Il salmo 151, una fama meritata. La biografia di Davide alla luce di un apocrifo

golia

Nel post precedente abbiamo riferito del nostro imbarazzo circa il Davide “giovinetto” di 1Sam 3,8 e 17,56. Questo perchè anche la grammatica è incerta proponendo il lemma sia come aggettivo, sia come sostantivo, sta di fatto che rientra nell’incerta età dell’adolescenza, se lo si vuole collocare nel tempo.

Tuttavia in questo caso si deve essere precisi, perchè in quell’età Davide ne combina di tutti colori:  fu unto re da Samuele e uccise Golia, senza sapere noi se il primo fatto costituisca il movente, tra l’altro, ma certi che son tutte cose di non poco conto che ne fanno fin da giovane uno fuori dal comune.

In un primo post avevamo ventilato l’ipotesi che fossero gli anni, anzi, l’anno (1011 a.C.) in cui uccise Golia, salvo poi ieri ricrederci e ipotizzare l’unzione a re per mano di Samuele. Adesso crediamo di aver fatta la nostra scelta indicando l’uccisione di Golia.

Prima di entrare nel merito crediamo opportuno ripercorrere la biografia di Davide tracciata dal blog, affinché il lettore possa orientarsi in una vita così turbolenta in cui anche i salmi ci mettono del loro, come vedremo.

Davide nasce a Betlemme, secondo Luca, e nel 1025 a.C. secondo noi. Questa data l’abbiamo ricavata dai calcoli, in particolare dalle generazioni matteane, 28 per la precisione (da Gesù a Babilonia e da Babilonia a Davide), di 35 anni per un totale, se sommate, di 980 anni a cui si aggiunge il 15 a.C., anno di nascita di Gesù e termine a quo, per ottenere il 995 a.C. come anno della sua accessione al trono in Ebron.  Poi, seguendo Sam 5,4, aggiungiamo i 30 anni della sua età al momento dell’incoronazione e otteniamo il 1025 a.C. anno di nascita.

Ciò ci permette di spiegare due cose

  1. L’anno di accesso al trono in Ebron, cioè l’anno che la genealogia matteana considera, la quale non ha solo una valenza genealogica ma anche e più importante cronologica
  2. All’anno della sua nascita si deve aggiungere un elemento fondamentale: fu anno sabbatico, prova ne è che se sommiamo (1025+32) e lo dividiamo per 7 otteniamo 151, cioè il multiplo di 7 che indica l’anno sabbatico. Vi prego di notare che abbiamo utilizzato il termine quasi fisso nei nostri calcoli sabbatici e giubilari: il 32 d.C. che fu entrambe le cose e segna l’inizio del ministero pubblico di Gesù, ministero che nel prosieguo del post ci sarà utilissimo.

Adesso, quindi, non rimane che considerare il 989 a.C. che segna l’accesso al trono in Gerusalemme, secondo noi, che per sommi capi descriveremo, certi che il lettore ne avrà già abbastanza di quest’anno.

Esso nasce, infatti, dal notissimo ricalcolo delle generazioni matteane tra l’esilio e Davide, ferme su 490 anni,  perchè quella somma nasce da 14 generazioni di 35 anni. Noi però abbiamo verificato storicamente, ma alla luce di 1-2Re e 1-2 Cronache, il calcolo di Matteo e riconsiderato tutti quanti i regni di Giuda sommandone la durata, calcolata non secondo quanto riporta il deuteronomista, ma seguendo la scaletta dinastica che lui stesso propone prima dei calcoli stessi.

Questo ha comportato un lavoro lungo perchè i regni di Giuda per buona parte sono sincronizzati con Israele, per cui per conoscere l’anno di accesso al trono in Giuda del re X bisogna conoscere, spesso ma non sempre perchè il sincronismo è anche su Giuda, l’anno di accesso al trono in Israele del re Y.

Fatto sta che ci siamo riusciti e abbiamo scoperto che la somma, ovviando alla sovrastruttura delle co-reggenze, che tutto è fuorché necessaria, è di 484 anni e 6 mesi per cui, facendo fermo il 505 a.C. come anno dell’esilio, abbiamo che l’anno di accesso al trono di Gerusalemme cade nel 989 a.C. (505+484=989) che infatti è a 6-7 anni di distanza dal 995 a.C., quando 2Sam 5,5 indicherebbe 7 anni e 6 mesi di durata per il regno in Ebron e dunque cifra altamente compatibile.

Non è il caso di proporre tutti calcoli possibili con quel 989 a.C. a riprova della sua efficacia in termini di cronologia biblica, basta accennare al fatto che disciplina l’erezione del tempio, avvenuta nel quarto anno di Salomone, cioè nel 945 a.C.

Purtroppo adesso, nonostante la vita di Davide sia ricca di spunti romanzeschi, rimane da occuparci solo della sua morte che avvenne nel 949 a.C. cioè l’anno di accesso al trono di Salomone, figlio e successore.

Ricapitolando:

nasce a Betlemme nel 1025 a.C.

Adolescente è unto re da Samuele e uccide Golia

accede al trono in Ebron nel 995 a.C.

mentre a Gerusalemme nel 989 a.C.

infine muore nel 949 a.C.

Ecco la biografia di Davide che manca nel panorama degli studi se i rabbini stessi ti dicono – non altro di certo- che regna “attorno al 1000 a.C.” datazione alquanto dubbia sia per la mente di colui che parla sia del suo interlocutore.

