Le preziose pietre trafugate dalle mura delle Gerusalemme celeste

zaffiroLa questione della ricostruzione delle mura di Gerusalemme se affrontata sotto un profilo storico si esaurisce alla luce della tempistica, sebbene ciò abbia un a serie di conseguenze che si riflettono su tutto l’asse cronologico biblico e da lì sull’intera cronologia del Vicino Oriente Antico, qualora si dimostri, come credo di aver fatto qui e qui, che la loro dedicazione sia avvenuta non nel 445/444 a.C., dopo 52 giorni letterali di lavori, ma nel 399 a.C. ponendo seri interrogativi sulla figura nientemeno che di Ciro, se suo è l’editto di liberazione dalla schiavitù babilonese promulgato nel 538 a.C., tanto da avere un editto nel VI secolo e una ricostruzione della cinta muraria nel IV secolo. Perchè? Qui entriamo in una dinamica storica che grida al falso: al falso della mia cronologia o al falso colossale di Ciro? A voi la scelta.

Questo ciò che accade nel cielo storico, ma è bene ricordare che quelle stesse mura divengono “celesti” se parliamo della Gerusalemme di Apocalisse 21,19 e anch’esse hanno la loro fondazione, stavolta su pietre preziose che il testo attuale traduce come λίθος τίμιος , mentre quelle stesse pietre in Es 28,17, e 39,17, divengono κατάλιθος.

Se nel primo caso, quello che dovremmo prendere in esame stando al testo di Apocalisse conosciuto, il calcolo ghematrico si perde consigliando nulla, nel secondo apre uno scenario noto perchè il valore ghematrico di κατάλιθος. è 447 e questo ci permette l’ingresso in una cronologia nota: quelle delle mura di Gerusalemme ricostruite da Neemia, che rientra nel 451 a.C., tace tre giorni /anni e mette mano all’opera nel 448/447 a.C., datazione doppia obbligatoria iniziando l’anno ebraico a settembre.

Dunque le mura della Gerusalemme celeste e le mura della Gerusalemme storica hanno, stando alla ghematria, uno stesso basamento cronologico che è il 447 a.C. e ciò le rende ancora più preziose, come preziose sono le pietre indicate da κατάλιθος.

Non sappiamo niente ancora sulla cronologia dell’intera loro ricostruzione, se cioè richiedono entrambi 52 giorni/anni, ma sappiamo che il simbolo sposa alla perfezione la storia e quest’ultima tiene a battesimo la profezia cioè il futuro, trattandosi della Gerusalemme celeste.

Da notare assolutamente che 448 è la ghematria di Ἀντιπᾶς il fedele testimone di Pergamo il quale, con la ghematria del suo nome, offre a noi la versione fedele dei fatti, una versione che altrimenti ha dell’incredibile: delle mura che hanno subito 18 mesi di assedio e che sono state lasciate in abbandono  per oltre un secolo ricostruite in 52 giorni letterali, come sostengono tutti all’unanimità rasentando il ridicolo, perchè dal carpentiere all’ingegnere edile oggi nessuno assumerebbe il contratto di una tale impresa, tranne gli studiosi, in ossequio a una vulgata assurda che li copre, mi dispiace dirlo, di ridicolo. Ecco perchè quell’Antipa è la fedele testimonianza, se non fosse altro perchè quella in vigore è una palese menzogna “creduta” però da tutti.

Ma Antipa è importante anche per un altro fatto, perchè egli si colloca esclusivamente nella lettera a Pergamo, quella stessa che prevede per il vincitore un sassolino bianco su cui è scritto un nome che solo chi lo riceve conosce. A noi adesso poco importa del nome, importa invece che l’incisione del sassolino con il nome riporti direttamente a Esodo 39,14 e ai paramenti sacerdotali che si fregiavano di pietre preziose (κατάλιθος) incise che a loro volta riconducono a quel κατάλιθος di cui stiamo parlando che in Esodo è tale, mentre in Apocalisse 21,19, sebbene il contesto ci trasmetta non solo un simbolo identico tramite il sassolino a sua volta inciso, ma anche la ghematria di Antipa, diviene λίθος τίμιος.facendo saltare non solo il calcolo ghematrico ma tutto quanto descritto sopra, obbligandoci a pensare alla contraffazione oppure a un’articolato calcolo ghematrico che incrocia il dato storico per puro caso, come per caso è stato scoperto.

