La discendenza tradita

La solidità della maggior parte dei post credo mi autorizzi a giocare con le parole alla ricerca di quel lemma originale che già con Ἰησοῦσ abbiamo visto essere preda di una falsificazione profonda e sistematica della Scrittura, perchè nemmeno lontanamente è pensabile che S. Ireneo abbia storpiato il nome della seconda persona della Santissima Trinità per capriccio ghematrico e da passarla nientemeno che ai posteri i quali avrebbero giudicato somaro lui e barzelletta il suo Signore.

Tutto ciò ci permette di completare la breve disamina ghematrica degli animali presenti nei Vangeli inserendo l’animale principe del NT: la pecora simbolo di ogni fedele e simbolo della chiesa tutta se gregge.

Il πρόβατον che offrono le Scritture non si presta a nessuna lettura ghematrica che mi risulti e questo sorprende, perchè i lemmi importanti quasi sempre offrono quella voce. Possibile che sia udibile il sibilo del serpente, il ruggito del drago, il volo delle ali della grande aquila, l’abbaiare della cagna e il silenzio del pesciolino e niente ci dica la pecora?

E’ così allora che noi attingiamo al latino a quell’ovis che indica la pecora sapendo che la ipsilon è stata mutuata da quella lingua direttamente dal greco facendola divenire V. Leggiamo allora, traslitterando, ουις cioè “pecora” e quel calcolo ghematrico produce molto frutto, perchè non solo con un semplice scambio di lettere otteniamo υιος (Figlio Ap 12,5), ma anche e più un valore ghematrico identico (486) a quello di ουις..

Il legame ghematrico che s’instaura tra la pecora e il Figlio ci conferma ancor più che le Scritture e oltre le Scritture che le pecore e il Figlio sono veramente l’armento santo di cui ci parla Gv 10, in cui compare la figura del Buon pastore del quale le pecore riconoscono la voce.

Non è compito nostro indagare se l’ovis latino sia una semplice traslitterazione dal greco, sebbene prima di scrivere abbiamo fatto un’accurata ricerca sul web, grande obbiettivo che immortale la realtà sin nei dettagli, ma non nelle sfumature, quelle che magari potrebbero essere catturate dall’occhio di un esperto.

Di certo è che il legame tra il pastore e le pecore va ben oltre l’immagine offerta dai Vangeli, se la ghematria scende in profondità, cioè sino alla radice stessa di una lingua, il latino, che deve moltissimo al greco, sebbene il conto lo possano aver saldato con cambiali false.

Siamo in vena di fantasie e allora diamogli libero sfogo fino al parossismo, che non è delirio, ma solo accesa determinazione a ristabilire l’ordine naturale delle cose nel mondo della lettera che trova nei numeri un avvocato.

Parleremo di due sostantivi greci, per molti versi simili ma che il contesto spesso rende diversi. Citeremo uno studio molto accurato di malavoglia perchè la correttezza ci obbligherebbe  a fornire studi altrettanto accurati e solidi, mentre noi -lo abbiamo detto- daremo sfogo alla fantasia.

Il primo sostantivo di cui ci occuperemo è τέκνον (figlio) poi υἱὸς (figlio) i cui concetti molto ben spiegati da Chiara Barilli, con la sua tesi di dottorato che citeremo, non prima però di aver chiesto scusa se la formattazione non dovesse essere quella originaria (il copie incolla ha fatto i capricci, in ogni caso abbiamo fornito il link).

Τέκνον indica il figlio – o il piccolo dell’animale – considerato dal punto di vista dell’origine, della discendenza. Il termine è spesso usato nella tragedia classica in riferimento alla madre. È dunque concorrenziale rispetto a παῖς ed ai derivati, ed è rispetto a questi meno frequente nella lingua attica. Nonostante il vocabolo traduca nel greco della LXX undici termini ebraici, il significato, univoco, è quello di ‘figlio’. È nel Nuovo Testamento, invece, che diverse sfumature sono espresse per mezzo del termine. Il vocabolo, molto diffuso negli scritti, può indicare genericamente il figlio, come in Mt 7,11, Lc 11,13 o Mc 7,27; più specificamente, la discendenza, come in Mt 2,18 o Rm 9,7.8. Si aggiunge quindi la sfumatura dell’adozione a figli. Le espressioni come τέκνα φωτός, «figli della luce» (Ef 5,8), τέκνα … ὀργῆς, «figli dell’ira» (Ef 2,3) ed altre similari sono verosimilmente da intendere come semitismi .

