Lettera a Mario Capanna

capanna

 

Buongiorno Onorevole Capanna,

lei non ricorderà certamente il mio nome, perchè sono davvero tanti gli anni che sono passati dall’ultima e unica volta che ci siamo incontrati.

Mi chiamo Giovanni Parigi e abito, sebbene toscano di nascita ed educazione, a Monte S. Maria Tiberina, vicinissima a dove lei è nato, cioè Città di Castello.

Fu l’azienda di famiglia a farci incontrare una sera a cena, perchè in quegli anni gestivamo un ristorante, oltreché un agriturismo, uno dei primissimi della zona a dire il vero.

Servivo io ai tavoli e lei, con la sua compagnia, mi concesse l’onore della sua presenza, tanto che ancora ho un ricordo vivissimo della stretta di mano con cui ci congedammo.

Per me fu veramente un onore, tanto che se i miei amici potevano fregiarsi di aver scomodato Guccini nella sua casa, io potevo dire di averLa nientemeno che ospitata e servita nella mia.

Eh sì che quegli anni, quelli della mia gioventù, erano anch’essi formidabili perchè uniformati da un pensiero unico che si traduceva in piccoli ma significativi gesti come l’immancabile libro tra le mani, ovunque uno andasse, come a dire che la cultura viene prima di tutto.

Ma io avevo fatto di più e meglio: le avevo concessa la mia verginità politica con quel voto dato a diciotto anni, appena maggiorenne quindi, a Democrazia Proletaria, poi più niente, è vero, anzi, addirittura forzista, ma comunque lo slancio affettivo e politico che lei raccolse è  notevole.

Di quella cena che l’ha vista dentro queste stesse mura da cui le sto scrivendo (la sala è rimasta uguale, tranne la tinteggiatura) sa cosa ricordo anche? Le mosche, Dio le mosche di quella sera! dei veri e propri nugoli, tanto che ancora mi chiedo come abbiate fatto a cenare.

Demmo la colpa ai cavalli ed effettivamente ne possedevamo tanti e vicini alla casa, ma con il senno del poi mi pare che abbiano un altro significato che non sto a dirle, perchè come diceva il mio professore di ginnasio, Leandro Arcaleni, che lei forse conoscerà essendo castellano pure lui, “si parla solo di ciò che si conosce”.

Tra l’altro quel Leandro era davvero personaggio strano e a lui debbo il greco che ancora ricordo e uso, ma non devo a lui niente di tutto quanto è presente nel blog, perchè per sua stessa ammissione aveva letto la “Bibbia sette volte e sono tutte cazzate”, dandosi un po’ la zappa sui piedi se dovremmo parlare solo di ciò che si conosce, non trova?.

Di questo forse sconclusionato monologo capirà ben poco circa il motivo per cui l’ho tenuto, quindi vengo al punto dicendogli che è con l’affetto e la stima che le ho espressa che mi sento in dovere, leggendo la didascalia che ha dietro la testa ritratta nella foto, che lei in pericolo. Lei come tutto il movimento che rappresenta.

Ho imparata la lezione di Arca’ e so quel che dico, mi creda.

Cordialmente

Giovanni

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