Bene, adesso non rimane che riprendere il filo interrotto e rientrare in post ricordando che ci stiamo occupando del fatto che vogliamo conoscere cosa il Davide “giovinetto” abbia combinato di più importante, se cioè è stato unto re o ha ucciso Golia.

Dicevamo che il suo anno di nascita fu sabbatico e il termine per il suo calcolo è il 32 d.C. che lo collega a Gesù, cioè all’inizio del suo ministero pubblico e infatti noi vogliamo sapere se anche Davide divenne personaggio pubblico da “giovinetto”, cioè quattordicenne se, come abbiamo visto ieri, la ghematria di ἀρνίων (agnello che ricorda il re pastore) è 1011 e riconduce al 1011 a.C. che lo consegna a un’anagrafe di 14 anni se nato nel 1025 a.C.

Dal 1025 a.C. al 32 d.C. passano 151 anni sabbatici, perchè (1025+32):7=151 e questo conduce a una questione ancora aperta stando ai Salmi, perchè il salmo 151 scompare da tutte le principali edizioni bibliche, tanto che poche sono le chiese che ne riconoscono la canonicità.

Tuttavia il salmo (per la sua lettura apri link sopra), apocrifo  o meno, è di Davide e riporta un titolo che è un programma cioè Quando Davide combattè (uccise) Golia dicendoci che il fatto eclatante della sua giovinezza fu proprio quello legato alle sue gesta contro il gigante.

Infatti la critica si è prodigata nel commento dell’ultimo capoverso tanto da non attribuirglielo, capoverso che inizia con Inizio della fama di Davide che come vedremo era in realtà azzeccatissimo e forse proprio per questo è stato tolto.

Vero è, però, che anche l’unzione da parte di Samuele fu importante, ma fu una cerimonia familiare, mentre l’uccisione di Golia catturò l’immaginario della gente che lo elesse re, mentre Samuele lo aveva  invece “solo” unto tale e in famiglia.

Ecco allora perchè abbiamo considerato importante il termine del 32 d.C. per i calcoli perchè se Davide con l’uccisione di Golia divenne personaggio pubblico, cioè accese l miccia della sua fama, altrettanto fece Gesù nel 32 d.C. con il battesimo sul Giordano.

Quel 151 che emerge dal calcolo sabbatico, allora, fa luce certamente sulla vita di Davide, ma dal titolo del salmo 151 stesso, cioè Quando Davide combattè (uccise) Golia, si deduce che l’uccisione di Golia fu l’impresa più  eroica della sua giovinezza, quella che lo ha consegnato all’immaginario collettivo biblico che infatti recita

Non è costui quel Davide a cui cantavano tra le danze:
«Saul ha ucciso i suoi mille
e Davide i suoi diecimila?». (1Sam 29,5)

dando luogo, come recita il capoverso censurato, “alla sua fama”.

Fra le due ipotesi del Davide quattordicenne che lo vedrebbero sia unto re, sia eroe è da preferirsi quindi, in termini di fama, la seconda non solo perchè emergente da un calcolo sabbatico basato sul suo anno di nascita, ma anche perchè un salmo specifico fa luce sulle sue gesta ed è il 151, come 151 indica il calendario sabbatico, salmo che molti vorrebbero apocrifo, ma è di primaria importanza, tanto che la sua esclusione getta una cattiva luce su qualsiasi edizione che non lo contenga, pure se fosse Textus Receptus, come il Lenigrandesis che annovera tra i suoi eroi un Ciro, mai esistito, escludendo però Davide con l’assenza del salmo 151.  Forse per questo la datazione del Lenigradensis è il 1008, perchè 1008 è ghematria di Ἀρμαγεδδών (armagheddon) cioè impresa da eroi, i quali nella Bibbia non si chiamano Ciro, ma Davide.

Il pastore e l’agnello, la ghematria di un re: Davide

Davide-pastore-1240-Bibbia-MorganNon sappiamo quanto il greco scritturale abbia risentito della falsificazione, potremmo addirittura spingerci sino all’inimmaginabile: il greco dei Vangeli e dell’Antico testamento era, in buona parte, cosa altra avendone scoperta una funzione ghematrica che certamente sposava il testo secondo forme lessicali diverse, se la lettura ghematrica al momento è minorata e spesso va ricostruita.

La logica che dobbiamo adottare, allora, è quella del puzzle che spesso propone tessere di difficile o impossibile collocazione al momento, ma che la trama descritta dall’immagine e l’intarsio sino ad allora svolto ci dicono che sono utili, talvolta utilissime tanto da consigliarci di metterle a parte.

E’ il caso di πωιμην (pastore) che ieri abbiamo visto confermare Davide pastore, ma solo se scritto con la omega, altrimenti tutto quanto, compreso Davide, si perde. Ma quella tessera ghematrica si presta anche a un altro intarsio se scritta πωιμης , cioè con lo stigma finale che ne cambia radicalmente il valore.

Noi non sappiamo se quel πωιμης sia attestato (a una prima e sommaria ricerca pare di sì, ma si perde nella notte dei tempi, per una lingua) per cui ci auguriamo che un grecista sappia darne ragione, quando la ghematria gliela dà tutta, nel senso che propone un gioco ghematrico perfetto che non esce dal contesto, parlandoci ancora di Davide re pastore e forse in maniera ancora più approfondita. Vediamo come.

