Bovino adulto. Fettine sceltissime

Alcuni di voi certamente ricorderanno che a suo tempo detti notizia del mio hobby narrativo che ha prodotto un 150 o 160 pagine di racconti. Sinora nel blog ne ho pubblicati uno solo che tra l’altro neppure ritengo il più riuscito.

Il racconto che segue, vecchio di anni e di cui pubblico solo la prima pagina lasciando il lettore libero di leggerlo integralmente cliccando sul link, è tratto da una storia vera accaduta qui vicino, nel paese che ospita nientemeno che la “Madonna del parto” di Piero della Francesca.

Lo giudico un po’ lungo come racconto, ma sono certo che il lettore capirà sin da subito se sia giustificata o meno la sua lettura integrale. Grazie.

 

 

Era l’ultimo carico di bestiame che quel venerdì entrava nel mattatoio comunale. Il camion, varcato il cancello, si fermò sul piazzale, sotto il sole cocente di fine Luglio. Il camionista dette un sospiro di stanchezza, sebbene il viaggio non fosse stato tra i più lunghi della settimana.

Oh, Franco, anche oggi carne fresca!” disse sorridendo un operaio del macello andando incontro all’autista.

Dai, scarichiamo e poi si chiude” disse serio il camionista dando un colpo secco allo sportello dopo essere sceso.

Il venerdì ha le gambe lunghe, non finisce mai” rispose l’operaio.

Franco non commentò, dette solo un’occhiata al carico per accertarsi che nessuna bestia si fosse fatta male. Tutte erano sane, compreso Bufalino, un torello che solo un anziano contadino, con le lacrime agli occhi, era stato capace di far salire.

Ascolta, Mario, occhio a questo che chiamano Bufalino, perché ci ha fatto dannare per caricarlo. Solo un vecchietto ci è riuscito. Erano anni che non mi dispiaceva portare bestie al macello. Questo sembrava aver capito tutto, non c’era verso… poi è venuto quel vecchietto che a mala pena camminava e… vedessi sembrava un agnello”.

Eh… Franco, è come tutti gli altri…messo in corsia è fatta. E poi c’è sempre la corrente, vedessi come camminano! Perché lo chiamano Bufalino? Che è, li portano con nome e cognome ora?” chiese l’operaio distrattamente. “Mah, dice per via di quella stella nera che ha sul petto. Ce l’aveva anche un toro di cui ancora, nella campagna dove ho preso questo, si parla. Pare sia il frutto di una delle sue monte. Comunque sia, fate attenzione” consigliò Franco.

Marco, chiama il ragazzo che si scarica” urlò Mario mettendo mano ai chiavistelli che fermavano la sponda del cassone dove erano stipate le bestie e calando la pedana di carico e scarico.

Bufalino era in fondo al rimorchio e sarebbe stato scaricato per ultimo, perché caricato per primo. Con poche abili manovre gli operai fecero scendere, a uno a uno, i vitelli e li incamminavano verso la stalla dove in un primo tempo sarebbero stati radunati prima di essere uccisi.

Quando si arrivò a Bufalino non si fece altro che ripetere gli stessi gesti fatti per gli altri. Il torello si lasciò prendere e portare fuori dal cassone del camion e scese adagio adagio la pedana che conduceva alla lingua d’asfalto transennata. Fu qui, però, che ebbe un moto d’incertezza e si fermò. L’operaio che era stato avvisato, temendo qualche noia, mise subito mano al punteruolo elettrico.

Pezzo di merda, oh?!” gridò all’improvviso vedendo il toro impennarsi sulle gambe anteriori e fuggire con un balzo oltre le transenne. Mario, credendosi a mal partito e ricordando le parole di Franco, sgattaiolò via, temendo di peggio, mentre il ragazzo che era venuto per aiutarlo, prima di correre a chiedere aiuto, gli chiese se si fosse fatto male e, ricevute rassicurazioni, corse all’interno del macello.

Di lì a poco comparvero quattro operai armati con quello che avevano trovato lì per lì, convinti che con le buone prima, le cattive poi avrebbero risolto il problema. Intanto Bufalino si era impadronito di quell’insolito campo di battaglia.

Fortuna che dalla direzione dettero subito l’ordine di chiudere i cancelli, evitando così di complicarsi enormemente la vita qualora il toro si fosse perduto nelle campagne adiacenti. Franco, il camionista, che era andato un attimo in bagno, quando seppe la notizia scosse la testa e fra sé disse che se l’erano cercata.

Dal piazzale intanto si alzavano urla tipiche dei mandriani, parolacce e bestemmie che però non smuovevano il toro. Calmo, trotterellava elegantemente ora da una parte, ora dall’altra senza farsi avvicinare, esasperando gli operai che potevano solo, con gesti e urla, cercare di rimetterlo nella corsia transennata dalla quale il torello si teneva a debita distanza.

A un tratto Mario, l’operaio che aveva causato con la sua impazienza il guaio, prese il coraggio a quattro mani e si avventò contro il toro con un bastone colpendolo con tutta la forza di cui disponeva sulla groppa. Il torello reagì facendo quello che fino allora non aveva osato: caricò l’uomo che solo per un soffio riuscì a mettersi in salvo.

Quella improvvisata corrida arrivò dunque a una fase di stallo: la paura che il toro potesse far del male o, peggio, uccidere prese il sopravvento. Tutti gli operai si rifugiarono dentro il macello, le cui porte potevano essere chiuse in un attimo, e lì tennero consiglio, mentre uno di loro si recava dal direttore del mattatoio per informarlo che non erano riusciti a catturare il toro.

Come spesso avviene, le notizie corrono più veloci delle sirene delle Forze dell’ordine e così davanti al cancello si era già radunate tre, quattro persone che di lì a poco sarebbero triplicate completando, con la cornice del pubblico, la scena di quell’insolita fiesta.

