Caronte e “l’eterno dolore ” dantesco

Arno-Levane-copia

Il genius loci non si cancella ex cathedra, ma sopravvive nel tempo e nello spazio, come il Valdarno, mio luogo natale. Levane, tutto fa pensare, ne fosse l’archetipo di quel genius perchè quelle navi ancora ancorate nella memoria dei vecchi e quegli anelli nella parte storica (Levane Alta) sono tracce indelebili.

Sembra che Annibale sia passato da noi, come sosteneva mio nonno e una voce riportata anche dalle cronache. E sembra che addirittura Dante da noi si sia ispirato quando ci ha parlato di Caronte, il traghettatore infernale, perchè a Levane lo conobbe e lo collocò nell’inferno, nella “città dolente” che ha lasciato la speranza. E Levane lasciò la speranza quando ha ribattezzato i suoi luoghi come “La valle dell’inferno” che ci caratterizza.

Quell’inferno dantesco, quella valle, si dice che abbia ispirato un canto dell’Inferno per le correnti tumultuose dell’Arno, chiuso in una stretta gola (vedi foto con fiume in piena o diga aperta, però), ma credo che sì, Caronte sia esistito, perchè fino alla costruzione post bellica del nuovo e attuale ponte sull’Arno, effettivamente c’era, come allora, il barchino per andare Oltrarno; ma credo altrettanto che le cose stiano diversamente nella sostanza.

E’ più probabile,infatti, che sia stato il racconto di Caronte fatto a Dante sull’infernale fine di un lago splendido che prosciugato offrì, proprio ai levanesi, genius loci, la scena infernale, appunto. Immaginate le tonnellate, tonnellate e tonnellate di pesce morto. immaginate tutta la flora e la fauna che viveva del lago morire lentamente di sete e di fame e poi chiedetevi se Dante non si fosse commosso fino a tal punto da credere anche lui all’inferno in terra.

L’evidente assonanza greca di charòneion (luogo infernale, figurativamente “luogo puzzolente”) con Caronte ci parla infatti di quella strage, l’unica che potesse scomodare la nobile fantasia del “Sommo Poeta”, di Dante. Una strage, tra l’altro, ancora viva e non metabolizzata nelle grandi epoche geologiche che vorrebbero imporci un Pleiestocenico teatro del dramma.

Se le correnti neanche tanto impetuose della gola che chiude l’attuale diga avessero in realtà ispirato l’inferno, Dante conosceva davvero poco il mondo, anzi, l’Italia, ma che dico, la Toscana. E neppure aveva tanta dimestichezza con la poesia che si nutre di ben altre ispirazioni. No fu il racconto impietoso di Caronte, levanese sopravvissuto alla strage, a parlargli di un genius loci trucidato e marcito che, a suo dire -ma ci scommetto- gridava vendetta.

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