Quanto al diminutivo τεκνίον, esso è raro nella letteratura greca: è infatti assente dalla tragedia classica, dalla LXX e dalla prima letteratura cristiana non neotestamentaria. Per contro, esso si trova attestato una volta in Gv 13,33 sulla bocca di Gesù, che così si rivolge ai discepoli; un’altra in Gal 4,19; infine, esso si trova ben sette volte in 1Gv. Si tratta di un vezzeggiativo tipico della lingua parlata, soprattutto infantile . Origene riprende spesso i due termini, evidentemente, in relazione alle citazioni bibliche che li contengono. In CIo XX.2.2 l’autore fornisce addirittura una distinzione tra le nozioni di σπέρµα, ‘seme’, e τέκνον. La digressione è suggerita, al solito, dal testo commentato. Si tratta per l’esegeta di spiegare l’apparente contraddizione che oppone Gv 8,37 – «So che siete il seme (σπέρµα) di Abramo» – e Gv 8,39 – «Se foste figli (τέκνα) di Abramo, compireste le opere di Adamo». In realtà, suggerisce l’Alessandrino, i due termini indicano cose diverse: mentre il seme è ciò che contiene i λόγοι di colui che insemina, e dunque il padre, τέκνον è il risultato della “lavorazione” del seme con la materia (ὕλη: la parete dell’utero, verosimilmente) ed il nutrimento forniti dalla madre. Se, dunque, il seme è necessario alla generazione del figlio, non necessariamente dal primo ha origine il secondo. Il rischio dell’aborto incombe, interrompendo talvolta il normale corso della gestazione. L’immagine serve ad Origene ad esporre la propria dottrina della paternità divina, e, dalla prospettiva inversa, il vero significato dell’adozione a figli di Dio. Il soggetto è molto prolifico e si ramifica in addentellati concettuali di grande importanza, cui si dedicherà un’intera sezione della ricerca. In questo caso è importante segnalare tuttavia come una problematica prettamente esegetica ed un tema scritturistico si sviluppino in questo caso attraverso il ricorso a nozioni di fisiologia ed alla relativa terminologia. I vocaboli impiegati, d’altronde, sono quelli del lessico medico e scientifico. Si ritrovano nel De generatione animalium aristotelico, ad esempio. Origene mischia così una terminologia tecnica e scientifica ad una riflessione prettamente cristiana. “Contaminazioni” analoghe, benché su un diverso piano, si ritrovano in CIo XX.13.107, dove Origene illustra le espressioni bibliche τέκνα τοῦ θεοῦ, «figli di Dio», e τέκνα τοῦ διαβόλου, «figli del diavolo», di 1Gv 3,10. Un bambino che abbia raggiunto la pienezza della ragione non potrà che essere figlio di Dio o del diavolo; tertium non datur. Origene aderisce così alla prospettiva stoica ed esclude la possibilità di una condizione intermedia tra quella di savio e stolto, peccatore e non peccatore. L’esegesi cristianizza qui alcuni elementi di etica stoica. In CIo XXXII.30.368, a proposito dell’espressione τεκνία, ‘figlioletti’, indirizzata da Gesù agli apostoli, Origene si interroga sulla distinzione semantica tra τέκνα e τεκνία, qualora ne esista una; sembra tuttavia escludere questa possibilità, concludendo che sostantivo e diminutivo sono pressoché sinonimici. Caso eccezionale, Origene predilige un approccio inverso rispetto alla consueta demarcazione delle sottigliezze linguistiche. Anche in questo caso, l’analisi terminologica è funzionale all’argomentazione dell’Alessandrino, che ha gioco nel minimizzare la questione, precisando come chi è figlioletto sia anche figlio, e chi sia figlio non sia necessariamente superiore al figlioletto. L’esegesi è dunque l’occasione per esporre la dottrina del libero arbitrio e del progresso, sempre aperto al cristiano. Poco oltre, sempre sulla base della terminologia parentale, Origene ripropone lo stesso sviluppo da un’angolazione diversa. In CIo XXXII.30.371, su suggestione del solito passo evangelico di Gv 13,33, Origene si concede una riflessione sulla differenza che intercorre tra i rapporti parentali umani e quelli spirituali. Mentre è assolutamente impossibile che un figlio diventi fratello di colui di cui è figlio, il cristiano può, al contrario, diventare fratello di Gesù, pur essendo figlio di Dio. Il rompicapo consente ad Origene di esporre alcuni elementi dottrinali sul tema dell’adozione a figli dei cristiani. Se τέκνον e τεκνίον indicano il frutto della generazione, vi è poi la serie di verbi che si riferiscono all’atto del generare: τίκτω, evidentemente, e i più specifici τεκνόω, ‘procurare figli’, ‘generare’, e τεκνοποιέω, ‘generare figli’, ‘procreare’. Ad essi si aggiungono due composti con α- privativo: ἀτεκνέω, ‘ essere sterile’, ‘essere senza prole’, citato contestualmente ad una ripresa testuale di Ct 4,2/6,6 in cui compare il medesimo verbo (Scholia in CCt, PG XVII.269, ‘rendere sterile’, ‘rendere privo di prole’, in FrLam XLI, ad esegesi di Lam 1,20131 e di nuovo in FrIer IX, contestualmente all’esegesi di Ger 15,7, che lo attesta132 . Ai sostantivi indicati si aggiungono τεκνογονία, preso a prestito a 1Tm 2,15, e τέκνωσις: entrambi indicano l’atto del dare alla luce un figlio. La serie dei sostantivi ed aggettivi della radice si può concludere con τοκετός, termine attestato nella LXX133. Esso compare nei frammenti greci delle omelie origeniane su Luca (in particolare, nel già citato FrLc XXXVI ed. Rauer134) ed indica il parto e, per estensione del significato, la gravidanza.