Infatti quando arrivarono i Carabinieri, avvertiti immediatamente dal direttore, le persone erano già molto più che raddoppiate e tutte nutrivano simpatia per un animale che, indubbiamente , stava lottando tra la vita e la morte.

I Carabinieri, saputo dell’insuccesso degli operai, non provarono neppure ad avvicinarsi. Fecero un breve giro di telefonate, sperando che qualche veterinario fornisse loro qualche dritta su come ricondurre “alla ragione” quella bestia così attaccata alla vita.

Purtroppo la prima idea, cioè quella di addormentarlo sparandogli da lontano una dose di sonnifero, fu scartata perché tutta la carne avrebbe dovuto essere gettata, e questo significava rimborsare l’allevatore che aveva venduta la bestia.

L’unica soluzione era sparargli, abbatterlo nel piazzale e poi trascinarlo dentro il macello. E così si organizzarono, tra le urla costernate della folla radunata davanti al cancello la quale, ormai, si era lasciata andare a vere e proprie manifestazioni d’affetto per Bufalino, cui indirizzavano messaggi di solidarietà e d’incitamento a resistere.

Intanto il toro si era messo in una posizione di sicurezza vicino al muro di cinta e guardava ora gli agenti, ora gli operai, mentre tutti coloro che volevano sbrigare quell’impaccio nel minor tempo possibile, esaurirono ben presto la lista delle possibili alternative all’uccisione della bestia nel piazzale tramite un solo colpo di una carabina di precisione.

Non potendo essere usata da un privato, date le circostanze che richiedevano la certezza che nessuno si sarebbe fatto male, avrebbero dovuto essere le Forze dell’ordine a occuparsene, cosa che fece storcere la bocca a quei due agenti alle prese con quell’insolito fuggitivo.

Qualunque fosse la loro volontà, magari quella di liberare la bestia o prendere altro tempo, si trovarono costretti a telefonare in caserma per avvertire un loro collega cacciatore che, a detta dei suoi commilitoni, aveva una mira infallibile e quindi con un solo colpo avrebbe risolto tutto, senza far soffrire inutilmente Bufalino.

La notizia della decisione di abbattere il toro si sparse in un baleno: la gente antistante il cancello, se fino allora aveva nutrito simpatia per l’animale, ora provava compassione, tanto che da parte del pubblico più giovane furono indirizzati agli operai, ma più ancora ai Carabinieri, epiteti offensivi.

Nuti, il carabiniere cacciatore, giunse dopo poco tempo armato di tutto punto, convinto anche lui che quella fosse la soluzione più rapida e indolore. “Un colpo solo” era il motto che amava ripetere agli amici, come se fosse lui il protagonista del film “Il cacciatore”.

Per lui abbattere quella bestia era come abbattere un cinghiale o un capriolo in una delle sue innumerevoli battute di caccia, in ossequio a quel principio che autogiustifica e accomuna gli amanti della caccia, secondo il quale per mangiare bisogna uccidere; principio certamente non fuori luogo in quel macello pubblico.

Nuti, per raggiungere un ingresso secondario che lo avrebbe portato in posizione di tiro, si fece strada fra due ali di folla ostile. Superato in cancello e messosi di fronte all’animale, s’inginocchiò, montò il binocolo e carico il fucile. Poi prese la mira e sparò un colpo destinato in mezzo agli occhi.

L’animale, sentito lo sparo, mosse improvvisamente di lato la testa alzandola un po’. Il proiettile squarcio l’esofago e parte della trachea, ledendo parzialmente vene non vitali, per cui non uccise sul colpo l’animale che si mise a correre in direzione dello sparo e dell’unica persona presente in quello che ormai era divenuto il suo territorio. Il carabiniere fu costretto a una fuga precipitosa dallo stesso cancello dal quale era entrato, mentre la gente presente lo guardava disgustata.

La corsa del toro intanto aveva macchiato con una scia di sangue il piazzale, aggiungendo così un altro elemento tipico a quella corrida. Bufalino era ancora vivo e determinato a non morire, ma purtroppo stava perdendo molto sangue dalla ferita e questo, di lì a poco, lo avrebbe così indebolito da farlo accasciare al suolo, piegando prima le zampe anteriori poi le posteriori, preparandosi ad affrontare una lunga agonia.

Gli uomini dicono che ci son momenti che ti fanno ripercorrere tutta la tua vita. Questo accadde anche per il giovane toro, la cui mente cominciò a proiettare immagini di una storia familiare che, se il lettore avrà pazienza, ripercorreremo, facendo scivolar queste nostre pagine fin negli anni venti.

La partenza di buon mattino aveva permesso a quel signorile calesse di percorrere un buon tratto di strada. Il conducente fino allora non aveva incontrato nessuno in entrambi i sensi di marcia. Solo i contadini, intenti nelle loro faccende, avevano interrotto la solitudine del viaggio.

A un tratto, svoltando una curva, che il cavallo aveva affrontato con un leggero trotto, Attilio, conducente e proprietario del calesse, s’imbatté in un vecchio ciabattino e il suo piccolo figlio.

Buongiorno” disse Attilio a quegli inaspettati compagni di strada “Sapete dirmi dove si trova il podere Pietralata?”

Sempre dritto, signore, poi svolti alla prima a destra e la strada finirà proprio di fronte alla casa. Anche lei va per Bufalo, eh?” disse il ciabattino dopo aver indicato la strada con il braccio destro teso nella direzione da seguire.

Sì” rispose Attilio.

Quello è un affare difficile a farsi. Quando il toro li segue, non hanno soldi per comprarlo; quando hanno i soldi il toro non li segue. Mi dica lei se non è un affare difficile! Secondo me non lo vendono” commentò il ciabattino scuotendo la testa.

Ci provo anch’io ma non mi faccio illusioni. Adesso vado. Grazie per l’informazione. Purtroppo vado nella direzione opposta altrimenti vi darei un passaggio” disse Attilio.