A me sembra, invece, che alle mura della Gerusalemme celeste sia stato dato l’assalto per impedire, come avvenne per le mura della Gerusalemme storica, la loro costruzione. Con Neemia ci fu bisogno di suddividere gli uomini abili: una metà alla difesa dei civili; l’altra alla ricostruzione delle mura (Ne 4,10). Forse per quella celeste è sufficiente uno bello robusto che come avvenne in 2Re 19,35 ne fece fuori in una notte sola 185.000.

Falqui, basta la parola?

 

falqui

Ciao Borgoglio,

a volte pensi un post e ne scrivi un altro, sebbene il primo sia più importante, ma ne rimando la scrittura sebbene confermi che in Apocalisse ci siate andati giù duro nella falsificazione conoscendo addirittura le conseguenze del fatto. Affari vostri.

Nella tua Messa, che ho seguita assiduamente per anni tanto da conoscerla quasi a memoria, si recita

“Beati gli invitati alla cena del Signore”

“Oh Signore non son degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato”

Beh insomma, mi pare facile, la salvezza, quasi un Falqui liturgico se basta la parola.

Quella cena ben la descrive Luca, perchè riporta un particolare che solo l’occhio clinico rivela, ma finora è passato inosservato ai lettori, mi pare. Leggiamo il passo insieme

 “Un uomo diede una grande cena e fece molti inviti. 17All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. 18Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. 19Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. 20Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. 21Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al suo padrone. Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. 22Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. 23Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. 24Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”

Al primo annuncio della cena da parte del Signore Luca riporta il garbato rifiuto degli invitati di rispetto.

La reazione del padrone di casa è irritata, scrive Luca, ma io direi “arrabbiato” nero, perchè se Benigni, il fine esegeta a cui sono state consegnate le chiavi della Scrittura, per sua stessa ammissione, corre da una parte, in cui era appena arrivato, all’altra dell’oceano a una telefonata di Wojtyła desideroso di vedere un suo film in sua compagnia, immaginati lo sdegno del Padrone di casa al rifiuto degli invitati.

Ecco allora che Lui si rivolge a coloro che sono lungo le vie cittadine e in piazza, ma non sufficienti a coprire tutte le sedie, tanto che l’appello si rivolge alle strade fuori della città (mi pare evidente che il traduttore debba rispettare il senso della profondità  che certamente Luca aveva in mente, profondità che scende, dopo le vie cittadine e le piazze, negli angoli reconditi delle strade fuori della città) e alle siepi e qui la faccenda si fa intrigante.

Infatti la scusa addotta dai primi invitati, se ci fai caso, è il classico binomio famiglia/ affari: chi ha comprato il campo; chi i buoi e chi ha preso moglie tanto che facilmente s’intuiscono i cardini della nostra e della loro società, ancora lontana, come noi, da quella cristiana.

Il binomio famiglia/denaro ben lo conosce chi ha famiglia e lavoro, appunto: è il binomio del mondo di Giovanni, che trascina il suo carretto, immancabilmente con due stanghe, come due sono in fondo le scuse addotte: gli affari e il matrimonio (famiglia).

Al contrario chi accetta l’invito? certamente i secondi chiamati, ma anche i terzi quelli delle siepi e delle strade fuori città, però, se leggi bene, la scena ha un significato recondito, perchè lungo le strade e oltre le siepi in genere, forse sempre, ci sono i fossi, spesso di scolo, abitati solo da bestiacce randage e impure, più dei ciechi, degli zoppi e degli storpi invitati prima.

Nei fossi di scolo confluisce il liquame che inevitabilmente produce la società per bene quella degli affari e dei matrimoni la quale, pur producendo lei buona parte di quel guamo umano, ben si guarda da fargli visita, sia mai che si sporchino le scarpe o le mani o la puzza penetri i vestiti e da lì buono e rispettabilissimo nome.

Eppure è quell’umanità di scolo che gusterà la cena del Signore, mentre l’opulenta, pulita, ricca, profumata e santa prima classe del mondo ne rimarrà esclusa. I luridi, gli impuri abitanti delle fogne a mensa, i primi della classe digiuni, sai perchè? Quella mensa è scandalo, inevitabilmente, e gli affari e la famiglia, consumandola, andrebbero a “rotoli igienici” come del resto una Messa secondo cui basta la parola.

Ciao Borgoglio, stammi bene.