Il secondo è υἱὸς (figlio) presente in  Ap 12,5 come Figlio maschio della Donna vestita di sole

Come nella lingua e nella letteratura greca, il termine gode di una diffusione notevole: è il più frequentemente attestato tra quelli considerati. Ricopre nell’opera dell’Alessandrino pressoché tutta la gamma di significati con cui lo troviamo attestato nella letteratura greca e biblica. É naturalmente il termine principe per indicare il figlio: di uomini, di dei (riferito a Zeus, figlio di Crono e Rea in CC I.25: ὁ Κρόνου καὶ Ῥέας υἱός), di Dio (riferito,
evidentemente, a Gesù nel frammento di Celso riportato in CC I.26: υἱὸν … τοῦ θεου).
Proprio per l’estrema diffusione del termine non è necessario fornire ulteriori
specificazioni. Si annotano quindi solo alcune particolarità dell’uso origeniano e le tematiche principali.

Sulla scorta di Rm 8,14-15 Origene distingue tra lo spirito di servitù e lo spirito di
adozione (υἱοθεσία) il cui sentimento dominante non è più la paura, bensì l’amore (CC I.57). Il concetto di adozione è centrale e costituisce un elemento chiave della riflessione origeniana sulprogresso spirituale e sulla paternità
.
Altro sviluppo paolino ripreso da Origene è costituito dalla contrapposizione tra le due discendenze di Abramo, l’una dalla schiava Agar, l’altra, legittima, da Sara; l’una, secondo la carne, l’altra, secondo la promessa (Gal 4,21-24): un esempio tra i moltissimi testi che si occupano del tema è CC IV.44.
In generale, la metafora filiale serve nell’argomentazione origeniana ad esprimere
l’appartenenza, l’assimilazione o l’adozione spirituale o intellettuale. Essa può essere riferita a Dio, ad Abramo o, al contrario, all’antagonista di Cristo; Origene può così parlare del Figlio della perdizione (ὁ υἱὸς τῆς ἀπωλείας,), espressione desunta da 2Ts 2,3 e già presente in Gv17,12.
Prossima a quest’ultima definizione è l’espressione che troviamo in EpAfr 11: qui
Origene sostiene di avere consultato, a proposito del difficile passo relativo a Susanna, «un Ebreo erudito, detto presso di loro (sc. gli Ebrei) figlio di sapiente (σοφοῦ υἱῳ), istruito per raccogliere l’eredità del padre»137. De Lange, autore della traduzione francese, osserva in nota come σοφός sia espressione tecnica ad indicare il rabbino138. In ogni caso, l’espressione richiama alcune delle diciture già menzionate quali «figlio dei filosofi», o «figlio degli eretici», cui prima si accennava. L’espressione semitica ‘figlio dell’uomo’, ben frequente nella Bibbia, rientra evidentemente nelle opere origeniane all’interno di alcune citazioni: ad esempio, in CC V.29, nel contesto della ripresa dell’episodio della torre di Babele (Gn 11,5: οἱ υἱοὶ τῶν ἀνθρώπων); ancora, l’espressione lucana «figlio della pace» (Lc 10,6: υἱὸς εἰρήνης) è citata da Origene, che l’inserisce nel testo di CC V.33. Ancora, l’Alessandrino riporta Ez 18,10 («figlio appestato,della peste»: υἱὸν λοιµόν) e 2Re 7,10 («figlio dell’ingiustizia»: υἱὸς ἀδικίας) in CC VIII.25.
Espressione diffusissima è il semitismo «figli di Israele» (ad esempio in CIo VI.45.234: οἱ υἱοὶ Ἰσραήλ). In CIo VI.18.7 Origene riprende l’espressione «figli di Abramo» (υἱοί τε τοῦ Ἀβραάµ) prossima a Gal 3,7.

