I due testimoni del calendario

calendario

Dei due testimoni di Apocalisse, i due ulivi, si è cercata sempre la soluzione nel nome, rimasto ancora oscuro e al vaglio di ipotesi, sebbene la chiave più apparente che spicca dal mazzo sia quella cronologica, perchè essi predicheranno 1260 giorni, altro rebus, tra l’altro.

Essendo secondo noi cronologico il problema e la sua soluzione, ci è parso giusto affidarci alla ghematria per aprire un varco nel mistero che li circonda. In particolare alla ghematria della loro veste penitenziale: il sacco o σάκκος in greco.

Il valore ghematrico del lemma è 317 che noi ricondurremo a un calendario, anche se sarebbe più opportuno scrivere due calendari se il 318/317 a.C. fu anno sabbatico e giubilare, come indica la nostra scaletta sabbatica e giubilare che ha il merito di collocarsi precisamente in un ambito storico se Gerusalemme fu deportata da Tolomeo soter dopo la sua inspiegabile conquista.

Infatti Giuseppe Flavio ci ha tramandato che essa cadde senza colpo ferire, unica volta nella sua storia, caratterizzata da una resistenza feroce a ben altri sovrani (mi viene in mente Nabucodonosor, ma ancor più Tito nel 70 d.C.) che l’avevano assediata nientemeno che in anno sabbatico, come Nabucodonosor,  se il 507 a.C. lo fu secondo noi e precedè di due anni la sua caduta dopo un assedio di 18 mesi (cfr Ger 34.8-11).

Alla luce di questo, cioè alla luce dell’anno sabbatico che la vide assediata, sorgono seri dubbi sulla ricostruzione flaviana che adduce la colpa della caduta senza reazione al giorno di sabato, quando un anno sabbatico è incomparabilmente più importante e santo nella vita politica, religiosa e militare di Israele.

Come mai un sabato qualsiasi ha permesso l’ingresso di un esercito organizzato in Gerusalemme, mentre un anno sabbatico ha visto la sua reazione furiosa? Flavio ce l’ha raccontata giusta o Flavio è stato vittima di una palese manomissione?

Tra le due ipotesi scelgo a occhi chiusi la seconda, altrimenti tutta l’opera dello storico finisce alle ortiche, perchè la causa addotta dell’invasione pacifica non sta semplicementne in piedi.

Dunque l’unica ipotesi che rimane valida  è che il calendario sabbatico e giubilare che abbiamo ricostruito sia esatto e che Gerusalemme non reagì solo perchè pienamente fiduciosa nella protezione divina, trattandosi, il 318/317 a.C., di anno sabbatico e giubilare, cioè di un anno santissimo e solenne.

Non fu Tolomeo a conquistare Gerusalemme, ma Dio che la abbandonò per un progetto divino che voleva in quella deportazione il trampolino di lancio di una storia che doveva compiersi proprio da parte di quel Tolomeo soter (salvatore), se da lui parte il calcolo per il successivo anno sabbatico e giubilare che sarebbe caduto nel 32 d.C., anno d’inizio del ministero pubblico di Gesù. Di qui l’appellativo che gli antichi hanno conferito a Tolomeo, cioè soter, ossia salvatore, perchè da lui si arriva a Gesù, il Salvatore (va da sè che alcuni vorrebbero far dipendere il tutto dalla conquista nientemeno che di Rodi da parte dello stesso Tolomeo).

Dunque il 318/317 a.C. fu sabbatico e giubilare e la ghematria non cade nel vuoto, individuando sia la caduta di Gerusalemme, ma anche due calendari. In particolare adesso ci interessa l’esilio a cui fu sottoposta la popolazione gerosolomitana, perchè ben si presta a dare “corpo” alla veste di sacco, cioè penitenziale, che i due testimoni indossano secondo Apocalisse.

Quella loro veste di sacco, quindi, si colloca in una esperienza veramente penitenziale che la storia ci ha tramandata, non la Bibbia, se l’esilio egiziano è realmente avvenuto e si tenne nel 318/317 a.C. La loro veste di sacco, allora, ci dice molto più di quello che potrebbe apparire a prima vista, se la la predicazione -e la penitenza- hanno inizio nel 317 a.C.

I 1260 giorni di Apocalisse 11,3 partono da lì e si può calcolare quando essi finiscono rimanendo in un ambito strettamente storico e non più meramente simbolico come vorrebbero tutti. Questo in virtù del fatto che partono da una data e una esperienza assolutamente storica che da sola legittima la veste che caratterizza i due testimoni, il sacco, la penitenza.

317+1260 è uguale a 1577 che noi interpreteremo come il 1577 d.C. rintracciando il pontificato di Gregorio XIII. Poi sommeremo quei tristissimi giorni/anni in cui, sebbene uccisi, i due testimoni non sono seppelliti, cioè 3 e 6 mesi (tre anni e mezzo Ap 11,9) e otteniamo il 1581 d.C. anno in cui entra in vigore il calendario di quel Gregorio XIII di cui stiamo parlando.

