Saio…nara

saioLa lettura degli apoftegmi dei Padri del deserto mi ha tenuto compagnia per molte notti, tanto che anche adesso mi capita spesso di aprire il libro a caso e leggere  ciò che passa il deserto.

Mi è ricapitato agli occhi l’apoftegma di Saio che già a suo tempo m’inquietò, perchè si narra una vicenda che non riesco a collocare in un contesto dove, sì è vero, l’obbedienza è un caposaldo nella disciplina degli allievi, ma mai si era spinta fino a giustificare l’infrazione di un comandamento.

Infatti in quell’apoftegma si intima a un discepolo di rubare e lui ruba in osservanza dell’obbedienza, fatto sta che la volontà umana prevale sulla legge divina e questo mi sembra inaccettabile nella logica e nella spiritualità del deserto.

A poca vale la chiosa che la refurtiva fu restituita al derubato, perchè il comandamento era stato infranto e con esso l’intero decalogo, poichè in quel caso si è intimato di rubare, ma che ne è dell’omicidio, dell’adulterio, della bestemmia e di tutti gli altri comandamenti se infranto uno potenzialmente si infrangono tutti, dipendentemente dall’ordine ricevuto?

Tutto ciò mi ha fatto pensare al falso, all’astuzia umana che si è impadronita nientemeno che del deserto, affinchè si gettassero basi sante a un obbedienza che a tutt’oggi la Chiesa definisce perinde ac cadaver, cioè come un cadavere, senza alcuna resistenza o riflessione.

Mi pare che siano i gesuiti a chiedere quel tipo di obbedienza cadaverica, ma non so chi, ad esempio, chiese alle suore argentine di strappare i figli dalle braccia delle madri, prima che quest’ultime fossero gettate in mare dagli aerei in volo, scrivendo la pagina più truce della storia contemporanea cattolica: i desaparecidos.

Ecco il frutto di quell’obbedienza cieca che nasce come furtarello, ma giunge al più efferato omicidio, che in  Argentina divenne strage di madri a cui i figli furono strappati dalle braccia prima della morte violenta.

Il saio -lo sappiamo- appartiene all’ordine monastico, ne è la veste e dunque riassume tutto un ordine di pensieri e disciplina che diviene regola, la regola dell’obbedienza tanto che ricordo ancora il colloquio con un giovane frate che mi parlo dell’enorme difficoltà che avrei incontrata entrando in convento: l’obbedienza.

Certo, sic stantibus, proprio non farebbe per me, caduto mille volte, ma mai giustificato da un sistema, ma solo accusato di colpe personali, quelle tipiche di tutti, perchè nessuno può dirsi immune dalla caduta, mentre tutto un ordine che richiede un’obbedienza cadaverica ha fatto della caduta un sistema, disposto com’è ad andare oltre il comandamento per obbedienza a un ordine.

E’ così che la gerarchia si sostituisce a Dio; è così che l’uomo impone all’uomo; è così che il decalogo diviene regola, non nel senso di Legge, ma di semplice amministrazione che fa capo al diretto superiore gerarchico che neppure fa le veci di Dio, ma si erge a Dio stesso.

Trovo allora alquanto strano la voce che dal deserto si leva qualora leggessimo ghematricamente “Saio” (Σαιω) in greco e ne contassimo il valore che sarebbe 1011 , come 1011 a.C. è la datazione del primo anno di regno di Davide se stiamo alla cronologia dei Re attualmente in vigore, quella, come ho detto, di Galil (sì Galil, se collochi l’ultimo anno di regno di Salomone nel 931 a.C. è giocoforza cadere nel 1011 a.C.).

Questo blog non solo l’ha rivelata falsa quella data, ma anche completamente infondata storicamente e biblicamente, tanto che in noi desta scalpore che un blogger, cioè io, possa essere, da solo, essere venuto a capo di una questione che la si vuole estremamente spinosa.

Mi viene in mente la farsa dei sincronismi biblici, cercati ovunque tranne laddove erano, cioè nella scaletta di accessione al trono che andava semplicemente, dico semplicemente, ricalcolata per venire a capo di un sudoku quasi banale tanto era facile la soluzione che però è mancata a tutti. Perchè?

Forse la soluzione si nasconde sotto il saio se la sua ghematria ci parla proprio del primo anno di regno di Davide, che simbolicamente riassume tutta quanta cronologia biblica. Forse la soluzione è in quel perinde ac cadaver che ha costretto gli studiosi a un’obbedienza che ha imposto non le regole della ragione ma del convento, pena la carriera, le case editrici e forse la stessa vita, se proprio disobbedienti.

E’ per obbedienza che la storia si è chinata alla volontà del superiore gerarchico che ne voleva una tutta sua di storia e l’ha imposta riducendo il mondo accademico alla schiava di Roma, di cui è costretto anche a cantarne l’inno.

La coincidenza tra la lettura ghematrica di “saio” e il primo falsissimo anno di regno di Davide ci dice che la storia, in particolare la cronologia biblica, è ben lungi dall’indossare quella veste di sole della donna apocalittica, perchè coperta solo di stracci, quelli che si convengono a una schiava maltrattata, ritenuta neppure degna delle dignitosissime vesti di sacco dei due testimoni di Apocalisse, ma solo di pannacci logori e di fortuna, nonostante – questo dispiace!- la sua bellezza.

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