Il discepolo che amava Gesù: l’imbarazzo di una traduzione e la certezza dei fatti

il discepoloNel post precedente abbiamo affrontato un argomento che ancora sfugge ai traduttori, cioè il “discepolo prediletto” o “il discepolo che Gesù amava” che dir si voglia. Abbiamo scritto che i traduttori non notano nella locuzione greca la sfumatura che lo renderebbe tale, cosa che noi abbiamo classificata come il classico atteggiamento di chi scola il moscerino e ignora il cammello.

Tuttavia quel passo o quella locuzione offre altre “sfumature” che è bene affrontare, in particolare una la quale consiste nel senso ambiguo del periodo, che si presta a due letture che invertono i soggetti e i complementi.

Infatti scrivere che Giovanni era “il discepolo che Gesù amava” può essere interpretato in due modi diversi: il primo è che Gesù amasse Giovanni; il secondo che Giovanni amasse Gesù cosa che inverte i soggetti e i complementi.

Facciamo l’ipotesi che in realtà il senso esatto sia il secondo e che la tradizione abbia confuso il senso per ragioni che per noi sono note (qui di mezzo non c’è il primato, ma il Primato: l’amore), ma che potrebbero essere non condivise e cerchiamo un contesto scritturale che avvalori la nostra traduzione o scelta.

Tale contesto non sarebbe correttissimo cercarlo altrove rispetto al Vangelo di Giovanni che, data l’importanza di quel Primato, deve necessariamente avere un’unità narrativa circa i concetti espressi e dunque quel Primato o quell’amore debbono essere parte integrante di un contesto che emerga anche in capitoli precedenti o successivi del suo Vangelo.

A questo proposito viene subito spontaneo citare Gv 21,15-17 passo in cui Gesù chiede per ben tre volte se Pietro amasse Gesù, confermando sin da subito l’amore espresso che non parte dal cuore di Gesù ma di Pietro. Questo rende possibile il senso della traduzione che noi abbiamo data del “discepolo che Gesù amava”, cioè colui che non tanto era amato da Gesù, ma più propriamente che amava Gesù.

A Pietro quelle domande imbarazzanti furono rivolte dopo il suo rinnegamento quando cioè le grandi promesse della vigilia che si erano spinte fino a testimoniare una fedeltà fino alla morte, furono smentite dal canto levantino di un gallo.

Completamente diverso il comportamento di Giovanni che non promette niente, ma mantiene tutto in primis la sua dignità di apostolo; poi quell’amicizia che Gesù nutriva verso gli apostoli (vos autem dixi amicos).

Ecco, nel primo caso sarebbe cattivo parlare dell’amore mercenario di Pietro, ma non fuori luogo, perchè nel passo del Buon pastore Gesù è chiaro: il mercenario fugge di fronte ai nemici che in quel caso erano la folla inferocita di Gerusalemme. Ma non sarebbe eccessivo parlare di tiepidezza o di un amore che conosce i giorni di festa e di gloria, ma che nel momento del bisogno finge di non conoscerti e ti abbandona alla tua sorte.

Nel secondo invece c’è un amore silenzioso che non affida la sua sorte alle grandi parole e promesse, ma che riesce a superare i momenti bui dell’amato. Un amore che di fronte al tramonto dei sogni di gloria, forse fa veramente appello all’amicizia, sebbene non più quella con il “Figlio di Davide” di cui tutta Gerusalemme cantava l’osanna. Un’amicizia  e un amore che riesce, chissà come, chissà perchè a superare gli ostacoli più ardui per gli affetti: l’infamia, il disonore e il disprezzo che immancabilmente coprono coloro che sono caduti nella polvere.

Dicevamo che Giovanni non era il discepolo amato da Gesù, ma il discepolo che amava Gesù e lo ha dimostrato più di tutti gli altri, primo far tutti Pietro e a seguire i nove che, come oggi, presero le distanze e mentre l’altro che lo tradì. Quell’amore dimostrato verso Gesù è quello stesso che “move il sole e l’altre stelle” mettendo in gioco tutto sè stesso , ma vallo a dire a coloro che vorrebbero farne la fonte del loro potere e del loro primato, se non addirittura denaro sulla terra.

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