Adesso dovete assolutamente notare che siamo partiti da due calendari, quello sabbatico e giubilare coincidenti nell’anno 318/317 a.C., e siamo caduti esattamente nell’entrata in vigore di un calendario che regola tutto il mondo conosciuto, avendo dato luogo a una riforma epocale.

Non è un caso allora che tutto quanto confluisca ostinatamente nel calendario, per cui è in esso la ragione e la missione dei testimoni, ed essa non può che essere la difesa a oltranza di una storia (calendario) che la si voleva cambiare, cosa che avvenne solo alla loro morte, che infatti segna l’entrata in vigore di un’altra cronologia: quella gregoriana che è ben lungi dall’essere stata la riforma di spunti minimali nella disciplina del tempo, perchè in realtà uccise, con i due testimoni, la storia.

Ho fatto una breve ricerca, e mi è parso di capire che si deve a Gregorio la data fissa del Natale nel 25 dicembre e questo mi è parso subito perfettamente allineato con il contenuto di Ap 11,10 in cui si scrive che la morte dei due testimoni è accompagnata dal giubilo della folla che si farà doni reciproci, tenendo quindi a battesimo il Natale per come lo conosciamo, ricco di doni e auguri, parlandoci di ben altre origini della festa cristiana per eccellenza che la si vorrebbe di “nascita”, ma che in realtà, a ben guardare, è la lapide di due sant’uomini, se i testimoni lo furono uomini.

L’introduzione del calendario gregoriano è ben lungi dall’essere quella riforma “santa” che tutti vorrebbero, perchè cela un duplice efferato omicidio, nonchè lo strazio di due corpi ai quali non si volle dare sepoltura per ben tre anni e mezzo. Solo la teofania descritta da Ap 11,12 poteva ripagarli.

La figura di Gregorio XIII mi pare ne esca un tantino ridimensionata perchè tutto fa pensare alla “bestia che sale dall’abisso” cioè da quel ἀναβαῖνον ἐκ τῆς γῆς che, alla luce del contesto, mi parrebbe  appropriato tradurre “dalle viscere della terra”, se l’abisso a cui fa riferimento Ap 11,7 è l’inferno. E non a caso il suo pontificato fu seguito da quello di Sisto V Peretti, quello stesso che il calcolo nuovamente ghematrico individua come il falso profeta: il primo stravolse il numero (calendario); l’altro completò l’opera uccidendo la lettera se per bocca degli stessi studiosi cattolici (Alberto Maggi) ha “stuprato la Vulgata” con la sua Sistina.

Inquieta, allora, l’intrusione di tale calendario pressochè in tutto il mondo conosciuto, come inquieta che la Russia ortodossa lo abbia adottato all’indomani della Rivoluzione del 1917, cioè nel 1918. Trovo strano che il mondo ortodosso lo abbia applicato a costo di una rivoluzione quando lo abbiamo detto che la Storia dell’Europa orientale dovrebbe cercare le ragioni di quella rivoluzione a Roma.

Quel paradosso russo di cui gli studiosi non sono venuti a capo, il quale ci narra di una Russia profondamente contadina e ortodossa banco di prova di una teoria economica partorita per il sottoproletariato urbano e proto industriale, si spiega solo alla luce di ben altre dinamiche rispetto a sinora quelle adottate che ci parlano dell’eterno conflitto tra forze produttive e rapporti di produzione.

Si tratta certamente di un eterno conflitto, ma di ben altra dimensione e natura, perchè facente capo alla lotta tra Cristo e l’anticristo che volle, con quella rivoluzione, impadronirsi della “perla dell’Asia minore” cioè Smirne, la Russia come la chiamavano gli antichi. Lo fecero a prezzo di una rivoluzione che mi pare abbia contato 30 milioni di kulaki morti, limitandoci a pregare per tutti gli altri, e questo per l’adozione di un calendario che impose tutta un’altra storia, falsa, falsissima, sanguinaria e dispotica.

Agli inizi delle mie ricerche ero così incredulo delle mie conclusioni che per sincerarmi, meglio, per avere smentite circa l’esilio babilonese nel 505 a.C., telefonai alla Chiesa ortodossa di Milano e il sacerdote che mi rispose fu molto gentile, ma ancor più fu ironico: “Lo chieda a lei il perchè” mi rispose a un tratto dicendomi fra le righe che la datazione del 586 a.C. era una tragica sciocchezza imposta da “lei”, mentre l’originale era oramai una memoria che solo dei dilettanti potevano avere cara come la pelle.

Adesso, Chiesa Cattolica, te lo chiedo, seguendo il consiglio: quei morti ammazzati segnano quel tuo prezioso calendario? E quand’è la loro festa? In attesa della risposta ci contenteremo del passaggio dall’ora legale a quella solare che ci obbliga a guardare al calendario, il tuo sebbene del tutto fuorilegge.

 

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