Non solo di paglia, ma talvolta di creta.

caneTra i molti passi di Apocalisse, ce ne è uno che ha partorito una serie infinita di condizionali ed è Ap 22,15, In particolare quel “fuori i cani” dalla Gerusalemme celeste. Ancora, infatti, non sappiamo con precisione chi siano, non sappiamo cioè chi in realtà abbai.

La soluzione sarebbe facile, se stessimo alla definizione corrente che vede nelle povere bestiole coloro che si adagiano lungo le strade e i fossi in cerca di piacere. Ma è così? La Bibbia intende coloro?

Per dare risposta a questa domanda ogni pertugio biblico è stato esplorato ed è proprio questa minuziosa ricerca la madre dei condizionali, perchè il cane nella Bibbia ricorre molte volte e tutte le occorrenze si collocano in un contesto diverso. Che fare allora?

Beh, io direi di riferirci sin da subito all’esempio eclatante offerto dal capitolo 8 di Giovanni, anche perchè, essendo un capitolo, ci libera dai pertugi (versetti). Lì abbiamo di fronte la versione femminile del genere, cioè una cagna. Eh sì, una cagna se stiamo al significato corrente del simbolo.

Non abbiamo detto che i cani -e le cagne- si adagiano lungo le vie e nei fossi in cerca di pacere? Chi più di lei allora lo è? Pure sposata, questa cagna, tanto che la folla, incline a perdonare la scappatella, quell’avventura non la può proprio digerire e mette mano ai sassi.

Fortuna che di lì passava Gesù, che mi pare di poter dire fosse di tutt’altro avviso, perchè nè la apostrofa, nè la svergogna e tantomeno raccoglie Egli stesso una bella e nodosa pietra.

Infatti, paradossalmente, rivolge lo sguardo verso la folla e la invita sì a lapidare, ma non prima di un bell’esame di coscienza riflettendo su un punto: “Siete senza peccato per giudicarla?”

Lo sappiamo, ci rimangono tutti male, qualcuno malissimo e se ne vanno incredibilmente con la coda fra le gambe, come cani. E questo fa riflettere noi e tornare al punto di partenza chiedendoci chi in realtà abbai.

Secondo Giovanni certamente non la donna, perchè la scena quasi si conclude con un dialogo toccante in cui Gesù chiede: “Donna, nessuno ti ha condannata?”

“Nessuno Signore” risponde la poveretta con voce rotta e con le lacrime al volto.

“Neanche io lo farò, va e non peccare più”

Questo breve dialogo pone la donna su un altro piano. Ella non è una cagna, ma una peccatrice, quasi una Maddalena casalinga caduta in un attimo di sventura. Dunque non è un cane o almeno non uno di quelli a cui Giovanni vieta l’ingresso nella Gerusalemme celeste.

Viene allora da pensare, se osserviamo bene la scena descritta dal capitolo 8, che i cani siano proprio coloro di cui abbiamo detto che se ne vanno con la coda fra le gambe, e se ne vanno seguendo la stessa via da cui non erano venuti, ma mandati. Già, mandati…

Se consideriamo il capitolo 8, ci accorgeremo che quello è anche il capitolo della libertà, quella libertà frutto della verità. Ecco allora che tutto si fa un pochino più chiaro ed è possibile sostituire l’accezione comune del termine cane, con un’altra accezione comune, cioè quella di una bestia legata a una catena e costretta a una ciotola (d’avanzi).

La catena che lega i cani giustifica la ciotola e per quella ciotola il cane rende i suoi servigi: abbaia, morde e scodinzola a un padrone, salvo fare queste stesse cose a un altro, qualora la ciotola sia scarsa o di cattivo gusto (ci sono certi cani viziati che voi non immaginate!).

Avendo visto, alla luce del Vangelo di Giovanni, che i cani di Apocalisse non siano quelli un tantinello calorosi, mica sarà che i cani sono quelli che si vendono per una ciotola? E’ non è il capitolo 8 il passo della libertà? Quel passo che alcuni (Ravasi) vorrebbero in parte (l’episodio dell’adultera) “scivolato” da Luca (ci manca solo che le pagine bibliche siano anche disseminate di bucce di banana, poi siamo al completo) è di Giovanni, per cui l’autore è lo stesso di Apocalisse e l’unità concettuale lo conferma, oltre che quella simbolica (un autore usa quelle parole, quelle immagini e quei simboli).

