70 la trilogia di un peccato e di un esilio

esilioDell’Israele popolo di Dio la cui storia è anche scritta dal calendario religioso ne abbiamo già parlato nei post immediatamente precedenti, mentre rimane da parlare delle tappe che caratterizzano quella storia, che non solo si affida agli anni sabbatici e giubilari, ma anche alla durata degli eventi stessi.

Questo infatti è quanto emerge dallo studio dei due esili che Gerusalemme ha conosciuto: quello del 505 a.C. e quello del 318 a.C. durati entrambi 70 anni. La coincidenza non è casuale nell’ottica di una pedagogia divina che si rivela nella storia, nella storia che è quella del popolo di Dio. Assistiamo, allora, a una trilogia del peccato, che nella visione cristiana assume le forme di materia grave; piena vertenza e deliberato consenso. Vediamo come.

Con l’esilio del 505 a.C. Israele si macchia di un peccato non ancora conosciuto, sebbene profetizzato, cioè minacciato come castigo. Siamo ancora però nell’ambito della materia grave: l’infedeltà è sì vissuta, ma non voluta ed è dunque un “cadere”. Dio, allora, dopo il castigo apre alla redenzione, tant’è che nel 418 a.C. si dedica il secondo tempio, simbolo, assieme all’anno giubilare che lo contraddistingua, di una nuova alleanza.

Ma solo dopo esattamente un secolo, Israele è di nuovo lontana da Dio per scelta cosciente (piena vertenza) e l’anno giubilare e sabbatico del 318 a.C. diviene l’occasione che Dio ha per un richiamo alla Legge, cioè a quella fedeltà infranta che è sfociata nel palese adulterio, punito con altri 70 anni di esilio che terminano nel 248 a.C., anno sabbatico caratterizzato, almeno stando a Giuseppe Flavio, da un gran lavoro al tempio affinché si possa ristabilire un culto e un’alleanza.

Dopo di ciò il dramma di un rapporto tra un popolo e il suo Dio si scatena con l’uccisione del Figlio, cioè con il deliberato consenso che conduce al peccato mortale, cioè alla morte di un popolo agli occhi della divinità. Le sorti d’Israele non sono più legate a un vincolo stretto sin dalle origini, ma affidate a un rocambolesco peregrinare che non è più esilio, cioè punizione, ma aperta rivolta.

La rivolta si concentra tutta nella questione ancora aperta del Messia, che Israele ha ucciso dando il suo deliberato consenso. Nicodemo, nel dialogo notturno con Gesù, non usa il singolare, ma dice : “Sappiamo che sei un maestro venuto da Dio”(Gv 3,2) . In quel “sappiamo” c’è forse più, se possibile, della bestemmia contro lo Spirito santo stigmatizzata da Gesù stesso come imperdonabile, perché è la coscienza  del peccato che un intero popolo ha deciso di commettere, per questo è, appunto, il deliberato consenso, i cui toni drammatici superano la logica spicciola di Caifa che ne vuole morto uno affinché la nazione sia salva.. (Gv 11,49-51).

Abbiamo finora parlato di tempi che segnano la materia grave e la piena vertenza cioè 70 anni, ma che ne è del deliberato consenso? Cosa misura l’empietà e il suo riscatto? Essa è una cifra che diviene simbolo, è una storia che collassa in un unico anno senza fine, cioè il 70 d.C. quando Gerusalemme conosce l’ultima fatale devastazione, che dà logo a un esilio senza ritorno. Il tempio rimarrà deserto (Lc 13,35) e la Dimora,sconosciuta, un auspicio

Settanta il primo esilio; settanta il secondo e settanta il terzo, cioè per sempre o almeno fino a che fino a che le carrube della storia non ricondurranno il figlio non più prodigo ma assassino alla ragione, a quel “benedetto colui che viene nel nome del Signore” (Lc 13,35). Allora settanta, settanta, settanta e settanta volte sette, cioè il perdono.

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