Non si preoccupi siamo quasi arrivati” rispose l’uomo con un mezzo sorriso.

Arrivederci e grazie di nuovo” aggiunse Attilio spronando il cavallo.

Al podere Pietralata, che prendeva il nome dallo sperone di roccia su cui sorgeva la casa, si stava consumando una delle storie più curiose degli ultimi anni. Tutti nella zona parlavano di quello stupendo toro che non ne voleva sapere di cambiare proprietario, nonostante che quello attuale lo volesse vendere.

Il toro, una splendida bestia di una decina di anni, aveva rifiutato di lasciarsi condurre altrove perché fino allora si era lasciato guidare fuori dalla stalla solo da coloro che purtroppo non avevano tutti i soldi per comprarlo.

Dai possibili acquirenti furono messi in campo tutti gli espedienti, tranne il torcinaso che il padrone aveva rifiutato di adoperare perché voleva che fosse il toro a scegliere senza costrizioni.

A Pietralata, insomma, non c’era da estrarre una spada nella roccia, come si potrebbe desumere dal nome del podere, ma un toro nella stalla; chi lo avrebbe condotto fuori si sarebbe guadagnato un nome in tutto il circondario e forse più.

C’è da dire che, nonostante questa difficoltà, il prezzo d’acquisto della bestia equivaleva a una fortuna vera e propria, perché da decenni non si era più visto una bestia così bella. In più quella sua ostinata volontà di voler scegliere il proprio padrone, invece che rivolgersi contro la sua valutazione, aveva finito per aumentarla, perché aveva attirato tutti i più facoltosi proprietari e allevatori della zona, desiderosi di cimentarsi in quella che era una vera e propria prova, ma non di coraggio, forza o destrezza, bensì di carattere.

Anche Attilio voleva cimentarsi e per questo si era messo in cammino quel giorno, certo però in cuor suo che non sarebbe riuscito. Insomma aveva preso tutta la faccenda allegramente, sicuro che avrebbe allungata la lista dei rifiutati.

Il calesse raggiunse una stradina che svoltava a destra rispetto a quella principale che stava percorrendo. La imboccò e dopo poche centinaia di metri giunse a una modesta casa.

Gli si fece incontro un uomo di mezza età che subito disse:” Scommetto che è qui per Bufalo”.

Indovinato” rispose Attilio sorridendo.

Venga, leghi il cavallo che ce la porto io” aggiunse l’uomo incamminandosi verso un angolo della casa stessa.

Attilio scese dal calesse e percorse pochi metri a piedi, conducendo il cavallo a briglia. Poi, seguendo le istruzioni del contadino, lo legò sotto l’ombra di un fico gigantesco.

Mi segua, la stalla è dalla parte opposta” disse l’uomo.

E’ lei il proprietario di Bufalo?” chiese Attilio.

Sì”

Perché lo vuole vendere? Dicono tutti che solo di monte guadagnerebbe una fortuna”

La mia fortuna, se riesco a venderlo, sarà l’America. Prima voglio assicurarmi che il toro sarà trattato come merita. Penso anche alla sua, io, di fortuna” .

I due erano ormai giunti alla porta della stalla. Il sole del mattino, come un riflettore, la illuminava. Quando il proprietario l’aprì, una luce tersa inondò Bufalo e il suo ricovero.

Il toro apparve agli occhi di Attilio in tutta la sua bellezza: potenza e armonia ne facevano una bestia che ben si era guadagnata la fama che lo circondava. Attilio ne rimase incantato e senza proferir parola si avvicinò piano piano all’animale senza distogliere da lui lo sguardo.

Posso provare a scioglierlo?” chiese Attilio al contadino.

Certo che può, tutti possono, ma finora di quelli che potevano pagare nessuno è riuscito a tirarlo fuori dalla stalla” rispose il proprietario.

Attilio fece gli ultimi passi che lo separavano dall’animale in preda all’emozione; allungò la mano e con delicatezza ne carezzò la groppa, poi il collo e infine la testa. Non gli importava se il toro lo avesse rifiutato. Era contento di averlo visto, di averci provato. Era valsa la pena aver percorso venti chilometri per raggiungerlo.

Con molta calma prese con entrambe le mani la corda che teneva il toro legato alla greppia e sciolse il nodo. Poi, quasi sussurrando, disse: ”Dai Bufalo vieni, vieni con me”.

Il toro girò lentamente la testa in direzione della porta, ma non si mosse. Guardava Attilio come a volerne sondare le intenzioni “Dai Bufalo vieni” ripeté Attilio carezzandogli il muso. L’animale, allora, mosse prima una zampa, poi l’altra e si girò di novanta gradi verso l’uscita.

Il proprietario del toro , che assisteva alla scena, si precipitò verso l’uscita per il timore di rompere l’incanto; Bufalo finalmente aveva scelto! Adagio, adagio Attilio lo condusse fuori dalla stalla con il volto che era una maschera di stupore. Non proferì parola durante quel breve tratto. Solo quando fu fuori, stringendo con tutte le sue forze la corda che lo legava a Bufalo, temendo, come un bambino, che quel regalo del destino potesse volar via come un palloncino, disse: “Quanto?”.

Cento” rispose l’uomo.

Sono davvero tanti, ma Bufalo ne vale. Fra una settimana vengo a prenderereil toro e porto i soldi. Qua la mano, affare fatto!” disse Attilio guardandolo negli occhi. Poi dopo un breve saluto salì sul calesse, con l’intenzione di rientrare a casa quanto prima e gettarsi sul letto, per rimanervi tutto il giorno a sognare a occhi aperti.

La settimana trascorse lenta per Attilio. Tutti in paese si chiedevano come fosse riuscito laddove molti, più ricchi ed esperti di lui, avevano fallito. Le supposizioni si sprecavano, mentre il taccuino delle monte aggiungeva ogni giorno qualche nome.

