“L’adultera e l’idiota”. Scena finale

mutandeI crucci che ha sollevato la Bibbia sono infiniti, ma uno è davvero speciale: cosa scriveva Gesù quando gli fu posta davanti l’adultera? Chi ha un po’ di dimestichezza con il passo sa quanti sono stati i tentativi…falliti, perchè rimasti nell’alveo stagnate delle ipotesi.

Tutti quanti hanno escluso la ghematria come chiave del quiz. Essa tuttavia è riuscita in un sol colpo a venire a capo di questione altrettanto complesse come l’Emmanuele. Allora perchè non provarci di nuovo, non provare di nuovo a contare?

Prima però dobbiamo brevemente contestualizzare e ricordare che tutto il capitolo 8 di Giovanni si svolge nella sala del tesoro. E’ importante questo.

Inoltre è altrettanto importante ricordare che il testo greco sfugge alle edizioni più importanti che non lo riportano, cosa che ti costringe a una ricerca ad hoc, che non dà però grandi garanzie sull’originale, il quale è fondamentale se si calcola ghematricamente.

Premesso questo passiamo subito ai fatti, ai conti e immaginiamo che quel δᾰκτῠλος (dito) sia in realtà scritto δᾰκτῠλιος significando, cioè, non un semplice dito, ma un dito particolare, cioè l’anulare perchè  δᾰκτῠλιος significa anello. Capirete subito che qui siamo di fronte non a un dito qualsiasi, ma quello che ancor oggi ospita l’anello o la fede nuziale, cioè il pegno di amore e fedeltà.

Tutto questo non è un caso che cada in un processo pubblico a un’adultera, a colei cioè che ha tra-dito il marito ed è stata colta in flagrante, addirittura. Qualcuno vorrebbe che il passo sia scivolato nelle pagine di Giovanni da Luca, ma è è bene ricordargli che sono quella collocazione permette di vedere, grazie alla numerazione del versetto, il Santissimo, diversamente tutto si perde.

Parlavamo di anelli nuziali e di fedi trascinati in tribunale, ma nell’ottica di Giovanni, la più alta tra gli evangelisti, non si riduce alle corna tra marito e moglie, bensì a quelle tra Marito e Moglie, cioè tra Dio e Gerusalemme, nel caso specifico.

In questo senso assistiamo, seppure tra le raffinate e sottili righe di Giovanni, a un rovesciamento delle parti: gli accusatori divengono gli accusati: la Gerusalemme che ha armato la mano con pietre, le lascia cadere perchè sa che la gragnola contro di lei sarebbe devastante: colei che ha rotto il patto nuziale non è la donna, ma la città, la gerarchia e il popolo adulteri che come Davide hanno chiesto la morte altrui, non capendo che “Natan” parlava di loro (2Sam 12) e che quindi quell’adultera messa lì in mezzo era lo strumento con cui Gerusalemme si sarebbe giudicata e punita da sola.

Δᾰκτῠλιος (anulare) ha un valore ghematrico di 841 a cui si aggiunge, sommandolo affinchè la locuzione “si mise a scrivere col dito per terra” sia piena, γῆ (terra) ottenendo 852, cioè lo 852 a.C. come trentasettesimo/trentaseiesimo anno di regno di Asa, secondo soltanto la nostra cronologia dei Re e nessun’altra.

In quell’anno Asa donò il tesoro del tempio per liberarsi dai nemici (2Cro 16,1-3), rompendo così la sua alleanza con Dio, eleggendo il denaro a instrumentum regni e non Jahvè. L’adulterio di Asa, fino allora dalla condotta esemplare, ricorda da vicino sia l’adultera che Gerusalemme infedele, e quel dito, l’anulare, scrive di tutto ciò, cioè di una Gerusalemme moglie infedele, beccata da marito non nell’alcova naturale, ma nella sala del tesoro,  suo nuovo amante, come lascia intendere Giovanni.

Una traccia di tutto ciò l’ha conservata pure il lemma greco neo testamentario che non fa alcuna differenza tra δᾰκτῠλος e δᾰκτῠλιος, lasciando cadere quello iota la cui presenza è assicurata da Gesù  (Mt 5,18), però, perchè con il più piccolo segno dell’alfabeto greco si riassuma sempre l’intero Decalogo, formato da dieci comandamenti, come dieci è il valore dello iota. Insomma un amante i(di)ota che ha lasciate pure le mutande nel letto.

 

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