Settanta settimane, la profezia e la promessa

Questo blog si è occupato più volte della profezia delle 70 settimane, ma mai in un unico post, sebbene siamo certi che coloro che ci seguono  abbiano un’idea precisa circa il nostro punto di vista che ricapitoleremo non prima di averla citata

Settanta settimane sono fissate
per il tuo popolo e per la tua santa città
per mettere fine all’empietà,
mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità,
portare una giustizia eterna,
suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei
santi.
Sappi e intendi bene,
da quando uscì la parola
sul ritorno e la ricostruzione di Gerusalemme
fino a un principe consacrato,
vi saranno sette settimane.
Durante sessantadue settimane
saranno restaurati, riedificati piazze e fossati,
e ciò in tempi angosciosi.
Dopo sessantadue settimane,
un consacrato sarà soppresso senza colpa in lui;
il popolo di un principe che verrà
distruggerà la città e il santuario;
la sua fine sarà un’inondazione e, fino alla fine,
guerra e desolazioni decretate.
Egli stringerà una forte alleanza con molti
per una settimana e, nello spazio di metà settimana,
farà cessare il sacrificio e l’offerta;
sull’ala del tempio porrà l’abominio della
desolazione
e ciò sarà sino alla fine,
fino al termine segnato sul devastatore.

Innanzi tutto è necessario dire che la profezia nasce nel XX° anno di regno di Artaserse, nel senso che da lì si sviluppa. Questo rende assolutamente necessario la conoscenza esatta di tale anno, altrimenti tutto il quadro profetico si perde.

Il nostro punto di vista in merito è noto: Artaserse regna dal 472/471 a.C. per cui il XX° anno cade nel 452/451 a.C. che noi considereremo nel suo valore più basso per facilità di calcolo sebbene il 472 a.C. partorisca tutta una cronologia che giunge fino al 419 a.C. anno della dedicazione del secondo tempio e ghematria greca di Davide, parlandoci quindi del Cristo re piucchè del Gesù storico.

Il 451 a.C. che noi abbiamo assunto come XX° anno di Artaserse coincide con il rientro di Neemia con il proposito di ricostruire le mura di Gerusalemme, ma non subito perchè leggiamo che Neemia tace per 3 giorni (Ne 2,11-12), cioè tre anni assumendo la regola biblica di un giorno per un anno.

Questo fa sì che il 448 a.C. non solo si metta mano alla riedificazione delle mura, ma partano anche le 70 settimane profetiche tanto che possiamo dire che Neemia tace 3 giorni (anni) proprio per sincronizzarsi con la profezia di Daniele, tanto che il termine della sua opera coincide esattamente con quanto descritto nella prima settimana profetica.

Infatti se Neemia prevede 52 giorni (anni) per il compimento dell’opera muraria (Ne 6,15), Daniele prevede 7 settimane di anni per il restauro di mura e piazza (Dn 9,25), per cui se il conto di Neemia parte dal 451 a.C. e quello di Daniele 3 anni dopo, cioè il 448 a.C., abbiamo che tutto coincide nel 399 a.C. (451-52=399 ; 448-49=399).

Questa la prima settimana di anni che s’inserisce,però, in una profezia scomposta in 7 settimane; 62 settimane e 1 settimana per cui adesso dobbiamo vedere cosa accade al termine delle 62 settimane cioè 434 anni dopo.

Dobbiamo allora togliere 434 anni al 399 a.C. e comprendere che cadiamo esattamente laddove il blog da sempre indica l’anno della crocefissione di Gesù, cioè il 35 d.C., esattamente il 35 d.C. non potendo essere altrimenti perchè il termine delle 62 settimane segna l’uccisione dell’unto in cui non c’è colpa (Dn 9,26) e chi più di Gesù lo è?

La parentesi che adesso dobbiamo aprire in polemica con tutte le altre interpretazioni che vedono in Onia III l’unto ucciso consiste nel far notare l’assurdo non solo dei calcoli (non tornano in nessun modo indicando Onia III), ma anche più che prevedendo la profezia una “giustizia eterna” instaurata dall’unto ucciso, bisogna chiedersi come sia possibile tutto ciò per opera di un sacerdote che, per quanto santo, non può assolutamente avere prerogative divine, quali l’instaurare una giustizia eterna, cosa che compete o a Dio, o a Suo figlio. Tutto ciò, a nostro avviso, non denuncia l’ignoranaza, ma un’assoluta mancanza di pudore.