Pur fiero della sua conquista, Attilio rimase quello di sempre: un personaggio schivo, non desideroso di essere sulla bocca di tutti. Per questo i suoi pensieri si erano concentrati per l’intera settimana sul come trasportare Bufalo alla sua nuova casa. Il toro lo avrebbe seguito docilmente come si era fatto portare fuori dalla stalla? Era questo il suo cruccio, perché riteneva che l’unico modo per trasportarlo fosse quello di fargli fare l’intero tragitto legato al suo calesse.

Avrebbe suddiviso il percorso in tre tappe di circa sette chilometri l’una per non affaticare troppo la bestia, alloggiando, le due notti necessarie, in una casa di campagna e in una locanda, che aveva una dismessa posta per i cavalli

Trascorsa la settimana Attilio e uno dei suoi cinque figli partirono molto presto un lunedì alla volta di Pietralata e di Bufalo, e vi giunsero di primo mattino. Per prima cosa Attilio mostrò i contanti al proprietario, poi si fece accompagnare alla stalla. Bufalo era oramai suo.

Attilio si diresse verso l’animale e sciolse la solita corda che lo legava alla mangiatoia. Il toro, come se lo avesse conosciuto da tempo, si lasciò condurre fino alla parte posteriore del calesse alla quale fu legato.

La prima volta che ci siamo incontrati mi ha detto che sognava l’America. Le auguro di raggiungerla presto e che ci si trovi bene” disse Attilio al contadino che replicò :”Buona fortuna anche a lei”. Poi Attilio e suo figlio presero posto sul calesse e partirono alla volta di casa.

Durante l’intero tragitto tutti coloro che erano a conoscenza della vicenda accorrevano a vedere Bufalo e il suo nuovo proprietario lasciando le loro occupazioni.

I più assistevano in silenzio, altri giocavano sulla cifra sborsata, che lentamente cresceva fino a divenire esorbitante. Inoltre, quando ormai erano vicini a casa, ci fu anche un momento di tensione.

Quel particolare convoglio, fatto da due uomini, un cavallo e un toro s’imbatte in una lunga fila di uomini e bestie che procedevano nella stessa direzione e le cui bandiere socialiste garrivano al vento.

Attilio non era al corrente della decisione prese da mezzadri e braccianti di patrocinare la causa dei nuovi patti agrari, perché le accese lotte legate alla questione di nuovi rapporti agrari suscitavano in lui solo l’interesse necessario per rimanerne al corrente, per cui non erano mai state da lui affrontate con lo spirito bellicoso dell’epoca, di cui quella lunga processione di tori e vacche ne era l’esempio concreto.

Infatti, tutti quegli uomini andavano in paese per legare, qua e là in tutte le vie e persino sul sagrato della chiesa, le bestie, che avrebbero coperto di feci e orina il paese, fino a che i proprietari terrieri non avessero ceduto alle loro richieste. E sì che non si era in Inverno, ma in estate inoltrata, per cui ci si può facilmente immaginare quale sarebbe stato l’effetto che tutto ciò avrebbe avuto sul paese: mosche e puzza.

Era, in fondo, una forma di protesta non violenta, in cui non si prendeva il proprio avversario per la gola, ma per il naso. Tutto ciò era stato deciso all’insaputa di Attilio il giorno prima, cioè quando lui si stava organizzando per trasportare il suo prezioso carico.

Certamente tra coloro che componevano la carovana molti erano al corrente della vendita e della cifra sborsata per Bufalo, e ciò lo rendeva agli occhi dei mezzadri, e ancor più dei braccianti, un sicuro nemico di classe.

I contadini, che procedevano discutendo accanitamente, quando videro avvicinare il calesse signorile con il toro si volsero incuriositi. Attilio procedeva a passo d’uomo mentre superava a una, a una tutte le bestie. Quando fu vicina a quella che formava la testa della carovana disse buongiorno al contadino che la guidava.

Buongiorno padrone” rispose sarcastico l’uomo, poi aggiunse: ”Con quello che ha pagato la bestia si compra la terra per venti famiglie”. Attilio stava per rispondere che solo lui nella zona teneva in vita contratti antidiluviani che esigevano poco più di un terzo dai suoi contadini, mentre tutti gli altri li avevano adeguati alla mezzadria. Ma tacque nella speranza di superare quanto prima ogni polemica.

Vero bufalo?” riprese il contadino che, fatto cenno di fermarsi a tutti gli altri, si era avvicinato al toro. “Ho avuto solo il piacere di tirarlo fuori dalla stalla, ma non i soldi per portarlo nella mia” disse amareggiato.

Attilio provò simpatia per quell’uomo fortunato solo a metà, e in uno dei suoi caratteristici slanci di generosità, cercò di lenirne la delusione e l’amarezza.

Senta, è sua la vacca che conduce?”

Sì, è la più bella della zona” rispose il contadino.

Certo che è bella. Bene” disse Attilio” la faremo coprire da Bufalo, e chissà se anche lei avrà quel colpo di fortuna che si merita. Beninteso, non voglio un soldo”.

Il contadino alzò leggermente la tesa del cappello e guardò Attilio. La proposta era davvero irrinunciabile, ma l’astio dovuto alla differenza di classe lo fece titubare. Poi, rotto ogni indugio, disse secco: ” Affare fatto!” senza accennare al benché minimo grazie, cosa che metteva al riparo la sua coscienza socialista. Attilio mise di nuovo mano alle redini e ripartì, non prima di aver salutato tutti i partecipanti alla protesta con un braccio alzato.

Lentamente giunsero a casa. Bufalo fu messo nella sua nuova stalla, tirata a lucido per l’occasione. Davanti al cancello si era radunata una piccola folla di curiosi: mercanti di bestiame, sensali, fattori e contadini si era dati appuntamento per vedere Bufalo arrivare.

