Pietro e Manasse in un sol vascello

anasseI due post precedenti potrebbero anche aver spiazzato il lettore, abituato com’è alla concretezza dei numeri. Occuparsi della figura di Pietro, così come emerge dalle Scritture e non dal Magistero (la maiuscola non mi costa nulla), è stato un momento di rottura, un volgere lo sguardo altrove, come attratti -lo sappiamo- dal canto improvviso di un gallo.

Il contesto sinora descritto, però, ci permette adesso di occuparci del nostro solito, cioè della ghematria in particolare, la quale abbiamo visto essere quella luce capace anche di dirimere questioni che si trascinano da duemila anni. Gli esempi ghematrici che potrei citare sono moltissimi, perchè la sezione che li raccoglie è ampia, ma uno su tutti è in questo caso calzante: l’oracolo dell’Emmanuele.

In quel post abbiamo potuto sinceraci che la ghematria è ben lungi dall’essere una pseudoscienza, sebbene affondi le sue radici nella Sapienza. Il valore ghematrico di Ἐμμανουήλ è 644 che noi abbiamo ridotto a un calendario e ottenuto così il 644 a.C. che segna, secondo la cronologia dei Re proposta dal blog, l’unzione a re di Ezechia, quando quell’oracolo indica solo due candidati (tertium non datur): o il figlio della “vergine” è Ezechia o è Gesù.

Dunque il fatto che la ghematria ci conduca direttamente e in maniera perfetta a Ezechia e al suo primo anno di regno non può essere assolutamente un caso, anche perchè al calcolo si unisce il  simbolo, espresso da quel primo anno di regno che idealmente li riassume tutti, condensando in esso l’intero regno.

Ragionando in questi termini, che ne sarebbe se la ghematria individuasse un ultimo anno di regno? Ce la sentiremmo di attribuire tutto al caso o, come sarebbe certamente opportuno, valuteremmo tutto alla luce dell’esempio offerto dall’oracolo riducendo e considerando il tutto come scienza?

Scrivo questo perchè c’è un caso che permette di affrontare la questione ed è la lettura ghematrica di Πέτρος (Pietro) che è 561 che noi, così come abbiamo fatto per l’oracolo dell’Emmanuele, considereremo alla luce di un calendario, divenendo quella cifra il 561/560 a.C., cioè l’ultimo anno di regno di Manasse introducendo la datazione doppia,  anche se in questo caso non strettamente necessaria, poichè il nostro scopo è indagare la fine di un regno, cioè quello di Manasse, come indica la cronologia dei Re da noi proposta.

Se volessimo collegare Manasse a Pietro su queste basi, cioè una semplice relazione tra il calcolo ghematrico e una cronologia, ne verrebbe fuori poco e quel poco assolutamente forzato, tanto da divenire poco credibile se non addirittura risibile. Ma che ne è del proposito se considerassimo Gv  21,18?

Il capitolo che contiene quel versetto è fondamentale perchè attribuisce il ruolo di Pastore dell’intero gregge. Certo, ruolo rivendicato da uno, ma negato da tutti gli altri, tuttavia pur sempre emergente dalla Scrittura e dunque capace, forse al di là di tutte le polemiche, di attribuire una responsabilità, dei diritti e dei doveri, ma anche, più prosaicamente, degli annessi e dei connessi.

Colui che, Scrittura alla mano, lo rivendica, quindi, sa benissimo di andare incontro non solo a ciò che umanamente attrae, ma anche a ciò che divinamente vincola, in particolare a quella strana parabola di un apostolo e da lui di un’istituzione (la Chiesa Cattolica) che sì si vede calata in ruolo, ma pure in una profezia.

Infatti a fronte di una “gioventù” brillante, sembra proprio che la “vecchiaia”  offra ben altri standard, perchè quel qualcuno che “cingerà la veste” e condurrà Pietro e la sua chiesa laddove essi non vorrebbero, sembra preludere a un tramonto a tinte fosche, ben lontano dai fasti della gioventù che lo vedeva agile e solerte pastore.

Quel “dove tu non vuoi” segna un cambiamento radicale dei pascoli, e alla grassa e fresca erba a cui lo aveva indirizzato quell’amore confermato tre volte, subentra l’arida e oscura (“tenderai le mani”) steppa. Se per tre volte Pietro ha confermato di amare Gesù e il suo gregge, quel “dove tu non vuoi” segna un cambiamento radicale che forse si spinge fino al tradimento della missione che era quella di cambiare il mondo e nell’impossibilità fuggirlo, non adeguarvicisi.

Il calcolo ghematrico di Πέτρος , come nel caso dell’oracolo dell’Emmanuele, ci parla,  quindi, un regno e della sua fine facendo luce su un passo ancora, ma non per molto, oscuro, cioè Gv 21,18, che molti non vorrebbero, a ragione, preso alla lettera, perchè “va preso” col numero, con la ghematria, l’unica capace di farne emergere il profilo profetico

Chiaro questo ognuno è libero di scegliere se seguire il deuteronomista o il cronista che non sono della stessa opinione, aprendo il secondo, a differenza del primo, a una profonda umiliazione a cui fa seguito il riscatto di colui (Manasse/Pietro) che proprio gli stessi esegeti cattolici definiscono il”prototipo del peccatore” (Marco Nobile), cioè il peccato fatto persona e di lì, con un po’ d’impegno che non guasta mai, istituzione.

La settanta considerava canonica la Preghiera con cui Manasse esprimeva il suo pentimento, mentre adesso è considerato un testo “apocrita”, come se strappare una pagina esorcizzasse un destino; ma alla luce della ghematria esso emerge ancora più chiaro dicendoci che Manasse e Pietro il pescatore sono “presi da un [sol] incantamento e messi in un [sol] vasel”.

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