Πωιμης ha un valore di 944 che noi ridurremo a un calendario per ottenere il 945/944 a.C. quarto anno di Salomone, quando cioè si gettano le fondamenta del primo tempio, secondo noi. Adesso è importante riportare il passo di ieri in cui leggiamo

Ma quella stessa notte la parola del SIGNORE fu rivolta a Natan in questo modo: «Va’ e di’ al mio servo Davide: “Così dice il SIGNORE: ‘Saresti tu quello che mi costruirebbe una casa perché io vi abiti? Ma io non ho abitato in una casa, dal giorno che feci uscire i figli d’Israele dall’Egitto, fino a oggi; ho viaggiato sotto una tenda, in un tabernacolo. Dovunque sono andato, ora qua ora là, in mezzo a tutti i figli d’Israele, ho forse mai detto a uno dei giudici a cui avevo comandato di pascere il mio popolo d’Israele: Perché non mi costruite una casa di cedro?’”. Ora dunque parlerai così al mio servo Davide: “Così dice il SIGNORE degli eserciti: Io ti presi dall’ovile, da dietro alle pecore, perché tu fossi il principe d’Israele, mio popolo; e sono stato con te dovunque sei andato; ho sterminato davanti a te tutti i tuoi nemici. Io renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra; darò un posto a Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più turbato e i malvagi non lo opprimano come prima, come facevano nel tempo in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo, Israele; e ti darò riposo liberandoti da tutti i tuoi nemici. In più, il SIGNORE ti annuncia questo: sarà lui che ti fonderà una casa! Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu riposerai con i tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua discendenza, il figlio che sarà uscito da te, e stabilirò saldamente il suo regno. Egli costruirà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno. io sarò per lui un padre ed egli mi sarà figlio; e, se fa del male, lo castigherò con vergate da uomini e con colpi da figli di uomini, ma la mia grazia non si ritirerà da lui, come si è ritirata da Saul, che io ho rimosso davanti a te. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te e il tuo trono sarà reso stabile per sempre”». (2Sam 7,4-16)

Questo ci dice che 2Sam ci parla certamente di Davide pastore, ma anche della promessa di un tempio, il primo della storia ebraica, quello che ha segnato un’epoca mai superata. Dunque se il passo ci parla di Davide pastore, ci parla anche del tempio, quello stesso a cui ci conduce il calcolo ghematrico di πωιμης , esattamente alle sue fondamenta, cioè nel 945/944 a.C..

Questo è un primo importante risultato se noi avevamo messo in dubbio l’esistenza del lemma πωιμης  la cui ghematria ci consiglia prudenza, cioè di non escluderlo dai dizionari di ora e né di allora.

Ma c’è di più se noi consideriamo la differenza cronologica tra il 988 a.C., primo anno di regno di Davide, che emerge dalla ghematria di πωιμην (988 a.C.) e il 944 a.C., quando si gettano le fondamenta del tempio,  che emerge invece da πωιμης. Tale differenza è 44 ed è la essa stessa ghematria di טלה (agnello in ebraico) che pone entrambe le due ghematrie di πωιμην e πωιμης in un unica cornice: Davide re pastore, nella misura in cui non solo banalmente un agnello è il capo più prezioso del gregge, ma anche perché l’agnello è simbolo del Cristo, un Cristo figlio di Davide e che in Gv 10 si proclama il Buon pastore.

Insomma la differenza tra i lemmi generata dalla ghematria di πωιμην e da quella di πωιμης si riflette in una differenza cronologica che rafforza tutto il simbolismo legato a Davide re pastore, tanto che pure la ghematria greca di ἀρνίων (agnello, scritto con la omega), conduce a un altro percorso ghematrico perfettamente sincrono al contesto.

Infatti ἀρνίων ha un valore ghematrico di 1011 che ridotto a un calendario fu il 1011 a.C. anno che Galil indica per il primo anno di regno di Davide, sbagliando e facendo bene al contempo: sbagliando perchè il primo anno di regno a Gerusalemme fu il 989/988 a. C.; facendo bene perché Davide verosimilmente fu unto re da Samuele nel 1011 a.C., come vedremo (in questo post avevamo ipotizzato l’uccisione di Golia, ma in ogni caso un evento importante. Chiedo scusa, ma è materia ancora fluida).

Questo blog segna la data di nascita di Davide nel 1025 a.C. perché considera il 995 a.C. come anno della sua unzione a re in Ebron. Lo abbiamo stabilito grazie alla genealogia matteana che prevede due tranches di 14 generazione di 35 anni (490 anni) da “Gesù a Babilonia; da Babilonia a Davide” (Mt 1,17) a partire dal 15 a.C., anno di nascita di Gesù per cui (490×2)+15=995.

Sapendo che Davide fu unto re a Ebron nel 995 a.C. a 30 anni (2Sam 5,4) è facile ricavare il suo anno di nascita che fu il 1025 a.C. (995+30=1025) per cui nel 1011 a.C., emerso dalla ghematria di ἀρνίων, egli aveva 14 anni, quando 14 è la ghematria ebraica di דוד (Davide).

Nella minore delle ipotesi, possiamo dire che quel 1011 a.C. segnò un anno importante che lo vede giovanetto, forse proprio quando fu scelto da Samuele per essere unto re. La conferma credo la possiamo avere da Galil che non a caso, conoscendo la storia, ci parla di un re David in quel 1011 a.C., ma non nel senso che ha fatto intendere a noi, perchè in realtà fu l’anno esatto della sua unzione profetica a re per mano di Samuele, e non quella politica a Gerusalemme. Chissà, forse quella di Galil è una reminscenza ebraica, ma di certo colpisce per precisione, anche se poi si perde nel significato.

Tutto quanto sopra ci parla di un lemma, πωιμην/πωιμης  che ha due forme, ma moltissimi significati ghematrici che non escono mai dal contesto loro proprio, cioè una cornice agreste legata alla pastorizia, dando luogo a un dedalo ghematrico coerente che certamente si conviene a un re pastore: Davide.

