Da Macario l’egiziano a Sartre: l’ascesi e la nausea.

macarioRiprendo le pubblicazioni dopo un lungo periodo di silenzio, non dovuto alla mia volontà. Lo faccio interrompendo un’ideale linea armonica che regola il materiale del blog, che sempre si è occupato di cronologia e ghematria e dunque di… “numeri”.

Forse nessuno sa che devo molto ai Padri (e Madri del deserto), i cui detti, o apoftegmi, mi hanno tenuto compagnia, specie in questi ultimi mesi. Ecco allora che sento la necessità di sdebitarmi e dedicargli un post, affinchè le tre letture integrali e le letture casuali, curioso di conoscere cosa passasse non tanto il convento, ma il deserto, siano messe a frutto.

Attraverso i Padri (e le Madri) del deserto si possono ricavare molte lezioni, ma una credo sia del tutto particolare, vuoi perchè di strettissima attualità; vuoi perchè è decisamente in contrasto con quella che da tutti è considerata propedeutica nientemeno che alla teologia, cioè la filosofia.

Per quanto riguarda il primo punto, sappiamo dalla cronaca che la filosofia è proposta come rimedio alla “nausea di vivere” (Corriere della Sera) o almeno così la definiva quel quotidiano all’indomani della pubblicazione del titolo del tema della maturità, che aveva per oggetto, appunto, la filosofia.

Per quanto riguarda il secondo punto invece sappiamo per certo che i giovani seminaristi sono obbligati a studi filosofici completi, perchè la filosofia è considerata propedeutica alla teologia e dunque fondamentale.

Ma cosa ne pensavano i Padri di essa? Anch’essi la consideravano nelle loro celle rimedio all’accidia o a mal di vivere? La consideravano anch’essi propedeutica alla speculazione teologica? Arsenio, Padre del deserto, come ex precettore d’imperatori, la portò con sè nel deserto?

Io credo di proprio di no in virtù di un apoftegma che fa chiarissima luce sulla considerazione che i Padri avevano degli studi filosofici e dei filosofi. Tale apoftegma appartiene a Macario l’egiziano, che ci ha lasciato un aneddoto curioso, ma al contempo magistrale. Vorrei citarlo, ma dopo una ricerca veloce non sono riuscito a estrarlo dal web e così ve lo sintetizzo, non prima però di avervi raccomandato la sua lettura.

Si narra che Macario, stanco del viaggio, si sia rifugiato, per passare la notte, in un tempio; lì erano presenti delle mummie e lui se ne è posta una sotto la testa come cuscino. I demoni, visto il suo coraggio, ne ebbero invidia e lo insidiarono con voci di donna che invitavano ai bagni. Macario, per nulla intimorito, dette una gomitata a quella che aveva sotto la testa e le gridò di andare nelle tenebre.

Questo in buona sintesi è il riassunto dell’apoftegma che, sic stantibus, sembra una storielle da nulla, buona solo per gli sciocchi che credono non tanto alle mummie (a quelle ci credono tutti) ma ai diavoli. Però….

Sì c’è un però perchè se leggete attentamente vi renderete conto che non era assolutamente necessario specificare l’origine della mummia, che ci viene descritta come greca. Nell’economia del “racconto” era piucchè sufficiente dire che nel tempio erano presenti mummie e una finì come cuscino; i diavoli ebbero invidia del coraggio di Macario etc… etc.

E invece no: la mummia, si dice chiaramente, era greca e questo fa pensare, tanto che  possiamo estrarre tutt’altra chiave di lettura dell’apoftegma, il quale non è più una storiella dabbene, perchè la Grecia è la patria e la culla della del pensiero filosofico.

Ecco allora che quella mummia diviene una metafora che ci narra, verosimilmente, dell’incontro -e dello scontro- tra Macario e un sacerdote del tempio, ancora intriso di una cultura oramai superata ma che sopravviveva in qualche enclave. Una cultura e un pensiero, cioè la filosofia, che certamente resisteva ai secoli (accade ancora oggi), ma oramai morta, mummificata, perchè se Diogene cercava l’uomo, la storia e l’umanità con l’Incarnazione ormai avevano trovato Dio. Tutto questo ci dice che agli occhi dei Padri (e delle Madri) del deserto la filosofia poteva destare l’interesse e mostrare le ragioni del passato e per questo forse buona, poichè Macario ne fa il suo cuscino, per il riposo notturno e dunque propedeutica al sonno.

Va da sè poi che quell’incontro scontro con la mummia del passato (la filosofia) suscita l’invidia dei demoni per il fatto che evidentemente Macario ne uscì vincitore e alla grande, tanto che quelle voci di donna che invitavano al bagno mi dicono che si cercò di oscurare la chiara fama che Macario si era procurata con un grande classico: lo scandalo sessuale che rimane sempre, assieme all’ambizione e al denaro, uno dei migliori strumenti per infangare qualcuno.

Alla luce di tutto questo, alla luce cioè di una lettura più profonda di quella che apparirebbe a prima vista, mi chiedo se fra quegli stessi maturandi, di fronte al taglio da dare al tema, ce ne sia stato qualcuno che udito la voce deserto che suggerisce oltre a letture particolari anche letture universali, riassumibili in un’unica grande lezione in aperto contrasto con ciò che ai miei tempi -e forse ancor più oggi visto che chi la propugna sono gli anziani del villaggio globale-, si va dicendo nei licei, cioè l’urgenza del cambiamento che giustifica la rivolta, la quale legittima la rivoluzione. No, credetemi, i Padri (e le Madri) del deserto non insegnano a cambiare il mondo, ma a fuggirlo: questo v’insegneranno e starà a voi decidere se seguire cosa si dice alla “ombra” delle aule e dei corridoi, o ciò che s’insegnava e s’insegna sotto il “sole” cocente.

Al contempo mi chiedo se sia il caso, nei seminari, di considerare la filosofia propedeutica alla teologia. In caso affermativo credo che mai come in questa occasione e lecito scrivere che “i Padri (e le Madri) si rivoltano nelle tombe” ed io, nel mio piccolo, nel letto.

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