Ps: non m’attaccare il solito pistolotto sugli immigrati che li abbiamo deportati proprio per i motivi su esposti: tutti ben lieti del cappuccino con il latte fresco, ma disgustati dalle inevitabili piote di vacca che nessuno di noi vuole spalare, quando le mucche, si sa, fanno l’una e l’altra cosa..

 

Mosè e l’Altissimo, la lettura ghematrica di un’amicizia che rivela il falso

moseAll’interno della Scrittura ci sono passi che richiederebbero mesi di ricerca e studio per offrirne un compendio. Uno di questi è il rapporto tra Mosè e l’Altissimo. La breve ricerca nel web mi ha offerto di tutto e di più dalle varie scuole e confessioni che tutte si sono cimentate nell’arduo compito di descriverlo.

Noi non seguiremo la loro traccia, ma seguiremo la traccia ghematrica di Υψιστος certi che i numeri siano talvolta più efficaci di molte parole, tanto che sin da subito scriviamo che il valore di Υψιστος è 1486, quando il 1486/1485 a.C. è l’anno di nascita di Mosè stesso secondo la nostra cronologia.

Tale anno emerge qualora si riesca a venire a capo delle generazioni matteane, non solo riguardo al calcolo, ma anche e più sulla loro sorte, un po’ triste a dire il vero, perchè stando alle edizioni tutte dei Vangeli noi leggeremo alla quarantaduesima generazione di Matteo 1,17 Abramo, quando il calcolo indicherebbe Mosè.

Infatti se una generazione conta secondo noi 35 anni e la moltiplichiamo per 28 otteniamo 1470 a cui va sommato il 15 a.C. come anno di nascita di Gesù e inizio del calcolo generazionale. Ciò ci conduce al 1485 a.C., cioè a Mosè, al suo anno di nascita.

Argomento già affrontato, quello del falso, ma che alcuni potrebbero aver con difficoltà accettato perchè non è di tutti i giorni vedersi stravolgere un Vangelo al grido della falsificazione delle sue primissime pagine, cosa che getta un’ombra di dubbio su tutte le altre.

Alla luce del calcolo ghematrico di Υψιστος credo che i dubbi si riducano di numero e consistenza, come si riduca anche il margine di errore attribuibile alla mia cronologia che in quel 1486/1485 a.C. colloca  nientemeno che la Nascita di colui che per gli Ebrei non è secondo a nessuno: Mosè.

Fieri di questo, gli Ebrei, potrebbero certamente gradire l’idea e il calcolo, ma ricordo loro che quel 1486 a.C., come a suo tempo il 644 a.C. dell’oracolo dell’ Ἐμμανουήλ emerge dal greco neo testamentario, per cui come  Ἐμμανουήλ non è Gesù ma Ezechia; proprio per questo però è Gesù. E così anche per Υψιστος: non è Gesù Figlio dell’altissimo o il suo più intimo amico, ma è proprio per questa ragione, quella che emerge dal greco neo testamentario, che lo è.

Bovino adulto. Fettine sceltissime

Alcuni di voi certamente ricorderanno che a suo tempo detti notizia del mio hobby narrativo che ha prodotto un 150 o 160 pagine di racconti. Sinora nel blog ne ho pubblicati uno solo che tra l’altro neppure ritengo il più riuscito.

Il racconto che segue, vecchio di anni e di cui pubblico solo la prima pagina lasciando il lettore libero di leggerlo integralmente cliccando sul link, è tratto da una storia vera accaduta qui vicino, nel paese che ospita nientemeno che la “Madonna del parto” di Piero della Francesca.

Lo giudico un po’ lungo come racconto, ma sono certo che il lettore capirà sin da subito se sia giustificata o meno la sua lettura integrale. Grazie.

 

 

Era l’ultimo carico di bestiame che quel venerdì entrava nel mattatoio comunale. Il camion, varcato il cancello, si fermò sul piazzale, sotto il sole cocente di fine Luglio. Il camionista dette un sospiro di stanchezza, sebbene il viaggio non fosse stato tra i più lunghi della settimana.

Oh, Franco, anche oggi carne fresca!” disse sorridendo un operaio del macello andando incontro all’autista.

Dai, scarichiamo e poi si chiude” disse serio il camionista dando un colpo secco allo sportello dopo essere sceso.