Dunque quel “fuori i cani” significa ben altro rispetto alla vulgata imposta che vede nel sesso l’origine di tutti  mali, quando in realtà è un peccato come tutti gli altri, mentre come tutti gli altri non è il vendersi per una ciotola, senza nessuna spinta ideale che non sia riempirsi la pancia, la quale giustifica i peggiori crimini: omicidio, calunnia, spergiuro, falso e quant’altro vi venga in mente, perchè la gente (non quella di Giovanni) è disposta a tutto per una ciotola e magari di avanzi.

Se avete ben compreso questo, capirete anche che l’episodio dell’adultera contenuto nel capitolo 8 di Giovanni non lo si può ridurre a un increscioso incidente che lo ha fatto scivolare da Luca sin lì: è di Giovanni e compone il grande affresco della libertà dell’uomo a lui tanto caro. Immaginarne un’altra paternità significa dar luogo a un bel taglio, che non fa scivolare un capitolo, ma un tema che non credo marginale in Giovanni: la libertà dei figli di Dio. Insomma una castroneria e/o una cattiveria bella e buona.

Non pensiate che il capitolo 8 non riservi altre sorprese, perchè ce n’è una magnifica in serbo e riassume tutto. E’ il versetto 8,46 in cui Gesù dice una cosa che nessuno, stando alle traduzioni attuali, capisce.

In quel versetto Gesù sfida i suoi interlocutori ad accusarlo di peccato, ma stranamente tutte le versioni, tranne la Bibbia della gioia, divengono così letterali da divenire reticenti. Infatti traducono: “Chi mi può convincere di peccato?”. Vi  pare chiaro? Cosa significa “convincere di peccato” qualcuno? Eppure così si traduce, anche se CEI 2008 fa fuochino e scrive: “Chi di voi può dimostrare che ho peccato?”, peccato però che manchi un “mai” perchè quello intende Gesù, intende cioè dire che nessuno può accusarLo di aver “mai peccato”, tanto che non solo gli amici, ma ancor più i nemici lo conoscono come l’Agnello immacolato quello, giusto per intenderci, che li ha mandati, con la coda fra le gambe, al diavolo loro padre, come dice espressamente nel capitolo.

Dunque Gesù Agnello immacolato, lo avreste  mai detto? Se non voi certamente lo dice Giovanni e il versetto in cui Gesù dice di non aver mai peccato, perchè esso numera 8,46 e quel 46 -direte anche voi- ricorda gli anni in cui ebbe quell’accesissimo diverbio con i farisei di fronte al tempio. Ma non è solo questo quel 46.

Quando Giovanni scrive che ci sono voluti 46 anni per costruire il tempio non usa ιερος, ma ναος, usa cioè il sostantivo greco che indica non l’area del tempio, ma il Santissimo. Ecco allora che quel 46 apre tutt’altro scenario, perchè giustamente Gesù sfida a dimostrare di aver mai peccato perchè, stando anche alla numerazione del versetto, è il “Santissimo”, il nuovo ναος

Il capitolo 8 del Vangelo ha un’unica paternità, dunque, e chi in realtà è “scivolato” sono proprio coloro che si sono intrufolati nel letto di quella poveretta partecipando all’adulterio. Ma si sa, come si dice nel Dottor Zivago, “Siamo fatti di creta! Capito? Di cretaaa!” come i cani di mio zio davanti all’ingresso.

 

14 65, la ghematria oltre il DNA

giovanni-forumLa dicotomia storica evidenziata negli ultimi post ci parla di un 33 d.C. e di un 35 d.C. La differenza risicata non ci autorizza assolutamente ad approssimare, perchè quei due anni faranno la storia. Essi riassumono l’abisso che separa “il figlio della perdizione” e “l’eletto di Dio“; l’apostasia dalla fedeltà; la chiesa di Dio da quella di satana.

Mi pare di poter scrivere che attorno a questo blog si sia consumata una battaglia, affermazione giustificata dal fatto che io per primo ho denunciato non tanto un tentativo di plagio (quello è il rischio solito per chi frequenta e usa il web), ma addirittura la sistematica violazione dell’amministrazione del blog, tanto che a suo tempo feci nome e cognome del burattino che compariva addirittura nei link interni, quelli cioè che solo e soltanto io come amministratore posso usare.

Questo rende ancora più ampia la dicotomia sopra illustrata, tanto che possiamo parlare, dapprima, di due autori e in seguito di due chiese: una vera, l’altra posticcia e frutto di rapina.

Particolare interesse desta in me l’idea delle due chiese, l’originale e la falsa, che noi immaginiamo scritta con il sostantivo del greco neo testamentario, cioè συναγωγή (sinagoga) che in alcuni versetti ha proprio l’accezione di “Chiesa”, specie nell’apocalisse di Giovanni (Ap 2,9).