Singolare la glossa che Origene appone all’espressione υἱοὶ τῶν ἀνθρώπων nel
commento a Sal 4,3: prima di collegare l’espressione ad altre analoghe, di ascendenza semitica,l’Alessandrino si affretta a rimarcare come l’espressione sia usata in modo «perifrastico» ad indicare gli uomini, e come, peraltro, la scelta trovi riscontro nell’uso linguistico greco. A conferma di quanto sostenuto, Origene fa appello all’espressione di sapore omerico «figli degli Achei» (υἷες Ἀχαίων)
.
Una contrapposizione tra figli e padri, all’interno della quale i primi si caratterizzano come aperti e disposti ad accogliere la predicazione cristiana con lo stesso entusiasmo riservato alla filosofia, laddove i secondi si mostrano diffidenti e chiusi, è evocato in CC III.58, all’interno di un’articolata risposta, da parte di Origene, alla critica rivolta ai Cristiani di fare proselitismo solo tra i giovani, gli inesperti e gli sciocchi

Adesso chiunque voglia approfondire una questione interessantissima è in grado di farlo e ancor più lo sarà se leggerà per intero il bel saggio. A noi spetta venire al punto e immaginare -lo abbiamo detto: questo faremo oggi- dapprima un Τέκκνος e poi lo compareremo a υἱὸς per sondare quella differenza che da un piano concettuale potrebbe riversarsi in quello ghematrico.

Τέκκνος.ha un valore ghematrico di 471 quello stesso che incontreremo se, ridotto a un calendario, cioè il 472/471 a.C., considerassimo la ghematria di παράδισος (paradiso) quella vicinanza con Dio che richiama sin da subito una filiazione divina, eletta, quella stessa che υἱὸς indica.

Inoltre quel 472/471 a.C. è anno fondamentale nella cronologia del blog perchè indica il primo anno di regno di Artaserse dal quale dipende sia la profezia delle 70 settimane; sia la ricostruzione delle mura di Gerusalemme e sia la cronologia del primo e secondo tempio.

Già questo illustra la questione, ma essa diviene chiara con la ghematria di υἱὸς che è 486 dalla quale emerge una differenza matematica che si fa concetto e anagrafe perchè il 471 di τέκκνος sottratto al 486 di υἱὸς offre 15, quando il 15 a.C. è la data di nascita di Gesù che il blog segna.

L’aver comparato i due sostantivi che la Scrittura indica per descrivere una discendenza e un rapporto di padre e figlio ha condotto alla nascita per eccellenza: quella di Gesù descrivendo, quindi, un contesto ghematrico che assume una valenza dapprima anagrafica e poi, con essa, semantica se υἱὸς e τέκκνος esprimono quei concetti di relazione parentale.

Ma c’è di più se giochiamo con le parole e scriviamo τέκνος che ha un valore di 451, qunado il 451 a.C. segna, secondo la nostra cronologia, il XX° anno di Artaserse e il rientro di Neemia con lo scopo di restaurare le mura. Sottratto sempre al 486 di υἱὸς otteniamo 35, quando il 35 d.C. è, sempre secondo il blog, la data di morte di Gesù e ciò compone un quadro anagrafico ben preciso, quello stesso che necessariamente deve essere preso in considerazione dall’esame dei contenuti di υἱὸς e τέκκνος i quali hanno necessariamente un dies natalis e mortis.

Credo che possiamo concludere scrivendo che abbiamo forzato i termini con il forcipe della fantasia, ma quel υἱὸς o τέκκνος che è nato non solo ha un nome e un cognome, ma un’anagrafe precisa che non a caso emerge dalla ghematria di due sostantivi che hanno nel loro significato proprio i concetti di relazione parentale, genitorialità e discendenza la quale sempre nasce e si sviluppa tra i due estremi della vita e della morte.

E’ alla luce di tutto ciò che possiamo scrivere di una opera di falsificazione sistematica del testo greco delle Scritture, ben più ricco alla luce della ghematria che scopre o conferma quanto la lettera ha già detto o non potuto esplorare, ma che di certo ha tradito contro la sua volontà.

 

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