Il venerdì ha le gambe lunghe, non finisce mai” rispose l’operaio.

Franco non commentò, dette solo un’occhiata al carico per accertarsi che nessuna bestia si fosse fatta male. Tutte erano sane, compreso Bufalino, un torello che solo un anziano contadino, con le lacrime agli occhi, era stato capace di far salire.

Ascolta, Mario, occhio a questo che chiamano Bufalino, perché ci ha fatto dannare per caricarlo. Solo un vecchietto ci è riuscito. Erano anni che non mi dispiaceva portare bestie al macello. Questo sembrava aver capito tutto, non c’era verso… poi è venuto quel vecchietto che a mala pena camminava e… vedessi sembrava un agnello”.

Eh… Franco, è come tutti gli altri…messo in corsia è fatta. E poi c’è sempre la corrente, vedessi come camminano! Perché lo chiamano Bufalino? Che è, li portano con nome e cognome ora?” chiese l’operaio distrattamente. “Mah, dice per via di quella stella nera che ha sul petto. Ce l’aveva anche un toro di cui ancora, nella campagna dove ho preso questo, si parla. Pare sia il frutto di una delle sue monte. Comunque sia, fate attenzione” consigliò Franco.

Marco, chiama il ragazzo che si scarica” urlò Mario mettendo mano ai chiavistelli che fermavano la sponda del cassone dove erano stipate le bestie e calando la pedana di carico e scarico.

Bufalino era in fondo al rimorchio e sarebbe stato scaricato per ultimo, perché caricato per primo. Con poche abili manovre gli operai fecero scendere, a uno a uno, i vitelli e li incamminavano verso la stalla dove in un primo tempo sarebbero stati radunati prima di essere uccisi.

Quando si arrivò a Bufalino non si fece altro che ripetere gli stessi gesti fatti per gli altri. Il torello si lasciò prendere e portare fuori dal cassone del camion e scese adagio adagio la pedana che conduceva alla lingua d’asfalto transennata. Fu qui, però, che ebbe un moto d’incertezza e si fermò. L’operaio che era stato avvisato, temendo qualche noia, mise subito mano al punteruolo elettrico.

Pezzo di merda, oh?!” gridò all’improvviso vedendo il toro impennarsi sulle gambe anteriori e fuggire con un balzo oltre le transenne. Mario, credendosi a mal partito e ricordando le parole di Franco, sgattaiolò via, temendo di peggio, mentre il ragazzo che era venuto per aiutarlo, prima di correre a chiedere aiuto, gli chiese se si fosse fatto male e, ricevute rassicurazioni, corse all’interno del macello.

Di lì a poco comparvero quattro operai armati con quello che avevano trovato lì per lì, convinti che con le buone prima, le cattive poi avrebbero risolto il problema. Intanto Bufalino si era impadronito di quell’insolito campo di battaglia.

Fortuna che dalla direzione dettero subito l’ordine di chiudere i cancelli, evitando così di complicarsi enormemente la vita qualora il toro si fosse perduto nelle campagne adiacenti. Franco, il camionista, che era andato un attimo in bagno, quando seppe la notizia scosse la testa e fra sé disse che se l’erano cercata. Continua a leggere “Bovino adulto. Fettine sceltissime”

I due testimoni del calendario

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Dei due testimoni di Apocalisse, i due ulivi, si è cercata sempre la soluzione nel nome, rimasto ancora oscuro e al vaglio di ipotesi, sebbene la chiave più apparente che spicca dal mazzo sia quella cronologica, perchè essi predicheranno 1260 giorni, altro rebus, tra l’altro.

Essendo secondo noi cronologico il problema e la sua soluzione, ci è parso giusto affidarci alla ghematria per aprire un varco nel mistero che li circonda. In particolare alla ghematria della loro veste penitenziale: il sacco o σάκκος in greco.

Il valore ghematrico del lemma è 317 che noi ricondurremo a un calendario, anche se sarebbe più opportuno scrivere due calendari se il 318/317 a.C. fu anno sabbatico e giubilare, come indica la nostra scaletta sabbatica e giubilare che ha il merito di collocarsi precisamente in un ambito storico se Gerusalemme fu deportata da Tolomeo soter dopo la sua inspiegabile conquista.

