L’eletto di Dio e il figlio della perdizione: la Sacra Scrittura e la scrittura falsa

Nel post di ieri e l’altro ieri abbiamo visto che la traccia offerta da 2Tes 2,3 produce un’esegesi ricca, se gli strumenti sono quelli consoni. In particolare è la ghematria il grimaldello che apre le porte di quel mysterium iniquitatis circa il quale tutti hanno provato a venire a capo dimenticando, però, che è profezia e non argomento strettamente scientifico. Per questo motivo la ghematria riesce laddove tutti hanno fallito, presentandosi (la ghematria) sul palcoscenico della ricerca, anche scientifica intendo.

Non so questo post completerà l’argomento ambizioso del “figlio della perdizione” che emerge dalle lettere paoline, di certo ne completerà il profilo, aggiungendo note molto importanti, almeno per me.

Il caso è molto chiaro e perfettamente sincrono a post precedenti, perchè ne costituisce l’esatto contrario. Si tratta della locuzione greca di “eletto di Dio” (ἐκλεκτός θεός) che è 546 cifra che noi, come al solito, ridurremo a un calendario per individuare, seguendo la nostra tabella dei re di Giuda e Israele, il dodicesimo anno di regno di Giosia, cioè quello stesso anno in cui quel re ristabilisce il culto originario ( 2Cro 34,3-7).

Il calcolo ghematrico, quindi, non è caduto nel vuoto ma ha individuato un anno importantissimo: quello della riforma religiosa, per cui tutto ciò ci permette di stabilire un parallelismo tra la ghematria di “figlio della perdizione”, quello stesso che emerge dall’apostasia, e “l’eletto di Dio”. Se nel primo caso avevamo scritto che esso diviene simbolo di una storia falsa e di un’anagrafe assassina, nel secondo abbiamo che quella stessa storia e quella stessa anagrafe tornano sotto la loro vera luce, ristabilendo, in fondo, il culto, qualora la storia abbia dei fedeli seguaci.

Tutto ciò è sostenibile e forse chiaro se consideriamo che è l’esatta anagrafe di Gesù che apre la cronologia biblica, proprio con quella “chiave di Davide” la cui ghematria greca della locuzione innesta l’intero impianto cronologico neo testamentario sull’antico, dando di nuovo completezza -e splendore- alla storia che non è più biblica, ma universale.

Sono quei 490 anni che emergono dal calcolo ghematrico di κλείς Δαυίδ che conducono infatti, grazie a Matteo 1,17 e le sue 14 generazioni (argomento mille volte affrontato), considerando una generazione di 35 anni, quello stesso 35 che compone la datazione esatta dell’anno di crocefissione di Gesù (15 a.C- 35d.C)., conducono dicevamo all’esilio babilonese e all’ultimo anno di regno di Sedecia e di lì, a ritroso, a tutta quanta la cronologia esatta dei regnati di Giuda e Israele, la quale ci dà la possibilità non solo, come abbiamo visto ieri, di collocare l’apostasia nel suo contesto storico e da quello cogliere la parabola e la metafora di un re (Ela); ma anche di comprendere che è solo da quella cronologia dei Re emerge il dodicesimo anno di regno di Giosia di cui si è occupato il post.

Tutto questo ci dice che se il “figlio della perdizione” e la sua apostasia, riassunta simbolicamente in quel 33 d.C. anno della crocefissione, sono il grande falso storico, “l’eletto di Dio” ristabilisce, con quel dodicesimo anno di regno di Giosia, il culto, per alcuni certamente religioso, per tutti altri più semplicemente dedito alla Verità storica e scientifica.

Ps: sono cosciente che l’argomento meritava ben altra trattazione, ma sono costretto a scrivere nei ritagli di tempo e quando la stanchezza non si fa sentire. Faccio affidamento all’intelligenza delle persone e alla loro preparazione, molto spesso superiore alla mia, per quanto riguarda le conclusioni e le possibili tracce d’indagine, ancora certo che un po’ di “lievito fa fermentare l’intera massa”

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