Davide, il re pastore

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Oltre a una solida tradizione, ci sono due fondamentali passi dell’Antico testamento che ci parlano di Davide re pastore. Leggiamoli

Mentre entravano, egli pensò, vedendo Eliab: «Certo l’unto del SIGNORE è qui davanti a lui». Ma il SIGNORE disse a Samuele: «Non badare al suo aspetto né alla sua statura, perché io l’ho scartato; infatti il SIGNORE non bada a ciò che colpisce lo sguardo dell’uomo: l’uomo guarda all’apparenza, ma il SIGNORE guarda al cuore». Allora Isai chiamò Abinadab e lo fece passare davanti a Samuele; ma Samuele disse: «Il SIGNORE non si è scelto neppure questo». Isai fece passare Samma, ma Samuele disse: «Il SIGNORE non si è scelto neppure questo». Isai fece passare così sette dei suoi figli davanti a Samuele; ma Samuele disse a Isai: «Il SIGNORE non si è scelto questi». Poi Samuele disse a Isai: «Sono questi tutti i tuoi figli?» Isai rispose: «Resta ancora il più giovane, ma è al pascolo con le pecore». Samuele disse a Isai: «Mandalo a cercare, perché non ci metteremo a mangiare prima che sia arrivato qua». Isai dunque lo mandò a cercare, e lo fece venire. Egli era biondo, aveva begli occhi e un bell’aspetto. Il SIGNORE disse a Samuele: «Àlzati, ungilo, perché è lui». Allora Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli; da quel giorno lo Spirito del SIGNORE investì Davide. Poi Samuele si alzò e se ne tornò a Rama. (1Sam 16,6-13)

 

Ma quella stessa notte la parola del SIGNORE fu rivolta a Natan in questo modo: «Va’ e di’ al mio servo Davide: “Così dice il SIGNORE: ‘Saresti tu quello che mi costruirebbe una casa perché io vi abiti? Ma io non ho abitato in una casa, dal giorno che feci uscire i figli d’Israele dall’Egitto, fino a oggi; ho viaggiato sotto una tenda, in un tabernacolo. Dovunque sono andato, ora qua ora là, in mezzo a tutti i figli d’Israele, ho forse mai detto a uno dei giudici a cui avevo comandato di pascere il mio popolo d’Israele: Perché non mi costruite una casa di cedro?'”. Ora dunque parlerai così al mio servo Davide: “Così dice il SIGNORE degli eserciti: Io ti presi dall’ovile, da dietro alle pecore, perché tu fossi il principe d’Israele, mio popolo; e sono stato con te dovunque sei andato; ho sterminato davanti a te tutti i tuoi nemici. Io renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra; darò un posto a Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più turbato e i malvagi non lo opprimano come prima, come facevano nel tempo in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo, Israele; e ti darò riposo liberandoti da tutti i tuoi nemici. In più, il SIGNORE ti annuncia questo: sarà lui che ti fonderà una casa! Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu riposerai con i tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua discendenza, il figlio che sarà uscito da te, e stabilirò saldamente il suo regno. Egli costruirà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno. io sarò per lui un padre ed egli mi sarà figlio; e, se fa del male, lo castigherò con vergate da uomini e con colpi da figli di uomini, ma la mia grazia non si ritirerà da lui, come si è ritirata da Saul, che io ho rimosso davanti a te. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te e il tuo trono sarà reso stabile per sempre”». (2Sam 7,4-16)

Essi ci parlano di un’attributo della regalità di Davide che diviene metafora, nella misura in cui Davide fu pastore d’Israele, quando altrettanti fondamentali passi dell’Antico Testamento ci parlano d’Israele come gregge divino.

Gesù non esce dalla metafora e si proclama, in Gv 10, il Buon pastore, saldando la Sua regalità, la Sua discendenza e la Sua mansione a quella di Davide. Il web propone, assieme all’esegesi, una produzione sterminata di questa metafora che attinge alla pastorizia, ma non abbiamo trovato niente che lo collocasse nella sua sede naturale, se tutto ciò richiama direttamente la regalità. Non abbiamo trovato niente, cioè, che riferisse il tutto alla cronologia di 1-2Re, quella che descrive l’intera dinastia davidica.

Ciò che viene sempre proposto, infatti, sono immagini, simboli e metafore il cui significato rimane nella lettera, non assumendo mai una connotazione storica, cioè concreta. La ghematria molte volte, però, ha fatto quella luce che manca spesso all’esegesi, costretta a un testo che certamente ha risentito degli anni, anzi, dei secoli proponendo sviste che hanno corrotto il testo biblico; ma altrettanto certamente ha risentito della falsificazione dei lemmi finalizzata a impedire il calcolo ghematrico che sarebbe l’unico capace di offrire quella chiave di lettura per la comprensione di tutti gli aspetti biblici, in primis la cronologia, composta anch’essa, come la ghematria, di numeri.

Per questo offriremo un lemma certamente falsificato, poichè l’originale è di estrema importanza e ciò non è sfuggito ai criminali, facendo luce non solo su Davide buon pastore, ma ancor più su Cristo, anch’Egli Buon pastore, ma “quello grande” come lo differenzia S. Paolo da Mosè (Eb 13,20).