Infatti Giuseppe Flavio ci ha tramandato che essa cadde senza colpo ferire, unica volta nella sua storia, caratterizzata da una resistenza feroce a ben altri sovrani (mi viene in mente Nabucodonosor, ma ancor più Tito nel 70 d.C.) che l’avevano assediata nientemeno che in anno sabbatico, come Nabucodonosor,  se il 507 a.C. lo fu secondo noi e precedè di due anni la sua caduta dopo un assedio di 18 mesi (cfr Ger 34.8-11).

Alla luce di questo, cioè alla luce dell’anno sabbatico che la vide assediata, sorgono seri dubbi sulla ricostruzione flaviana che adduce la colpa della caduta senza reazione al giorno di sabato, quando un anno sabbatico è incomparabilmente più importante e santo nella vita politica, religiosa e militare di Israele.

Come mai un sabato qualsiasi ha permesso l’ingresso di un esercito organizzato in Gerusalemme, mentre un anno sabbatico ha visto la sua reazione furiosa? Flavio ce l’ha raccontata giusta o Flavio è stato vittima di una palese manomissione?

Tra le due ipotesi scelgo a occhi chiusi la seconda, altrimenti tutta l’opera dello storico finisce alle ortiche, perchè la causa addotta dell’invasione pacifica non sta semplicementne in piedi.

Dunque l’unica ipotesi che rimane valida  è che il calendario sabbatico e giubilare che abbiamo ricostruito sia esatto e che Gerusalemme non reagì solo perchè pienamente fiduciosa nella protezione divina, trattandosi, il 318/317 a.C., di anno sabbatico e giubilare, cioè di un anno santissimo e solenne.

Non fu Tolomeo a conquistare Gerusalemme, ma Dio che la abbandonò per un progetto divino che voleva in quella deportazione il trampolino di lancio di una storia che doveva compiersi proprio da parte di quel Tolomeo soter (salvatore), se da lui parte il calcolo per il successivo anno sabbatico e giubilare che sarebbe caduto nel 32 d.C., anno d’inizio del ministero pubblico di Gesù. Di qui l’appellativo che gli antichi hanno conferito a Tolomeo, cioè soter, ossia salvatore, perchè da lui si arriva a Gesù, il Salvatore (va da sè che alcuni vorrebbero far dipendere il tutto dalla conquista nientemeno che di Rodi da parte dello stesso Tolomeo).

Dunque il 318/317 a.C. fu sabbatico e giubilare e la ghematria non cade nel vuoto, individuando sia la caduta di Gerusalemme, ma anche due calendari. In particolare adesso ci interessa l’esilio a cui fu sottoposta la popolazione gerosolomitana, perchè ben si presta a dare “corpo” alla veste di sacco, cioè penitenziale, che i due testimoni indossano secondo Apocalisse.

Quella loro veste di sacco, quindi, si colloca in una esperienza veramente penitenziale che la storia ci ha tramandata, non la Bibbia, se l’esilio egiziano è realmente avvenuto e si tenne nel 318/317 a.C. La loro veste di sacco, allora, ci dice molto più di quello che potrebbe apparire a prima vista, se la la predicazione -e la penitenza- hanno inizio nel 317 a.C.

I 1260 giorni di Apocalisse 11,3 partono da lì e si può calcolare quando essi finiscono rimanendo in un ambito strettamente storico e non più meramente simbolico come vorrebbero tutti. Questo in virtù del fatto che partono da una data e una esperienza assolutamente storica che da sola legittima la veste che caratterizza i due testimoni, il sacco, la penitenza.

317+1260 è uguale a 1577 che noi interpreteremo come il 1577 d.C. rintracciando il pontificato di Gregorio XIII. Poi sommeremo quei tristissimi giorni/anni in cui, sebbene uccisi, i due testimoni non sono seppelliti, cioè 3 e 6 mesi (tre anni e mezzo Ap 11,9) e otteniamo il 1581 d.C. anno in cui entra in vigore il calendario di quel Gregorio XIII di cui stiamo parlando.

Adesso dovete assolutamente notare che siamo partiti da due calendari, quello sabbatico e giubilare coincidenti nell’anno 318/317 a.C., e siamo caduti esattamente nell’entrata in vigore di un calendario che regola tutto il mondo conosciuto, avendo dato luogo a una riforma epocale.