Detto questo torniamo al punto, cioè a quel 35 d.C. anno della crocefissione e termine delle 62 settimane, dal quale parte il calcolo dell’ultima settimana di anni, alla cui metà, scrive Daniele, ci sarà la profanazione del tempio.

Infatti quella metà settimana cade nel 39/38 d.C. quando Caligola pone nel tempio la statua raffigurante la sua effigie, profanando non solo il tempio ma l’intera sensibilità e storia di un popolo, tanto che si giunse fino alla rivolta armata, tanto fu grave l’affronto.

Ricapitolando abbiamo che:

471 a.C.: primo anno di regno di Artaserse.

451 a.C.: XX° anno di regno e rientro di Neemia.

448 a.C.; inizia il lavoro alle mura e partono le 70 settimane profetiche di Daniele.

399 a.C.; terminano le prime 7 settimane (49 anni) e termina il lavoro alle mura, iniziato nel 451 a.C. e durato 52 giorni (anni).

35 d.C.; crocefissione di Gesù e termine delle 62 settimane profetiche (434 anni).

39/38 d.C.; Caligola profana il tempio.

Ecco questa è la “nostra” profezia delle 70 settimane, quella che nessun altro può offrirvi, specie nella sua ultima settimana che è sfuggita a tutti perchè, come ho detto, se non si ha chiaro il primo anno di regno di Artaserse è impossibile venire a capo della faccenda e siccome tutti assumono il 465 a.C. come primo anno di regno di quel re, le interpretazioni che ne sono state date falliscono miseramente, sebbene vengano da cattedre famose o addirittura siano magisteriali.

Quel primo anno di regno di Artaserse è un anno fondamentale nella cronologia biblica e storica tanto che riserva altre bellissime sorprese se ci affidiamo, dopo la storia, alla ghematria che vede nel 472 (dovremmo scrivere 472/471 a.C. ma non lo faremo per semplicità di calcolo) l’esatto valore di παράδισος (paradiso).

Lo abbiamo scritto sin dall’inizio che tutto parte dal primo anno di regno di Artaserse e adesso lo ribadiamo, tanto che facciamo notare la coincidenza di tale anno con la ghematria di παράδισος. che dà all’intero quadro profetico di Daniele una valenza ancor maggiore, data la prossimità con Dio che esprime la profezia nella sua versione e interpretazione corretta, tanto che non è assolutamente un caso che essa prenda le mosse dal 448 a.C. quando 448 è la ghematria di Αντιπας il fedele testimone di Ap 2,13 che altro non è che la metafora della fedele testimonianza, cioè della verità sia essa storica o di fede.

La morte di Antipa significa, quindi, la messa al bando della verità, tanto che non è un caso il proliferare di interpretazioni bislacche, senza fondamento che possono, come in natura, svilupparsi solo come sottobosco, perchè il grande impianto originario profetico appartenente a Daniele è stato tagliato e fatto a pezzi come legna da ardere.

La natura, in questo caso, reagisce gettando una molteplicità di polloni senza frutto perchè il fusto principale è stato reciso. Polloni senza frutto e costrutto testimoni della violenza piucchè della primavera, cioè di quel paradiso promesso  da quel 472 a.C. frutto, questo sì, della ghematria di παράδισος.

Ecco allora la necessità di tener fede alla promessa e alla premessa di quel 472 a.C. che s’inserisce solennemente in un preciso quadro profetico e in esso deve trovare il suo compimento che non può che essere l’apice della profezia stessa, cioè il 35 d.C., quando Gesù fu ucciso e non a caso cita, unica volta in tutti i Vangeli, il paradiso in Lc 24,43.

Vero è che la profezia di Daniele nasce come profezia, ma forse sarebbe più opportuno citarla come promessa se sin dal primo anno di regno di Artaserse si offre in premio il paradiso e lo si conferisce sul Golgota a un ladrone, quello che ha saputo vedere oltre il dramma, riconoscendo Dio laddove meno te lo aspetti, non in chiesa tra generose volute d’incenso, ma appeso a una croce, condannando invece l’altro all’inferno dell’incredulità, perchè avrebbe dovuto almeno tacere.

Ecco tutto quello che avreste voluto sapere sulla profezia delle 70 settimane ma che vi hanno sempre taciuto, non perchè ladroni di buon senso, ma solo perchè briganti prezzolati che si sono ben guardati dal passare per la porta, come dice Gesù stesso (Gv 10,1) ma si sono arrampicati nottetempo sulle mura e sugli specchi beffardi della profezia con un unico fine: fare strage del gregge con il coltellaccio dell’ignoranza e della malafede.

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