che tra le due preferivano di gran lunga la prima. Anzi proprio gli Anziani consigliavano di rivolgersi ad Essa e tenere a distanza gli uomini, perchè l’una infallibile; la seconda spesso fallace.

Dunque  l’obbedienza era sì virtù da provare e nutrire, ma nel preciso ordine sopra esposto: prima Dio, poi gli uomini. Invece, stando ad alcuni apoftegmi, quell’obbedienza conduce oltre Dio, in osservanza del precetto e del comando umano, tanto che è lodata se assoluta, quando la sua dimensione, proprio perchè umana, è relativa, spettando l’assoluto a Dio.

In Saio (quello, non a caso, dei monaci), Padre del deserto, ne abbiamo un esempio, perchè si intima al giovane monaco di rubare e lui ruba. Viene da chiedersi se gli fosse stato intimato di uccidere: avrebbe ucciso? e se l’ordine era stuprare, avrebbe stuprato; o calunniato o bestemmiato e via così seguendo il Decalogo, che avrebbe fatto? Sì, perchè se per ordine ne infrangi uno dei Comandamenti, sei disposto a infrangerli tutti, a differenza di colui che ne ha infranti uno, due, tre o dieci ma di sua spontanea volontà e per le ragioni più svariate, ma che aprono, proprio perchè tali, alla speranza; a differenza del primo che avendo fatto dell’obbedienza una professione, non si fermerà, nè si pentirà mai: obbedire è virtù a se stessa. Questo Saio, che vorremmo caso isolato, ma non è così e ciò ci ha fatto pensare al veleno versato a gocce nei Detti dei Padri.

Infatti la nostra breve indagine ha rilevato un sistematico appello all’obbedienza cieca che già con Saio (quello dei frati) aveva gettate basi inquietanti tra il discepolo e il maestro, basi che hanno elevata un’istituzione: l’obbedienza perinde ac cadaver.

Infatti in Rufo, anch’egli Padre del deserto, leggiamo un vero e propri Osanna all’obbedienza e in questo non c’è nulla di male, tanto che citeremo l’ultima parte dell’apoftegma in cui l’autore dà il meglio di sè

O ubbidienza, madre di tutte le virtù! O ubbidienza, salvezza di tutti i fedeli! O ubbidienza, madre di tutte le virtù! O ubbidienza, rivelatrice del regno! O ubbidienza che apri i cieli e innalzi gli uomini da terra! O ubbidienza nutrimento di tutti santi da te allattati e per mezzo tuo resi perfetti! O ubbidienza che abiti con gli angeli

Come vedete non c’è nessun male in queste parole, in fondo si canta una virtù che se rimane nell’alveo naturale, cioè l’ubbidienza agli uomini sottoposti essi stessi a Dio, è disciplina e scuola monastica. Ma l’abbiamo visto con Saio, essa può travestirsi da dis-obbedienza nei confronti di Dio, che ha dato un comandamento chiarissimo: non rubare, ma il discepolo, per ubbidienza, rubò.

Insomma è così pericolosa l’obbedienza che si teme anche la sua strumentalizzazione, perchè è facile immaginare di quale strumento di controllo di massa e di potere si impossesserebbe colui che ne facesse un’istituzione capace di trasformare una virtù (l’obbedienza) in legge promulgata da chi ha tutto l’interesse a un’obbedienza cieca che uccide, per virtù; che ruba per virtù; che calunnia per virtù; che perseguita per virtù e via dicendo secondo le corde più profonde dell’inferno.

Alla luce di tutto questo, suona davvero inquietante quell’inno all’obbedienza elevato da Rufo perchè è seguito da un altro Padre secondo una sistemazione alfabetica che lo fa seguire da Romano, Padre anch’egli. Niente di che direte voi, ma io no, perchè per esperienza -e fatene tesoro- vi posso assicurare che il diavolo, dopo la brutta esperienza di Genesi, in cui fu citato per correità, i vostri peccati non ve li suggerisce all’orecchio, ma ve li ispira, cosicchè lui avrà fatto niente agli occhi della gente e sarà innocente, quando però lui è l’artefice del vostro peccato.

Dunque mi suona davvero strana la sequenza che vede Rufo e il suo Osanna all’obbedienza seguito da Romano, quel Romano  che richiama sin da subito Roma e la sua obbedienza perinde ac cadaver che fa tanto comodo se si ha intenzione di fondare non una Chiesa, ma un regno di fedeli sudditi, disposti ad andare oltre il comandamento in ossequio a un precetto.

La nostra breve disamina dell’obbedienza secondo alcuni Padri non finisce qui, qui come verosimilmente ci sono finiti “certi Padri nel deserto”, cioè per obbedienza, perchè c’è un altro panegirico che loda l’obbedienza perinde ac cadaver, come piace a Roma. Tale apoftegma appartiene alla serie sistematica ed è attribuito a dei fantomatici anziani di cui nessuno sa nulla, se non una vaghissima e comodissima tradizione.

Esso da luogo a un’obbedienza senza fonte, cioè a un diritto senza origini certe ma che risulta estremamente comodo e utile, se si pensa al regno piucchè alla Chiesa. Tale “apoftegma” (il virgolettato è d’obbligo essendo emerso dal nulla) si trova alla posizione 842 dell’edizione kindle, in ogni caso, per chi avesse il cartaceo di Città Nuova è nell’introduzione, al capitolo “Parola di Dio e parola dell’anziano”. Leggiamo l’apoftegma

Gli anziani dicevano:- se si ha fede in qualcuno e ci si abbandona alla sua obbedienza, non c’è bisogno di preoccuparsi dei comandamenti di Dio; basta abbandonare al proprio Padre le proprie volontà e si sarà senza colpa davanti a Dio, perchè Dio ai novizi non chiede altro che il travaglio dell’obbedienza

Ecco, quest’ultimo apoftegma completa tutto, completa cioè il quadro sommariamente descritto in cui abbiamo Saio (quello dei frati) che incita a rubare; Rufo che tesse l’elogio del fatto compiuto per obbedienza e Roma(no) che patrocina tutto sotto la supervisione di fantomatici anziani che istituiscono l’obbedienza come forma mentis dei novizi i quali, ahiloro, ancora memori della loro passata vita in cui rubare, uccidere, mentire, perseguitare e via così con l’inferno, potrebbero nutrire dei dubbi sulla liceità del reato, seppur commesso per obbedienza, ma se ne fanno una ragione, come le vecchiette che si mettono l’anima in pace perchè, dopo aver fritto il gatto della vicina, “l’ha detto il prete”.

Ecco allora istituito il regno sulle coscienze neanche obbedienti, ma letteralmente ossequienti. Un regno che osserva la legge ordinaria (precetto), ma infrange l’articolo costituzionale (Comandamento) che l’ha ispirata. Un regno di cortigiani, da sempre vil razza dannata, disposti a tutto per un’obbedienza comoda a loro, perchè giustifica la loro viltà; e comoda agli altri (cioè a coloro che la esigono) al potere in un regno di folli, arrivisti, carrieristi, opportunisti e vigliacchi salvo qualche disgraziato.

In una parola, l’inferno, esso stesso elevato a Chiesa, la cui liturgia è immancabilmente una: l’obbedienza oltre la morale, oltre la realtà, oltre ogni senso di giustizia e da ultimo oltre Dio stesso.

 

 

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