Nell’attesa i figli di Attilio non avevano perso l’occasione per attribuirsi un qualche merito sull’affare. Chi diceva di aver spronato il padre all’acquisto; chi di aver dato notizia della messa in vendita del toro e chi, infine, di aver dato consigli al padre su come comportarsi di fronte a Bufalo.

Solo uno se ne era stato zitto e in disparte. Era Stefano, colui che aveva tirato a lucido la stalla. Sembrava uno dei tanti curiosi invece che un figlio. Gli animali della proprietà erano la sua mansione quotidiana, comprese le sedici vacche che al momento occupavano la stalla. Nonostante non lo desse a vedere era il più emozionato: quella splendida bestia sarebbe stata di lì a poco nelle sue mani e in cuor suo sperava ardentemente di emulare la fortuna del padre.

Nonostante fosse la sua mansione, lasciò che fosse il padre a sciogliere Bufalo dal calesse e condurlo alla sua greppia, rimandando alla notte l’incontro personale con Bufalo, che avvenne oltre le undici, dopo l’ultima visita al toro fatta da suo padre e quando tutti se ne erano andati a letto.

Stefano uscì dalla sua camera che oramai tutti dormivano. Giunto che fu alla porta della stalla, l’aprì con l’accortezza di non fare rumore. Al lume di un acetilene, si diresse verso bufalo che ruminava placidamente.

Ciao Bufalo, non sono potuto venire prima perché quei rompicoglioni non volevano andarsene a letto” disse rivolto al toro che lentamente girò la testa verso di lui per poi tornare a rivolgere lo sguardo verso la parete che aveva di fronte.

Come va, tutto bene? Il viaggio ti ha stancato non è vero? Ma vedrai che con me ti troverai bene, non ti farò mancare nulla. Visto, visto quante mogli hai ora? Sono tutte tue”. Intanto nella mente di Stefano si faceva strada la voglia di scioglierlo e provare se Bufalo lo incoronava.

Lo trattenne in un primo momento il timore che, sciogliendolo, non fosse stato capace di rilegarlo alla mangiatoia, ma poi il desiderio di provarci ebbe il sopravvento. Incurante del rischio che si assumeva, fece alcuni passi verso la corda che teneva legato Bufalo e la sciolse.

Dai Bufalo vieni, vieni con me” disse rivolto al toro che solo in un primo momento ebbe un moto d’indecisione. La bestia lo guardava come in procinto di muoversi, ma non fece un passo.

Dai Bufalo vieni, cos’è non ti fidi, ci conosciamo troppo poco? Va bene bufalo non insisto” disse Stefano strattonando leggermente la corda nell’ultimo tentativo di smuovere il toro “Vedrai che con il tempo diverremo grandi amici, fidati. Adesso vado, ci vedremo domani mattina. Buonanotte Bufalo” e, dopo aver legato nuovaente il toro, se ne andò, anche se sarebbe più appropriato dire che tolse il disturbo il quale, tra l’altro, si protrasse per mesi senza che il toro manifestasse alcuna intenzione di assecondarne il capriccio che di lì a poco sarebbe divenuto una vera e propria passione.

Infatti, all’insaputa di tutti gli altri, compreso Attilio, scese per mesi tutte le notti a intrattenere Bufalo con monologhi in cui gli confidava tutte le sue più segrete istanze. Talvolta, ubriaco, raccontava al toro storielle piccanti, come si farebbe tra vecchi amici, ma resta il fatto che il toro non ne voleva sapere e oppose sempre la sua indifferenza ai tentativi di Stefano di fargli fare qualche passo, se non in direzione della porta, certamente in direzione del suo cuore.

Oramai erano passati diversi anni dall’ingresso di Bufalo nella famiglia di Attilio, mentre la salute di quest’ultimo era andata lentamente peggiorando. Aveva fatto della sua camera, in particolare della finestra di essa, il suo osservatorio. Da lì gestiva tutti gli affari più spinosi durante i febbrili mesi primaverili, estivi e autunnali.

I suoi figli, quando la questione era della massima urgenza, a volte irrompevano in camera sua, ma di solito gli veniva chiesto solo di affacciarsi, qualora non fosse già da ore incorniciato tra i quattro lati della finestra.

Anche quel mattino si trovava seduto al suo posto, mentre i suoi figli erano nell’aia in, come si dice, tutt’altre faccende affaccendati: Bufalo era scappato dalla stalla e tutti i tentativi finora compiuti per ricondurvelo erano andati a vuoto. Adesso era il momento della fune, che si cercava di mettergli al collo, cosa che avvenne.

Oh, ora sì, un po’ di tiro alla fune! Guardiamo chi vince il salame. Son cinque contro uno, se perdono non fanno certo una bella figura. Uno, due , tre… via.” disse Attilio scuotendo la testa come a dire che la gara era già segnata non tanto dallo strapotere del toro, quanto dall’incapacità dei figli, sebbene in evidente superiorità numerica.

Intanto i cinque uomini, con le spalle rivolte all’ingresso della stalla, tiravano il toro verso di essa con tutte le loro forze, ma uno scarto secco del toro verso destra li gettò tutti a terra.

Vai, il salame l’ha vinto bufalo. Bravo Bufalo. Guardiamo cosa inventano ora. Il bastone???? E stai fresco ad adoperare il bastone con Bufalo. Io non ci penserei nemmeno, lui lo fa! Lo fa! Eppure dovrebbe conoscerlo. Vai, vai, picchialo, picchialo…ecco un colpo bello forte sulla groppa e…da…, da…, da…, da…, dai Bufalo… prendilo…, prendilo…, prendilo…, ‘orca miseria Bufalo te sfuggito per un pelo. Mi dispiace” disse Atttilo picchiando il pugno sul davanzale della finestra.