Non è un caso allora che tutto quanto confluisca ostinatamente nel calendario, per cui è in esso la ragione e la missione dei testimoni, ed essa non può che essere la difesa a oltranza di una storia (calendario) che la si voleva cambiare, cosa che avvenne solo alla loro morte, che infatti segna l’entrata in vigore di un’altra cronologia: quella gregoriana che è ben lungi dall’essere stata la riforma di spunti minimali nella disciplina del tempo, perchè in realtà uccise, con i due testimoni, la storia.

Ho fatto una breve ricerca, e mi è parso di capire che si deve a Gregorio la data fissa del Natale nel 25 dicembre e questo mi è parso subito perfettamente allineato con il contenuto di Ap 11,10 in cui si scrive che la morte dei due testimoni è accompagnata dal giubilo della folla che si farà doni reciproci, tenendo quindi a battesimo il Natale per come lo conosciamo, ricco di doni e auguri, parlandoci di ben altre origini della festa cristiana per eccellenza che la si vorrebbe di “nascita”, ma che in realtà, a ben guardare, è la lapide di due sant’uomini, se i testimoni lo furono uomini.

L’introduzione del calendario gregoriano è ben lungi dall’essere quella riforma “santa” che tutti vorrebbero, perchè cela un duplice efferato omicidio, nonchè lo strazio di due corpi ai quali non si volle dare sepoltura per ben tre anni e mezzo. Solo la teofania descritta da Ap 11,12 poteva ripagarli.

La figura di Gregorio XIII mi pare ne esca un tantino ridimensionata perchè tutto fa pensare alla “bestia che sale dall’abisso” cioè da quel ἀναβαῖνον ἐκ τῆς γῆς che, alla luce del contesto, mi parrebbe  appropriato tradurre “dalle viscere della terra”, se l’abisso a cui fa riferimento Ap 11,7 è l’inferno. E non a caso il suo pontificato fu seguito da quello di Sisto V Peretti, quello stesso che il calcolo nuovamente ghematrico individua come il falso profeta: il primo stravolse il numero (calendario); l’altro completò l’opera uccidendo la lettera se per bocca degli stessi studiosi cattolici (Alberto Maggi) ha “stuprato la Vulgata” con la sua Sistina.

Inquieta, allora, l’intrusione di tale calendario pressochè in tutto il mondo conosciuto, come inquieta che la Russia ortodossa lo abbia adottato all’indomani della Rivoluzione del 1917, cioè nel 1918. Trovo strano che il mondo ortodosso lo abbia applicato a costo di una rivoluzione quando lo abbiamo detto che la Storia dell’Europa orientale dovrebbe cercare le ragioni di quella rivoluzione a Roma.

Quel paradosso russo di cui gli studiosi non sono venuti a capo, il quale ci narra di una Russia profondamente contadina e ortodossa banco di prova di una teoria economica partorita per il sottoproletariato urbano e proto industriale, si spiega solo alla luce di ben altre dinamiche rispetto a sinora quelle adottate che ci parlano dell’eterno conflitto tra forze produttive e rapporti di produzione.

Si tratta certamente di un eterno conflitto, ma di ben altra dimensione e natura, perchè facente capo alla lotta tra Cristo e l’anticristo che volle, con quella rivoluzione, impadronirsi della “perla dell’Asia minore” cioè Smirne, la Russia come la chiamavano gli antichi. Lo fecero a prezzo di una rivoluzione che mi pare abbia contato 30 milioni di kulaki morti, limitandoci a pregare per tutti gli altri, e questo per l’adozione di un calendario che impose tutta un’altra storia, falsa, falsissima, sanguinaria e dispotica.

Agli inizi delle mie ricerche ero così incredulo delle mie conclusioni che per sincerarmi, meglio, per avere smentite circa l’esilio babilonese nel 505 a.C., telefonai alla Chiesa ortodossa di Milano e il sacerdote che mi rispose fu molto gentile, ma ancor più fu ironico: “Lo chieda a lei il perchè” mi rispose a un tratto dicendomi fra le righe che la datazione del 586 a.C. era una tragica sciocchezza imposta da “lei”, mentre l’originale era oramai una memoria che solo dei dilettanti potevano avere cara come la pelle.

Adesso, Chiesa Cattolica, te lo chiedo, seguendo il consiglio: quei morti ammazzati segnano quel tuo prezioso calendario? E quand’è la loro festa? In attesa della risposta ci contenteremo del passaggio dall’ora legale a quella solare che ci obbliga a guardare al calendario, il tuo sebbene del tutto fuorilegge.