Parlavamo di quella che forse è stata un’aspra battaglia per l’attribuzione non tanto dei meriti (quello compete a Dio), quanto della paternità di quell’υἱός (Figlio) che popolerà quella stessa Chiesa radunandone i fedeli, a differenza dell’altra chiesa che invece ha radunato gli apostati.

Bell’impresa stabilire una paternità, perchè anche in questo caso i test del DNA si prestano a mille sfumature sulle quali l’accusa e la difesa giocano tutte le loro carte -e magari così è stato.

Ben diversa è la ghematria che spesso in un sol colpo -e infallibile- sa non solo attribuire una paternità, ma anche edificare una Chiesa sulla parola dell’uno o dell’altro dei padri putativi o autori, come in questo caso.

Infatti il calcolo ghematrico di συναγωγή (sinagoga/chiesa) offre la possibiità di fare chiarezza o, al minimo, di contribuire a farla, qualora l’indagine umana abbia già fatto il suo corso.

Il valore ghematrico di συναγωγή è 1465, cifra che se scomposta offre un 14 e un 65 assolutamente da prendere in considerazione, vuoi perchè 14 sono le generazioni matteane, fulcro dell’impianto cronologico del blog (esse collegano il Nuovo all’Antico Testamento); vuoi perchè sempre esse sono la base di calcolo per la ghematria greca di “Chiave di Davide” il cui possesso apre le porte di una delle due chiese, per cui il possessore di quelle chiavi ne è il titolare.

Diversamente il 65 che emerge dalla ghematria di συναγωγή potrebbe benissimo esserci d’aiuto se non addirittura indicare il proprietario di quella stessa “chiave di Davide” tanto contesa.

Il caso vuole che il ’65 sia il mio anno di nascita e questo ci autorizza prosaicamente a pensare (se scrivessi provare qualcuno storcerebbe il naso) che ho fatto tutto io e quella chiave è in mio possesso, tanto che quando ho chiuso nessuno ha aperto e quando ho aperto nessuno ha chiuso, destinando l’altro autore a violente spallate, perchè la violenza non è solo la principale risorsa degli imbecilli, ma anche dei farabutti e dei ladri.

Ecco, adesso che anche la ghematria conferma che ho fatto tutto io spaccandomi la schiena, posso pubblicare la mia brutta e arcigna faccia, terrore dei fanciulli, delle donne e più ancora degl’imbecilli.

Chiama Roma sei uno zero, sei uno zero

stregaLa lettera a Smirne si apre, qualora ne volessimo dare una lettura particolare, con un versetto oscuro che subito leggiamo

All’angelo della chiesa di Smirne scrivi:
Queste cose dice il primo e l’ultimo, che fu morto e tornò in vita.

Perchè tale versetto apra la lettera, apra cioè la lettera che noi indirizziamo da sempre al mondo ortodosso non lo sappiamo, non sappiamo cioè perchè ne sia il destinatario. Diversamente forse ne conosciamo il contenuto, volendone dare una lettura particolare, però.

Partiamo subito da quel “tornare in vita” che in fondo è un rinascere. Il Cristo che rinasce ricorda da vicino il Figlio maschio della Donna vestita di sole, ricorda, cioè, quello che noi conosciamo come υἱός (figlio) e la cui lettura ghematrica è 486 che collocato in un calendario sappiamo già che diviene il 486 a.C., trentasettesimo anno di regno di Nabucodonosor e anno che segna l’eclissi descritta , seguendo la nostra cronologia, dal VAT 4956.

Tale anno si oppone completamente alla datazione ufficiale di quella stessa eclissi, tanto da ridisegnare non solo la storia del Vicino Oriente Antico, ma anche la geografia, assumendo essa il 567 a.C.

Assistiamo quindi, dato il contesto ufficiale, a una rinascita, a una nuova incarnazione che rende di nuovo Cristo alla storia la quale assiste al Suo ritorno. Quel “bimbo” è in tutto e per tutto uomo, persino nella evoluzione tipica del genere, per cui non è azzardato parlare del Suo nutrimento, certamente spirituale, ma con questo non vogliamo dire che non ne necessita.

Allora, come tutti i neonati, ha bisogno di latte, di quel γάλα (latte) che essendo spirituale (1Cor 3,2 e notate pure la cifra che emerge dal versetto, la quel richiama il 32 d.C. dell’inizio del ministero,  cioè “l’inizio della vita” pubblica di Gesù) ha però una consistenza storica, come storia -lo abbiamo appena visto con il 486 a.C.- è la Sua rinascita.