Attilio, che fino allora aveva assistito alla scena senza intervenire, non riuscì più a trattenersi e sbottò :”Chiamate la Ginona e fatela finita!”. I cinque figli, che non si erano neppur immaginati di rivolgersi al padre per ricondurre il toro alla ragione, alzarono tutti quanti la testa in direzione della finestra della camera di Attilio. Avrebbero voluto, per orgoglio, usare maniere ancora più forti con bufalo ma quell’intervento del padre, la cui cospicua eredità era in ballo come la sua salute, li fece recedere dalle loro intenzioni.

Vado io a chiamarla” disse Stefano che, sebbene anche lui desiderasse usare le maniere forti, non voleva però che al toro accadesse niente di grave, ancora convinto d’ingraziarselo.

La Ginona era, come dice il nome, una donna alta e robusta che, durante la battitura del grano di qualche anno prima, sfidò tutti gli uomini a tirar fuori Bufalo dalla stalla. Da cosa nascesse quella sua sicurezza nessuno l’ha mai capito, fatto sta che dopo tutti i tentativi compiuti dagli uomini fu il suo turno e vi riuscì, divenendone la grande amica

Dall’insorgere della malattia del padre in poi, quando Bufalo aveva la luna di traverso e ne combinava una delle sue, era lei a essere chiamata per calmarlo e sempre ci riusciva. Anche quel pomeriggio arrivò in bicicletta, coprendo in brevissimo tempo i pochi chilometri che separavano la sua casa da quella di Attilio. Per lei era sempre un piacere essere chiamata a causa di Bufalo, a cui voleva un gran bene e che chiamava il suo birbante. Appena giunta appoggiò la bici al muro di casa e si diresse in fretta verso la stalla.

Birbante, birbante, birbante, un giorno o l’altro li farai impazzire quest’uomini” disse al toro che se ne stava tranquillo a pochi metri dalla porta del suo ricovero. Poi aggiunse, rivolta alla finestra di Attilio:” Buonasera. Anche oggi vi ha fatto confondere, ma ora ci penso io. Vieni qua, sai; vieni qua!” intimò al toro mentre ne prendeva la grossa corda che penzolava dal suo collo, non prima però di avergli dato sonori sculaccioni. “Non si fa birbante! Forza vieni con me!” disse al toro che si lasciava condurre mansueto come un agnello dentro la stalla. Ma quando furono fuori dallo sguardo di tutti, la Ginona cambiò completamente tono e sottovoce, in maniera complice, disse al toro: “ Qualche volta ti farai male, Bufalo. Smettila. Non gli far perdere la pazienza, loro non sono né come me , né come il sor Attilio. Stai attento”. Il toro la guardava calmo mentre veniva di nuovo legato. Ruminava qualcosa e questo sembrava voler dire che non era affatto preoccupato.

Preoccupato per la sua salute e la sua età lo era invece Attilio. Gli specialisti che si erano alternati al capezzale del suo letto lo avevano avvertito: il suo cuore stava cedendo. Le medicine potevano solo rimandare quella che era una morte annunciata. Per questo Attilio chiamò a casa sua il notaio per redigere il testamento.

Ciò che lo preoccupava non era tanto la divisione dei suoi beni, ma la fine di Bufalo: chi ne avrebbe avuta cura? Stefano era vero, gli voleva un gran bene, ma non era corrisposto. Solo il notaio poteva dargli il consiglio giusto. Egli giunse una sera quando ormai era buio e fu fatto salire in camera di Attilio, dove per l’occasione era stato portato un tavolo e una sedia in più.

La questione fu analizzata in tutti i suoi vari aspetti e, a notte fonda, si giunse alla conclusione che era bene vincolare l’intera proprietà fino alla morte di Bufalo. Dopo sarebbero state fatte le parti. Qualsiasi atto riguardante la proprietà che non rispettasse questo vincolo sarebbe stato nullo.

Bufalo era stato messo al sicuro e questo rasserenò molto Attilio, che riprese il suo solito buon umore. Tra l’altro quella notte il caso gli dette l’occasione per sfoderarlo.

Fu sulla porta, poco istanti prima che il notaio si congedasse. Attilio aveva voluto accompagnarlo fuori e mentre si scambiavano gli ultimi saluti si udì in lontananza un grido: ”Vagabondi!”

Ha sentito notaio, una volta passavano ad accendere le luci, oggi danno la buonanotte” disse Attilio con il sorriso sulle labbra. Il notaio non poté fare a meno di ridere e chieder chi fosse o cosa fosse accaduto.

E’ lui, Falchetto, ha sicuramente beccato qualcuno. Adesso le spiego. Lo chiamano così perché trova sempre il modo e il tempo giusti per gridare quello che ha sentito. Viaggia come il vento con la sua bicicletta e si trova sempre nel posto giusto al momento giusto.

Una volta durante un’omelia del Vescovo, tenuta all’aperto per le tante persone intervenute alla funzione, se lo videro calare come dal cielo. Quando fu all’altezza del gruppo dei fedeli, il Vescovo -lo so perché c’ero anch’io- disse :” Fate silenzio nel vostro cuore, ascoltate la voce del Signore,” ecco, non fece a tempo a finire queste parole che, continuando a pedalare, arrivò falchetto e zac, beccato con l’epiteto che ha appena udito. Eh… comizi, discussioni, litigi… lui arriva sempre”

Ma ha qualche problema, di mente intendo dire” chiese il notaio.

Forse, ma è un bravo ragazzo. Ha questa… come la vuole chiamare notaio… stravaganza? Ma non ha mai fatto del male a una mosca. E poi, mi creda c’è delle volte che fa ridere i morti” Il notaio sorrise di nuovo e dopo l’ultimo saluto se ne andò, ben attento a non dire qualcosa che non lo esponesse al rischio di essere ghermito.

