Da Caligola a Giacobbe

Le condizioni di mio padre, ricoverato per un gravissimo ictus, mi obbligano a un post sommario che fornirà solo le linee guida, certo che coloro che mi seguono sapranno trarre le conclusioni e individuare le relazioni.

486 anni abbiamo visto che sono, assieme a 480 e 490 anni, un preciso metro biblico. Inoltre 486 è la ghematria greca di “Padre”, “Figlio” e “roccia” quella su cui Gesù invita a edificare.

Tale arco di tempo costituisce in più occasioni una tranche di una cronologia lunga, vale a dire che esiste una metrica biblica che si compone di 486 anni la quale individua sempre fatti o personaggi di assoluto rilievo nella storia d’Israele.

Anche nel caso che sto per proporre accade questo. Infatti se assumiamo come termine a quo quel 39 d.C., individuato nel post precedente e che segna l’ingresso della statua di Caligola nel tempio allo scoccare della metà dell’ultima settimana delle 70 di Daniele, e scalando di 486 anni cadiamo nel 447 a.C. anno che secondo noi coincide con la fine dell’esilio babilonese.

Proseguendo con il calcolo e sommando altri 486 anni otteniamo il 933 a.C., cioè l’anno della fine dei lavori alla reggia di Salomone; e ancora, se sommiamo altri 486 anni otteniamo il 1419 a.C. che sarebbe il sesto anno dall’esodo. Uso il condizionale perché non so darne ragione, nel senso che a prima vista è un anno anonimo, anche se sono quasi certo che 1419 è un valore ghematrico importante che ho incontrato.

L’ultima tranche somma altri 486 anni otteniamo 1905 a.C che segna l’ingresso di Giacobbe in Egitto secondo noi, facendo così coincidere il calcolo generazionale di Matteo con il calcolo su esposto. Infatti Giacobbe si colloca alla 54 esima generazione nella lista di Matteo per cui, se una generazione conta 35 anni, essa copre un arco di tempo di 1890 anni che si sommano alla data di nascita di Gesù per ottenere il 1905 a.C.

Come si può facilmente comprendere, le tranches di 486 anni, pur partendo da un termine già noto, cioè il 39 d.C., disegnano una cronologia nuova la cui importanza e le relazioni sono ancora da scoprire, sebbene già i numeri abbiano detto molto

L’oscura ultima settimana di una profezia

caligolaIl post si rivolge a coloro che hanno seguito le mie ricerche perché sarebbe oltremodo faticoso dar ragione di ogni punto di una profezia complessa come quella delle 70 settimane.

Noi sosteniamo che essa a il suo inizio nel 448/447 a.C. e termina nel 35/36 d.C. (preferibile per varie ragioni è il 448 a.C., se non altro perchè 448 è la ghematria di Ἀντίπας (Antipas), cioè il fedele testimone, ossia la fedele testimonianza)..

Questo percorso, però, tiene traccia solo di 69 settimane (483 anni) al termine dei quali l’unto, cioè Gesù, viene ucciso. per cui non dà ragione dell’ultima settimana, quella che sinora è rimasta ignota a tutti.

I motivi per cui ciò è avvenuto sono certamente da addurre alla complessa interpretazione, ma anche e più a una cronologia che stabilisce il suo termine a quo nel 445 a.C., cosa che non solo rende impossibile collocare l’ultima settimana, ma rende impossibile anche  dare un senso compiuto alla profezia stessa, che infatti, calcoli alla mano, sembra fatta da Daniele alla bell’è meglio, ma non è così, lo abbiamo visto.

Cominciamo col dire che il punto di partenza per calcolare l’ultima settimana di Daniele è l’anno della crocefissione di Gesù, cioè il nostro 35 d.C e immaginiamo un punto mediano nell’ultima settimana perché il testo di Daniele è chiaro e lo citiamo

 Egli stringerà una forte alleanza con molti
per una settimana e, nello spazio di metà settimana,
farà cessare il sacrificio e l’offerta;
sull’ala del tempio porrà l’abominio della
desolazione
e ciò sarà sino alla fine,
fino al termine segnato sul devastatore». (Dn 9,27)

Leggiamo chiaramente che a metà della settimana il tempio sarà profanato e dunque se tale settimana inizia nel 35 d.C. la sua metà cade negli anni 38/39 d.C., i quali devono segnare, se la nostra traccia cronologica è esatta, la profanazione del tempio, come dice il testo

Bene, nel 39 d.C. Caligola ordina che nel tempio di Gerusalemme sia posta la sua statua, profanando non solo l’edifico cultuale per eccellenza, ma un intero popolo. Stando ai conti e alla cronologia che ne deriva, la profezia di Daniele, finora monca dell’ultima settimana, si rivela di una complessità certamente notevole ma perfetta, che richiede solo precisione e metodo per la sua comprensione.