Il lemma greco riportato dagli attuali testi biblici per indicare colui che conduce il gregge è ποιμήν che però va scritto con la omega (πωιμην) affinché ne risalti l’importanza, offrendo in quel caso un valore di 988 che, se inserito in un calendario, fu il 988 a.C., ossia il primo anno di regno di Davide secondo la nostra cronologia che colloca gli albori del suo regno nel 989 a.C. il quale, in una necessaria ottica di datazione doppia, diviene il 989/988 a.C.

Dunque il fatto che la metafora ci parli di Davide re pastore collocato dalla ghematria di πωιμην nel 988 a.C., primo anno di regno di quello stesso re a Gerusalemme, conferma tutto quanto lettera e simbolo da sempre avevano evidenziato, stringendo una relazione che sinora era metaforica la quale, però, usando la chiave ghematrica, diviene anche cronologica, consegnando il tutto al primo anno di regno di Davide, pastore e re oltre ogni ragionevole dubbio, perchè collocato nei pascoli della storia di cui la cronologia altro non è che un recinto.

La spina nel regno

anasseIl regno di Manasse (615 a.C.-560 a.C.) è quello che ha diviso l’opinione pubblica, cioè la Bibbia. Vero è che di re peccatori molti ne ha avuti Giuda, ma lui risulta il prototipo. Nel panorama dinastico eccelle la sua sciagura, definitiva per i Re (21,16); redenta per Cronache (33,18).

Infatti se i primi due libri ne danno un giudizio senza appello, gli altri due aprono alla speranza e il dramma si consuma nella sua preghiera, la preghiera di Manasse che si riconosce peccatore e chiede perdono.

Degno allora il suo regno di un’opera tragica o di una commedia, in ogni caso di un’opera letteraria che non sappiamo se esista, ma dovrebbe perchè i toni e il pathos ci sono tutti. Di questo regno noi, per colmare un’eventuale lacuna, ne daremo una lettura teologica e psicologica affinché sia meglio compresa l’importanza del regno e del personaggio che non si distingue solo per una dimensione psicologica, ma offre una importante chiave anche per una dimensione teologico-storica.

Partiamo dal primo aspetto, quello psicologico per dire che Manasse succede a Ezechia, l’ultimo re sincrono (vedi categoria “regni assoluti” nel menu), cioè ancora legato alle vicende dinastiche di Israele.  Come sappiamo, infatti, i re di Giuda erano sincronizzati con il regno di Israele, nel senso che l’accesso al trono dell’uno era calcolato sull’anno del regno del corrispettivo regno del Nord, Israele.

Riduttivo sarebbe immaginare che tutto si risolvesse in un problema di sincronismi dinastici, perchè quel legame è anche storico, cioè crea tutte le premesse per un conflitto, segnando la presenza di due regni costretti a convivere.

Ecco allora che l’aspetto psicologico fa il suo ingresso, perchè nello stesso territorio (nello stesso regno, fino a Salomone) coabitano due psicologie, cioè due modi di vedere e di pensare.

La scomparsa di Samaria nel 638 a.C. altera un equilibrio che seppur precario era però esistente e lascia tutto lo spazio a Gerusalemme, che non ha più un competitor ed è libera di esprimersi seguendo la sua volontà.

Il freno inibitore rappresentato da Samaria si spezza e Gerusalemme inizia la sua discesa, anche se quel volare a velocità folle gli impedisce di capire che in realtà sta precipitando. E’ nell’esplosione del male, del peccato e dell’abominio nel regno di Manasse la sintesi di quel volo che sembra libertà conquistata, ma che in realtà è solo la libera e totale espressione del suo orgoglio, ormai senza freni che giunge a cime abissali di peccato.

Nessuno ormai può richiamarla all’ordine, cioè alla Legge, perchè lei soltanto è Legge e può infrangerla, fors’anche riscriverla, se il sommo sacerdozio venne meno durante il quel regno. Samaria non esiste più e dunque il confronto non esiste più. L’opinione pubblica, cioè il pio ebreo, non può rinfacciargli che Samaria è migliore di lei o che certi peccati neppure in Samaria si commettono, dunque essa è metro della sua condotta, unico indiscusso paradigma di santità o peccato.

Questo credo spieghi l’apostasia di un regno che si sente, finalmente, l’unico padrone di tutto quanto l’ebraismo e in quello stato di esaltazione forgia Manasse, prototipo del peccatore, è vero, ma forse semplicemente in preda a un deliro di onnipotenza, che ne fa un soggetto psichiatrico e in questo senso si comprende la mano tesa del cronista che ne ha pietà, come tutti si ha pietà di un malato.

Questo l’aspetto psicologico, forse addirittura psichiatrico, ma abbiamo scritto che c’è anche quello teologico relativo alla storia, se la teologia della storia è lo studio e la riflessione sul modo di operare di Dio nella storia stessa.

Il regno di Giuda ha avuto un’età dell’oro, cioè un’infanzia eccezionale, con Davide prima e Salomone poi. A tutt’oggi si fa distinzione tra i primi due regni e quelli successivi, tanto la distinzione tra regno unitario e regno diviso da luogo a studi con prospettive diverse.

Anche nell’antichità questa distinzione era chiara, perchè se il tempio è la massima istituzione del regno, la sua gloria era la gloria del regno e per questo Giuseppe Flavio in Antichità scrive che la gloria del primo tempio rimase insuperata, persino dopo la costruzione del secondo non si raggiunse lo splendore del primo, tanto da scontentare coloro che  avevano lavorato alla sua costruzione. Questo significa che i regni di Davide e Salomone non furono superati e tutto ciò che li segue crebbe alla loro ombra.

