Selfie estremi

mostro7testeAbbiamo visto qui che il nome proprio della seconda persona della S. Trinità ha avuto una parabola strana: un santo, Ireneo di Lione, la scriveva in un modo; coloro che lo hanno seguito in un altro, tanto che il povero Ireneo appare come un somaro che neppure sapeva far di conto con un nome di sei lettere, perchè calcola 888 ghematricamente partendo da un lemma scritto come Ἰησοῦς e non Ἰησοῦσ come dovrebbe. Caso eclatante che inquieta molti, per primo me, i quali si aspettano ben altra preparazione dalla santità che dovrebbe almeno saper scrivere e leggere.

Poi, di questi casi, ne abbiamo trovati altri, ma in alcuni ci siamo imbattuti in piccole modifiche che però hanno stravolto il calcolo ghematrico rendendolo insignificante, come il caso di θεραφιμ che così scritto non dice nulla, mentre se scritto θερααφιμ o θηραφιμ dice tutto.

Infatti nel primo caso, cioè θερααφιμ, Il valore ghematrico è identico al numero della bestia 666 indicato da Apocalisse; mentre nel secondo alla morte della stessa bestia (Costante secondo) avvenuta nel 668 a.C., quando 668 è il valore di θηραφιμ (ce ne siamo occupati qui)

Ed è sempre di Costante secondo che vogliamo parlare introducendo il discorso di ινφηρ (inferno, infernale) che nel latino la voce esiste, ma non in greco, a meno che, delusi dal dizionario, non vogliate affidarvi al web che riporta solo due voci, comunque sufficienti a dirci che sì, esiste e verosimilmente è la radice etimologica dell’infer latino, anche se a una breve ricerca non mi è apparso.

Il senso sfuggito di ινφηρ noi lo vogliamo rintracciare grazie alla ghematria, la quale, se gli offri l’occasione, sa dirti più cose di quelle che una decina di dizionari tacciono, perchè il linguaggio deve essere castigato, se siamo persone a modo; mentre censurato se siamo dei farabutti.

Ecco allora che quell’ ινφηρ appare dentro la sua bella cornice ghematrica con un valore di 668 il quale è ben lungi dal crearci problemi, perchè stiamo parlando dell’inferno e quale momento migliore è per strappare il suo viatico se non quello della morte?

Nel 668 a.C. moriva -lo sappiamo- Costante secondo, la bestia che ha eretto la sua immagine, il suo θερααφιμ (immagine) o θηραφιμ che farebbe lo stesso, ma in questo caso è più opportuno θηραφιμ che ha uno stesso valore ghematrico di 668. Ed è così allora che si possono unire le due cose su una sola lapide, unire cioè la morte di Costanzo secondo alla sua immagine, quasi fosse, quest’ultima, la foto da vivo da apporre sul loculo.

668 ci parla dell’immagine e della morte della bestia a cui fa seguito, stando ad Apocalisse, un marchio che alla luce di tutto ciò appare un programma quel selfie di Costanzo che richiede adorazione; l’adorazione un marchio e il marchio conduce nientemeno che all’inferno, dritti e sicuri, senza abbandonare mai la sicumera dei furbi.

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