Ecco allora che la lettura ghematrica ci è di nuovo d’aiuto perchè γάλα ha un valore di 35, quella stessa cifra che fa ruotare l’intero meccanismo cronologico descritto dal blog e che segna la data di morte per crocefissione proprio di colui che era “morto ma è  tornato in vita”.

Quel 35, considerato cronologicamente, è il 35 d.C., cioè quel cibo spirituale che Lo nutre e che non a caso si contrappone a un 33 d.C.,  causa di morte, tanto che se il 35 d.C. è il latte materno, il 33 d.C. è il dolce veleno della megera (le neo mamme sono avvertite).

Questo, in buona sintesi, significa secondo noi “ero morto ma sono tornato in vita”, ma che ne è di quel “primo e ultimo”? Che senso, particolare, possiamo dargli? Primo e ultimo di cosa?

Abbiamo già diffusamente parlato delle vicende che legano il re Ela a Manasse, di quel 33 che emerge a ogni piè sospinto e che riconduce all’apostasia paolina. Non staremo a dilungarci nuovamente, ma daremo ai post che gli abbiamo dedicato ulteriori informazione, caratteri e spunti.

Nel contesto del 35 d.C. come latte materno, il 33 d.C. è veleno, il veleno che ha ucciso Cristo e la Sua storia. Quel “primo e ultimo” debbono avere ugualmente una collocazione storica, se vogliamo darne una lettura particolare che non esca dalla dicotomia del 33 d.C. e del 35 d.C.

In questo senso allora, se è chiaro quanto scritto a proposito di ciò che si gioca tra il regno di Ela e Manasse, quel “primo” diviene il primo e unico anno di regno di Ela (863 a.C.); mentre “l’ultimo” è l’ultimo anno di regno di Manasse (560 a.C.), periodo storico che non solo ci consegna le origini e la dinamica della congiura che ha ucciso in Ela Gesù (ne abbiamo diffusamente parlato), ma anche periodo che segna un arco di tempo di 303 anni.

Quel 303, se sappiamo leggere tra le righe, compone di nuovo la cifra 33 ed offre uno zero. Ciò ci permette di riferirci nuovamente a 2Tes 2,8 e a quell’apostasia che Gesù al Suo manifestarsi di nuovo spazzerà via “con il soffio delle Sue labbra”.

L’apostasia si era manifestata con il 33 d.C. come anno della crocefissione che non Lo uccideva nella carne ma nella memoria storica. L’υἱός (figlio) che rinasce e che si nutre del 35 d.C. sta a dirci che quello zero è il soffio delle labbra del Cristo che rende una nullità il figlio della perdizione che sempre 2Tes 2,3 cita.

Ecco, questa potrebbe essere la lettura particolare dell’incipit alla lettera a Smirne, al mondo ortodosso che non nasce da Roma, ma che con Roma potrebbe morire se rimane attaccata al suo velenosissimo seno.

Da Ela a Manasse, l’ultima corsa del tram di Pietro

tramLa Bibbia non finisce mai di sorprendere, tanto che vorrei dilungarmi proprio su questo argomento e dirvi che secondo me il miglior metodo per studiarla è quello della vecchia scuola investigativa:

1) Fidati dell’intuizione (per chi crede dell’ispirazione)

2) Provala con i fatti

3) Procedi (scrivi).

Già nel caso o post dei regnanti che si sono succeduti da Ela fino a Sedecia avevamo visto che emergeva un chiarissimo 33, se consideriamo i re di Giuda e Israele come facenti parti di un unico grande regno.

Quella prova ci è servita per dimostrare che anche la Bibbia, sebbene nella sua parte più intima, punta l’indice verso quel 33 d.C. contro cui noi da sempre ci siamo scagliati, perchè riassume, con la semplice evidenza dei numeri, la storia universale e quella biografica false.

Quei 33 regni che si succedono da Ela, ucciso con un complotto, stanno lì a dirci, infatti, che la storia, non solo quella di Gesù, è in mano a dei delinquenti assassini, perchè quei 33 regni prendono le mosse da un regicidio che, nel nostro caso specifico, diviene deicidio.

Inoltre abbiamo visto che l’anno dal quale parte la lista di quei 33 regnanti, cioè quello stesso che segna la morte violenta di Ela, ha lo stesso valore (863) della ghematria greca di “apostasia”, confermando pienamente che quella congiura si consumò sì sulla pelle di Ela, ma ancor più si è consumata sulla pelle di Gesù, perchè metaforicamente ha generato l’apostasia di tutti i popoli cristiani.

Abbiamo altresì visto che la lambda e la gamma che compongono il numero 33, se unite al’alfa e la omega, danno luogo a un sostantivo che in italiano richiama la sorte della Bestia e del falso profeta per primi e, da ultimo, di satana, danno luogo cioè al sostantivo λαγω (lago).