L’ultima crisi cardiaca mise alle corde lo stanco cuore di Attilio, che dopo pochi giorni si congedò da questa vita per entrare, come spesso diceva essendo credente, nei pascoli del cielo.

La crisi lo colse quando il sole incrinava, con i suoi ancora deboli raggi, il marmo nero della notte. Inutile fu la corsa a chiamare il medico; quando giunse Attilio era già spirato.

Il funerale avvenne sotto una pioggia battente che non fu capace però di tenere lontani i tanti amici, parenti e conoscenti. Fu tumulato nella cappella di famiglia, anche se avrebbe preferito la nuda terra, da sempre sua intima amica.

Due giorni dopo fu aperto il testamento e fu chiarito che l’intera proprietà passava ai figli, ma che Bufalo doveva rimanere nella stalla fino alla sua morte naturale, pena l’annullamento di quanto previsto nel testamento.

I figli, che desideravano ognuno ricevere la propria parte subito, rimasero un po’ amareggiati dal fatto che tutto ruotasse attorno a un paio di corna che fino allora avevano dato loro solo grattacapi.

Inoltre l’età di Bufalo era tale che le monte, fino allora fonte di un cospicuo reddito, si sarebbero per forza di cose fatte più rare fino a esaurirsi.

Di tutti i figli, solo Stefano riuscì a inghiottire con facilità quell’inatteso e amaro boccone. Non aveva ancora rinunciato del tutto a conquistare Bufalo. Anche la notte successiva al funerale, senza cambiarsi d’abito e al lume della solita acetilene, scese nella stalla con l’idea assurda di confortare Bufalo dicendogli che, morto suo padre, non si doveva preoccupare, lui gli avrebbe garantito tutto quanto era necessario.

Intavolò come il solito un lungo monologo stavolta sulla morte, al quale il toro assisté ruminando indifferente. Quella notte non provò a scioglierlo. Si limitò a carezzarne la groppa e a guardarlo negli occhi, poi, dopo un ultimo saluto, si ritirò in camera sua.

Dopo la morte di Attilio, quella famiglia, che fino allora era stata una trottola carica di energia e in perfetto equilibrio, grazie a quel sottile ma sicuro perno che era Attilio, cominciò a sbandare visibilmente: i contrasti sul modo di condurre gli affari si acuirono e non sempre trovavano una soluzione, essendo scomparsa ogni forma autorevole di arbitrato.

La vecchia madre non poteva, né sapeva tener a freno il protagonismo dei figli, che non volevano godersi l’eredità, bensì condurla ognuno a modo loro. Il testamento, tuttavia, parlava chiaro: fino alla morte di Bufalo le cose dovevano rimanere perfettamente come Attilio le aveva lasciate

Fu la follia a stracciare il testamento e quanto esso prevedeva.

Né Attilio, né il notaio avrebbero potuto immaginare che essa si sarebbe impossessata della mente di Stefano, il più affezionato a Bufalo; nessuno dei due – ma più ancora Attilio- non si erano resi conto della passione morbosa che Stefano nutriva verso Bufalo.

Le sue visite notturne, di cui tutti in famiglia erano a conoscenza, le avevano sempre interpretate nel segno dell’amicizia che si può instaurare tra un uomo e un animale domestico, categoria che solo obtorto collo aveva annoverato anche Bufalo, perché il toro non si lasciò mai intenerire dalle tante dimostrazioni d’affetto e amicizia che Stefano gli aveva prodigato.

Fu un’afosa notte di Agosto che Stefano perse il lume della ragione. Entrò come il solito nella stalla quando tutti se ne erano andati a letto e, rivolto al toro disse:“ Che piacere vederla signore. Va tutto bene? Mangiato? Bevuto? Sa, mi sono reso conto che nonostante i miei sforzi tra noi due non c’è quell’amicizia che dovrebbe esserci e questo dipende da lei.

Io, in questi anni , ho fatto di tutto perché lei assecondasse il mio affetto, ma non ho mai notato alcun suo interesse nei miei riguardi. E dire che mi sono prodigato con lei più che con ogni altro animale di questa maledetta stalla. Ma ora basta! Basta!. Aadesso prendo la corda, la sciolgo e lei farà due passi con me, con le buone o con le cattive. Il tempo della pazienza è finito, mio caro. Non ne ho più, capito? Non ne ho più!” disse con la mascella congestionata per lo sforzo di non mettersi a urlare. Poi aggiunse:” Non puoi trattarmi come tutti gli altri, io sono diverso, io…io…ti voglio bene” disse con un tono supplichevole facendo spazio subito dopo a un attimo di silenzio. “Se solo io fossi stato corrisposto… che coppia saremmo stati. Fiere, mostre, monte con le più belle vacche della regione invece che farti tutte quelle che ti venivano presentate. Ti meritavi il meglio, mi meritavo il meglio ed è tutta colpa tua se non ce lo siamo preso!”.

La corda che teneva legato il toro alla mangiatoria era oramai sciolta. Stefano cominciò a tirare in maniera tale che l’animale girasse su se stesso e si indirizzasse verso la porta della stalla. Bufalo con il collo cedette verso sinistra solo qualche centimetro, poi con un colpo secco raddrizzò la testa e non volle più saperne.

Quell’ultima umiliazione cancellò l’esigua luce di razionalità che illuminava la mente di Stefano. Legò di nuovo il toro e fece alcuni passi verso l’uscita della stalla. Prima di varcarla si voltò livido e disse:” Bene, te la sei cercata.”

Il mattino seguente Stefano si alzò che era ancora buio e siccome non c’era più il padre a dirigere i lavori della giornata, poté senza noie decidere di spaccare alcuni tronchi con l’ascia. Tutti, quando sentirono i primi colpi, si chiesero perché avesse deciso di svolgere un lavoro così pesante nel mese più caldo dell’anno, con la legna per l’inverno già ben riparata. Nessuno però gli disse niente e lasciarono che facesse quello che desiderava.