I regni da Abia, ma forse da Roboamo in poi, vivono il sincronismo su accennato e risultano vincolati alle vicende di Israele fino a Ezechia, seguendo una pedagogia divina che cerca sempre l’equilibrio. E’ in questo contesto che si colloca Samaria, spina nel fianco che impedisce gli eccessi e al contempo è punizione degli stessi quando divengono eterodossia.

Molte volte leggiamo nella Bibbia che punizione al peccato sono le guerre, come molte volte leggiamo che il timore è strumento di correzione; come leggiamo di carestie provvidenziali, cioè procurate dalla Provvidenza.

Questo significa che Dio ha creato con Samaria un contesto di lotta che mantenga umile Gerusalemme. E ciò non è una novità. Già in Paolo è presente una spina che gli impedisce di insuperbire (2Cor 12,7), come afferma lui stesso; mentre nei Padri del deserto la quiete cercata e poi trovata, l’esichia, viene interrotta da un contesto di lotta chiesto in preghiera, affinchè il monaco non perda l’umiltà.

Quella teologia della storia a cui abbiamo accennato non è altro, allora, che il modus operandi della Provvidenza, affinchè il tutto non degeneri in una corsa parossistica al male, un volo libero che in realtà è un precipitare e dunque il male che Dio evoca è pedagogico per impedirne uno ben peggiore.

Tutto questo è evidente nel regno di Manasse a cui è tolta la spina nel fianco costituita da Samaria. L’assenza di dolore, in realtà, non dà sollievo, ma genera un dolore più grande: il peccato, anzi, l’apostasia facendoci certi che Dio, nella sua provvidenza, ci aveva visto giusto a pretendere un equilibrio con quella conflittuale coabitazione che costituiva un freno inibitore agli appetiti della carne (potere), che quando si è sentita libera dalla dolorosissima spina ha espresso il peggio di sé, come il regno di Manasse che a tutt’oggi, stando ai Re e alle Cronache, ci lascia nel dubbio sulla sua sorte, segno di un’opinione pubblica (Bibbia) ancora divisa, cosa mai successa né prima, né dopo di lui, parlandoci questo di una grandezza nel male che si fa dramma oppure commedia, ma in ogni caso insegna, perché la lezione di Manasse vale per ciascuno di noi.

La salvezza è il deserto, ebook prossimamente su Amazon

Ho pubblicato un ebook su Amazon. Il titolo è La salvezza è il deserto. Credo che sarà in vendita nei prossimi giorni a un prezzo non modico per il numero di pagine (1,50 euro), è vero, ma simbolico, come simbolica è la pubblicazione che mi ha intrattenuto in pensieri altri rispetto a quelli solitamente quotidiani.

A seguire l’introduzione, opera mia, mentre tutto il resto è compilativo. Non so, se vi va offritemi un caffè, buono ma carino per 1,50 euro senza vista sul golfo.

Introduzione

Il termine “vocazione” (κλῆσις ) compare solo nelle lettere paoline e in 2Pt 2,10, dunque non nei sinottici, nè in Giovanni. Eppure esso ha uniformato a sè la “chiamata”, cioè la sequela di Cristo, facendosi origine di ogni forma di servizio divino, sia laico che religioso.

Nasce così la vocazione al celibato, al matrimonio, alla vita consacrata, alla povertà o all’assistenza spingendosi addirittura fin dentro il deserto, popolato dai Padri, pur’essi “vocati”, quando però in loro emerge chiara non una chiamata, ma un’urgenza.

I Padri non sono stati “chiamati” al digiuno, né alla povertà, né al sacrificio, tanto meno all’obbedienza. In essi si è fatta strada l’urgenza della salvezza da conquistarsi con l’ascesi che appare strumento di salvezza, non fine.

Il loro stato monastico ed eremitico, quindi, non risponde a una vocazione, piuttosto a una necessità, necessità che diviene premio solo dopo una vita di lotta.

Salvezza come premio e non come “chiamata”, certezza che li spinge oltre ogni ostacolo, naturale o che essi stessi si sono procurati.

Quella tensione continua tra il loro “essere” e la “Salvezza” genera le più svariate istanze che danno luogo a un florilegio di santità che fa rallegrare i deserti (Is 35,1).

È la salvezza l’origine di una spiritualità che ha superato i secoli, non una vocazione: sono i “salvati”, non i “chiamati” e questo appare chiaro in Teodoro di Ferme, che parla del mondo come “le fauci del nemico” da cui sono scampati.

Questa breve antologia vuole offrire una lettura sistematica dei Detti dei Padri del deserto seguendo la collezione alfabetica. Essa raccoglie tutti gli apoftegmi che ci parlano della salvezza, come la si raggiunge, come la si conserva e come la si vive senza però che noi ne abbiamo data un’interpretazione personale, meno ancora un giudizio.

Non ci siamo addentrati, quindi, in un’indagine critica, è compito fuori dalla nostra portata, ma abbiamo solo evidenziato quanto l’urgenza della salvezza ispiri i Detti e li abbiamo elencati, certo che alcuni di essi -talvolta ne è sufficiente uno- siano capaci da soli di pizzicare le corde profonde di ognuno e magari rispondere a interrogativi fino ad allora senza risposta.

In questo senso Antonio il Grande e Macario l’egiziano, stando alla produzione, sono coloro che più di altri sono di aiuto, ma non è nella quantità che necessariamente riposa il detto illuminante.

Spesso, infatti, i singoli apoftegmi spingono più di altri alla riflessione, perché sintetizzano la voce del deserto in detti lapidari, come quelli di Evagrio, che costringono a un faccia a faccia con Colui che è la salvezza cercata, il quale conosce la via della salvezza di ognuno, diversa da persona a persona, seppur convergente alla meta.