Inoltre abbiamo visto che la ghematria greca di “Pietro” conduce all’ultimo anno di regno di Manasse, il peccato fatto carne secondo gli stessi esegeti cattolici, e che sia il contenuto che la nota bibliografica dei capitoli e dei versetti di 2Re 21,18 e Gv 21,18 sono concordi nell’associare, cosa già fatta dalla ghematria greca di “Pietro” che indica l’ultimo anno di regno di Manasse, proprio i due regni, specie nel loro finire, come indicano i versetti citati.

A ciò si aggiunge l’incredibile coincidenza che vuole che il regno di Manasse sia contenuto in 2Cronache proprio al capitolo 33 e ciò non solo richiama il 33 d.C., ma anche fa luce sull’assassino o colui che ha ordito la congiura: Pietro.

Pensate che la torbida storia di quel 33 d.C. sia finita qui sebbene ce ne sia ben d’onde? Pensate davvero che la Bibbia nella Sua sapienza non sappia fare ancora più luce? Se così fosse vi sbagliereste e neanche di poco, perchè essa lo può, unendo addirittura più generi.

Infatti ciò che in un primo momento appariva comico è divenuto tragico; in seguito drammatico e infine (ma saremo alla fine o il finale ci riserva un colpo di scena?) grottesco, perchè la Bibbia ci mette adesso nell’imbarazzo, se cioè farci prendere dalle risate o dalle lacrime, poichè, stando alla nostra tabella dei Re, tra l’anno della congiura, quello che segna la morte di Ela (863 a.C.), e l’ultimo anno di regno di Manasse/Pietro (560 a.C.) corrono 303 anni cioè una cifra con un bel 33 che, se sappiamo leggere tra le righe, non fa altro che confermare non solo la congiura, ma anche che essa è ordita da Pietro, il quale colloca la ghematria greca del suo nome proprio nell’ultimo anno di regno di Manasse; come se sappiamo leggere tra le righe capiamo che quello zero ci dice che il 33 -vorrei ironicamente dire il tram bianco e giallo di Pietro- è al capolinea.

Se sono stato chiaro nei post linkati e se la sintesi fatta sopra è efficacie, credo che alcuni di voi si abbandoneranno al riso; altri al pianto. Pochi sapranno coniugare le due cose e quei pochi rischiano davvero il 118 a sirene spiegate. Ad maiora, Petrus!

“Imagine”… a lowyer

Sai Borgoglio, non vedo l’ora di illustrare dettagliatamente le vicissitudini di mio padre nei tuoi ospedali. Hai presente? “Tintarelle” a cui non è il caso di sottoporre pazienti (mio padre) in stato semi-vegetativo (detto in mia presenza da una corpulenta neurologa o neurochirga a Perugia).

Cateteri dell’orina lasciati chiusi in terapia intensiva a Castello e tu che chiami tutto il personale, ma ti dicono che è il tremito delle mani che fa schizzare i valori dei macchinari, suonare gli allarmi e strabuzzare e lacrimare gli occhi di tuo padre, fino a che la natura e il suo fisico robustissimo non espelle il catetere da solo e poveretto riesce a farla.

Per non parlare dei vermi nelle parti intime con cui è stato ricoverato da medicina in RSA che però, guarda caso, non ha il sollevatore, per cui mio padre rimane allettato 10-12-15 giorni non ricordo, ma ricordo benissimo i primi arrossamenti da decupito..

E c’è anche l’omerico iter della domanda d’invalidità, che sistematicamente si perdeva nei tuoi corridoi.

Di tutt’altro tenore la chirurgia vascolare di Arezzo, in cui si è pensato bene di umiliarmi invitando un trans in corsia, come se io fossi avvezzo a certi piaceri (non trovi nè un trans, nè un omossessuale, nè una prostituta nella mia vita: stronzo!). Immagino che abbiano preso tutte le precauzioni del caso: in chirurgia corre il sangue e quasi sempre le ferite sono aperte. Quelle sono categorie ad altissimo rischio che vanno certamente curate, ma con cui non ci si può assolutamente permettere di scherzare in un ospedale, specie in un reparto di chirurgia.

Questa, Borgoglio, è solo una breve disamina dei casi, ma sufficiente a farti immaginare l’appetito che scatenerebbe in un avvocato qualora qualcuno capisca, per grazia, il senso di quelle cose semisferiche che ciondolano tra le gambe e parli dicendo che l’ordine di colpire mio padre e mia madre (sì, c’è anche lei) per arrivare a me è partito dai tuoi o addirittura da te

Immagina Borgoglio, immagina…