Verso le nove del mattino, la madre lo vide comparire in cucina e consumare in silenzio una frettolosa colazione. Poi uscì di nuovo alla volta della stalla impugnando l’ascia. Prese la corda che legava Bufalo e si assicurò che fosse ben legata. Aspettò qualche minuto e poi si mise a urlare a squarciagola aiuto.

Di lì a un attimo i colpi si abbatterono feroci su Bufalo lacerandone la carne fino alle ossa. Il toro cercava di divincolarsi ma senza successo, finché l’ascia non colpì all’intersezione della testa nel collo quasi distaccandola. Il toro trovò la forza per un ultimo cavernoso, eterno muggito di addio alla vita e stramazzò a terra con un tonfo sordo.

Se non io nessun altro, mio caro” disse gelido Stefano pulendosi la faccia con il polsino della camicia da alcuni schizzi di sangue, mentre mani e pantaloni ne erano imbrattati.

I fratelli di Stefano accorsero di lì a poco, ma in ritardo. La follia di Stefano aveva avuto tutto il tempo per eseguire il suo piano.

Mi ha aggredito, mi ha aggredito stringendomi alla greppia con la testa e cercando di schiacciarmi. Fortuna che con me avevo l’ascia con cui spaccavo la legna altrimenti mi avrebbe ucciso” disse urlando Stefano a tutti coloro che erano accorsi. Poi aggiunse: ”Sembrava impazzito, caricava con la testa come impazzito, capite? Appena ho avuto un po’ di spazio ho dovuto colpirlo, ho dovuto!”. I suoi fratelli assistevano in silenzio a quella sceneggiata, non dubitando delle parole di colui che fino allora era stato il custode e l’amico di Bufalo.

Il più giovane dei fratelli, nella speranza di dimostrare a tutti il suo acume, disse sottovoce: ”Io me la sentivo che questa bestiaccia prima o poi sarebbe impazzita, troppo strana!” Gli altri fratelli rimasero in silenzio, guardando il corpo martoriato di Bufalo che giaceva a terra.

La notizia sparse in un baleno. La morte violenta di Bufalo era un fatto totalmente inaspettato, tranne che per la Ginona, la quale, venuta a conoscenza dell’accaduto, fu tra i primi ad accorrere.

La donna provò lo stesso dolore che avrebbe provato se gli fosse morto un caro figlio. Giunse alla stalla inforcando la bicicletta con cui era solita accorrere per ricondurlo alla sua mangiatoria se scappato, o calmarlo se aveva la luna di traverso.

Stavolta però non appoggiò educatamente la bicicletta al muro della stalla ma la lasciò cadere a terra in malo modo e corse da Bufalo. La scena che si mostrò ai suoi occhi era così atroce che non riuscì a trattenere un urlo di dolore mentre si copriva gli occhi con le mani.

Ti avevo avvertito birbante, ti avevo avvertito. Perché non mi hai dato ascolto, perché? Oh, mio Dio, mio Dio…povero, povero il mio birbante che cosa ti hanno fatto!” gemeva Gina.

Che cosa gli ho fatto? Cosa voleva fare lui a me, Gina! Per un pelo non mi ammazza!” ma Gina neppure lo ascoltava, sapeva che mentiva. Sapeva che Bufalo era stato ucciso. Ma a che pro fare scenate, il toro in fondo non era suo e non aveva alcun diritto da far valere.

Gina, dopo un ultimo saluto a Bufalo s’incamminò verso la porta della stalla con il volto rigato di lacrime, decisa in cuor suo di non mettere mai più piede in quella casa che per lei era divenuta maledetta per via di quel sangue innocente versato.

A un tratto questo flusso di memoria che percorreva la mente di Bufalino s’interruppe. Il rumore di alcuni prudenti passi lo riportarono alla realtà. Era il carabiniere che lentamente si avvicinava, pistola alla mano, con l’intenzione di sparargli in testa e porre fine a quella lunga agonia.

Giunto a una decina di metri prese la mira, ma una frazione di secondo prima che partisse il colpo il toro ebbe un ultimo guizzo di vita e si alzò sulle gambe anteriori.

Il carabiniere ebbe solo il tempo di sparare alla cieca tutti colpi che aveva nel caricatore e tornare al sicuro. I proiettili penetrarono a casaccio nella carne di Bufalino spegnendo le ultime poche forze di cui disponeva.

A un tratto il toro emise un lungo doloroso muggito pure lui d’addio alla vita il quale fece tappar le orecchie ad alcuni di coloro che erano venuti per vederlo. Dalla folla si alzarono grida di dolore e applausi di scherno, mentre il carabiniere, cambiato il caricatore e intenzionato a porre fine a quella faccenda che cominciava a scocciarlo, si diresse cauto nuovamente verso il toro che giaceva a terra in una pozza di sangue.

Non ci fu nessuna reazione da parte di Bufalino, per cui gli fu facile mirare in mezzo agli occhi e finirlo. Poi fece cenno con la mano agli operai di venire a prenderlo. Uscirono in due con una corda, mentre un terzo si mise alla guida di un piccolo trattore, con cui avrebbero trascinato il toro dentro al macello. Lo legarono per una zampa posteriore e fecero cenno a colui che guidava il mezzo di partire.

Il corpo inerme di Bufalino lentamente veniva portato via, finchè scomparve dalla vista di tutti, lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue, prima di essere sezionato pezzo a pezzo per farne carne anonima per il reparto macelleria di qualche ipermercato.

Però quella stessa lunga scia di sangue che imbrattava l’asfalto del piazzale ebbe il tempo, prima che fosse spazzata via dagli idranti, di dipanarsi come inchiostro rosso nella mente di coloro che avevano assistito a tutta quella brutta faccenda. Difficilmente dimenticheranno, perché certe vite non si cancellano con un colpo, mai con un colpo solo.

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