Non crediamo di aver compiuta un’opera esaustiva, ma solo -e forse- di aver colmata una lacuna, perché nelle collezioni sistematiche consultate non abbiamo trovata nessuna opera che affronti il tema della salvezza sebbene sia di primaria importanza, non solo e non tanto per ciascuno di noi, ma più ancora per la comprensione di una spiritualità che nasce proprio da quest’esigenza che non fu vocazione, ma urgenza, talvolta desiderio.

L’esegesi fiorirà

C’è un verbo che si colloca nel deserto oltre che nella Lettera ai Galati. Esso ricorre all’imperativo e riassume uno stato d’animo ed è  εὐφράνθητι che Isaia colloca al capitolo 35 versetto 1-2 che leggeremo

Si rallegrino il deserto e la terra arida,
esulti e fiorisca la steppa.
Come fiore di narciso fiorisca;
sì, canti con gioia e con giubilo.

Tale verbo si colloca nel deserto, perchè il deserto è chiamato a rallegrarsi e fiorire a causa della liberazione provvidenziale, cioè dell’opera di Dio. Ma noi abbiamo già incontrato un evento simile, anch’esso opera di Dio ed è il germogliare della verga di Aronne (Eb 9,4).

In quel passo il verbo usato è  βλαστάνω che appunto significa “germogliare” e il suo valore ghematrico già lo conosciamo ed è 1384, cioè il 1384 a.C., l’anno immediatamente successivo alla fine della peregrinazione nel deserto, cioè alla fine dell’esodo.

Dicemmo in quell’occasione che la verga di Aronne germoglia a simbolo di una Terra promessa che produce i frutti promessi come la terra e con essa germoglia un’intero popolo che si era avventurato nella arida terra desertica.

Sia nel primo verbo che nel secondo la protagonista è la sabbia rovente non più dimora tanto che  εὐφράνθητι invita a rallegrarsi e a germogliare, cioè fruttificare. In questo senso non è un caso che entrambi i verbi abbiano lo stesso valore ghematrico o che al minimo conducano allo stesso anno, il 1384/1383 a.C., se  εὐφράνθητι ha un valore ghematrico di 1383.

La lettura ghematrica, allora, salda contesti già di per sè già solidamente legati per fornirci una prova ulteriore che la storia, in particolare quella dell’esodo, non la scrive solo la lettera, ma talvolta emerge dai numeri nel deserto dell’esegesi attuale e la sua disidratata cronologia.

Oltre Dio, all’inferno. Aspetti inesplorati dei Detti del deserto

botticelli-03Molte volte ho letto i Padri del deserto e i loro detti, sulle prime convinto che fosse una lettura priva di pericoli non per spicciola dietrologia, ma a causa dell’ormai triste esperienza fatta con il testo biblico che mi ha insegnato prudenza, e molta.

In seguito si è fatto strada il dubbio che niente sia sfuggito al veleno che ha permeato tutti gli aspetti della bimillenaria cristianità, tanto che se ti avvicini al cibo spirituale devi aver sviluppato potenti anticorpi contro il veleno somministrato a gocce, inodori incolori, vorrei dire, ma in realtà aromatiche quanto l’incenso, così da ingannare olfatto e palato.

Questo veleno è l’obbedienza perinde ac cadaver (come un cadavere) definita ccos’ dalla la Chiesa cattolica che la ama, ama cioè un’obbedienza che sarebbe riduttivo definire cieca, perchè assoluta chiedendo l’intera tua volontà, perinde ac cadaver, appunto

I Padri sapevano benissimo distinguere la Parola di Dio da quella degli uomini, seppur Anziani, cioè monaci provetti, tanto che tra le due preferivano di gran lunga la prima. Anzi proprio gli Anziani consigliavano di rivolgersi ad Essa e tenere a distanza gli uomini, perchè l’una infallibile; la seconda spesso fallace.

Dunque  l’obbedienza era sì virtù da provare e nutrire, ma nel preciso ordine sopra esposto: prima Dio, poi gli uomini. Invece, stando ad alcuni apoftegmi, quell’obbedienza conduce oltre Dio, in osservanza del precetto e del comando umano, tanto che è lodata se assoluta, quando la sua dimensione, proprio perchè umana, è relativa, spettando l’assoluto a Dio.

In Saio (quello, non a caso, dei monaci), Padre del deserto, ne abbiamo un esempio, perchè si intima al giovane monaco di rubare e lui ruba. Viene da chiedersi se gli fosse stato intimato di uccidere: avrebbe ucciso? e se l’ordine era stuprare, avrebbe stuprato; o calunniato o bestemmiato e via così seguendo il Decalogo, che avrebbe fatto? Sì, perchè se per ordine ne infrangi uno dei Comandamenti, sei disposto a infrangerli tutti, a differenza di colui che ne ha infranti uno, due, tre o dieci ma di sua spontanea volontà e per le ragioni più svariate, ma che aprono, proprio perchè tali, alla speranza; a differenza del primo che avendo fatto dell’obbedienza una professione, non si fermerà, nè si pentirà mai: obbedire è virtù a se stessa. Questo Saio, che vorremmo caso isolato, ma non è così e ciò ci ha fatto pensare al veleno versato a gocce nei Detti dei Padri.

Infatti la nostra breve indagine ha rilevato un sistematico appello all’obbedienza cieca che già con Saio (quello dei frati) aveva gettate basi inquietanti tra il discepolo e il maestro, basi che hanno elevata un’istituzione: l’obbedienza perinde ac cadaver.

Infatti in Rufo, anch’egli Padre del deserto, leggiamo un vero e propri Osanna all’obbedienza e in questo non c’è nulla di male, tanto che citeremo l’ultima parte dell’apoftegma in cui l’autore dà il meglio di sè

O ubbidienza, madre di tutte le virtù! O ubbidienza, salvezza di tutti i fedeli! O ubbidienza, madre di tutte le virtù! O ubbidienza, rivelatrice del regno! O ubbidienza che apri i cieli e innalzi gli uomini da terra! O ubbidienza nutrimento di tutti santi da te allattati e per mezzo tuo resi perfetti! O ubbidienza che abiti con gli angeli

Come vedete non c’è nessun male in queste parole, in fondo si canta una virtù che se rimane nell’alveo naturale, cioè l’ubbidienza agli uomini sottoposti essi stessi a Dio, è disciplina e scuola monastica. Ma l’abbiamo visto con Saio, essa può travestirsi da dis-obbedienza nei confronti di Dio, che ha dato un comandamento chiarissimo: non rubare, ma il discepolo, per ubbidienza, rubò.

Insomma è così pericolosa l’obbedienza che si teme anche la sua strumentalizzazione, perchè è facile immaginare di quale strumento di controllo di massa e di potere si impossesserebbe colui che ne facesse un’istituzione capace di trasformare una virtù (l’obbedienza) in legge promulgata da chi ha tutto l’interesse a un’obbedienza cieca che uccide, per virtù; che ruba per virtù; che calunnia per virtù; che perseguita per virtù e via dicendo secondo le corde più profonde dell’inferno.

Alla luce di tutto questo, suona davvero inquietante quell’inno all’obbedienza elevato da Rufo perchè è seguito da un altro Padre secondo una sistemazione alfabetica che lo fa seguire da Romano, Padre anch’egli. Niente di che direte voi, ma io no, perchè per esperienza -e fatene tesoro- vi posso assicurare che il diavolo, dopo la brutta esperienza di Genesi, in cui fu citato per correità, i vostri peccati non ve li suggerisce all’orecchio, ma ve li ispira, cosicchè lui avrà fatto niente agli occhi della gente e sarà innocente, quando però lui è l’artefice del vostro peccato.

Dunque mi suona davvero strana la sequenza che vede Rufo e il suo Osanna all’obbedienza seguito da Romano, quel Romano  che richiama sin da subito Roma e la sua obbedienza perinde ac cadaver che fa tanto comodo se si ha intenzione di fondare non una Chiesa, ma un regno di fedeli sudditi, disposti ad andare oltre il comandamento in ossequio a un precetto.

La nostra breve disamina dell’obbedienza secondo alcuni Padri non finisce qui, qui come verosimilmente ci sono finiti “certi Padri nel deserto”, cioè per obbedienza, perchè c’è un altro panegirico che loda l’obbedienza perinde ac cadaver, come piace a Roma. Tale apoftegma appartiene alla serie sistematica ed è attribuito a dei fantomatici anziani di cui nessuno sa nulla, se non una vaghissima e comodissima tradizione.

Esso da luogo a un’obbedienza senza fonte, cioè a un diritto senza origini certe ma che risulta estremamente comodo e utile, se si pensa al regno piucchè alla Chiesa. Tale “apoftegma” (il virgolettato è d’obbligo essendo emerso dal nulla) si trova alla posizione 842 dell’edizione kindle, in ogni caso, per chi avesse il cartaceo di Città Nuova è nell’introduzione, al capitolo “Parola di Dio e parola dell’anziano”. Leggiamo l’apoftegma

Gli anziani dicevano:- se si ha fede in qualcuno e ci si abbandona alla sua obbedienza, non c’è bisogno di preoccuparsi dei comandamenti di Dio; basta abbandonare al proprio Padre le proprie volontà e si sarà senza colpa davanti a Dio, perchè Dio ai novizi non chiede altro che il travaglio dell’obbedienza

Ecco, quest’ultimo apoftegma completa tutto, completa cioè il quadro sommariamente descritto in cui abbiamo Saio (quello dei frati) che incita a rubare; Rufo che tesse l’elogio del fatto compiuto per obbedienza e Roma(no) che patrocina tutto sotto la supervisione di fantomatici anziani che istituiscono l’obbedienza come forma mentis dei novizi i quali, ahiloro, ancora memori della loro passata vita in cui rubare, uccidere, mentire, perseguitare e via così con l’inferno, potrebbero nutrire dei dubbi sulla liceità del reato, seppur commesso per obbedienza, ma se ne fanno una ragione, come le vecchiette che si mettono l’anima in pace perchè, dopo aver fritto il gatto della vicina, “l’ha detto il prete”.

Ecco allora istituito il regno sulle coscienze neanche obbedienti, ma letteralmente ossequienti. Un regno che osserva la legge ordinaria (precetto), ma infrange l’articolo costituzionale (Comandamento) che l’ha ispirata. Un regno di cortigiani, da sempre vil razza dannata, disposti a tutto per un’obbedienza comoda a loro, perchè giustifica la loro viltà; e comoda agli altri (cioè a coloro che la esigono) al potere in un regno di folli, arrivisti, carrieristi, opportunisti e vigliacchi salvo qualche disgraziato.

In una parola, l’inferno, esso stesso elevato a Chiesa, la cui liturgia è immancabilmente una: l’obbedienza oltre la morale, oltre la realtà, oltre ogni senso di giustizia e da ultimo oltre Dio stesso.