Vorrei anche dire che in fondo è anche una profezia semplice, ma che trae in inganno se il nostro pensiero è rivolto al 70 d.C., anno che riesce a oscurare 38/39 d.C. se paragonato a esso (a me è capitato questo).

Credo possa fermarmi qui, aggiungendo solo una breve scaletta che segna le tappe della profezia:

448 a.C. : emanazione della parola sul rientro. Fine dell’esilio babilonese

399 a.C.: prime 7 settimane (49 anni), sono riedificate le mura

35 d.C.: terminano le 62 settimane (434 anni) il Messia è ucciso

35 d.C.; inizia l’ultima settima la cui metà cade nel…

38/39 d.C.: nel tempio di Gerusalemme è posta la statua di Caligola

Vae victis

 

spadaUn mio caro vecchio professore che mi introduceva ala latino prima ancora di frequentare la quarta ginnasio, mi dette un consiglio che credo valga un po’ in tutte le cose: la versione va tenuta a distanza per poter capire i particolari, i quali spesso determinano la traduzione delle singole parole. Con questo voleva dirmi che è il contesto che non deve essere mai perso di vista.

In Apocalisse molte sono le parole e ancora di più i passi in cui è il contesto a determinare la nostra scelta e fra queste certamente spicca un verbo, spesso frettolosamente tradotto, senza tenere in conto o addirittura ignorando il contesto. Esso è μετανοέω.

Tale verbo dà luogo a una traduzione laica cioè “cambia la tua mente, il tuo pensiero o il tuo modo di pensare”; e dà altresì luogo a una traduzione il cui senso religioso è spiccato, perché introduce un “ravvedersi” che è quasi un pentirsi. Ma tutto si esaurisce qui? Il contesto è stato valutato attentamente?

Cominciamo a esaminarlo e a prendere in considerazione che esso colloca il verbo nella lettera a Pergamo la quale proporremo subito

 «All’angelo della chiesa di Pergamo scrivi:
Queste cose dice colui che ha la spada affilata a due tagli:
“Io conosco dove tu abiti, cioè là dov’è il trono di Satana; tuttavia tu rimani fedele al mio nome e non hai rinnegato la fede in me, neppure ai giorni di Antipa, il mio fedele testimone, fu ucciso fra voi, là dove Satana abita. Ma ho qualcosa contro di te: hai alcuni che professano la dottrina di Balaam, il quale insegnava a Balac il modo di far cadere i figli d’Israele, inducendoli a mangiare carni sacrificate agli idoli e a fornicare. Così anche tu hai alcuni che professano similmente la dottrina dei Nicolaiti. Ravvediti dunque, altrimenti fra poco verrò da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca. Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese.
A chi vince io darò della manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale è scritto un nome nuovo che nessuno conosce, se non colui che lo riceve (Ap 2,12-17)

Qui, a Pergamo cioè, si parla di spada affilata a due tagli, quella stessa che userà Gesù qualora l’angelo non cambi la sua mente o non si ravveda. La spada, da sempre, è sinonimo di combattimento, tant’è che Gesù stesso si vede costretto ad affrontarlo se l’angelo diserta. Ciò induce a pensare a un contesto di battaglia se non addirittura di guerra.

Questa interpretazione trova una precisa conferma in Ap 12,11-16 dove leggiamo

Poi vidi il cielo aperto, ed ecco apparire un cavallo bianco. Colui che lo cavalcava si chiama Fedele e Veritiero; perché giudica e combatte con giustizia. I suoi occhi erano una fiamma di fuoco, sul suo capo vi erano molti diademi e portava scritto un nome che nessuno conosce fuorché lui. Era vestito di una veste tinta di sangue e il suo nome è la Parola di Dio. Gli eserciti che sono nel cielo lo seguivano sopra cavalli bianchi, ed erano vestiti di lino fino bianco e puro. Dalla bocca gli usciva una spada affilata per colpire le nazioni; ed egli le governerà con una verga di ferro, e pigerà il tino del vino dell’ira ardente del Dio onnipotente. E sulla veste e sulla coscia porta scritto questo nome: RE DEI RE E SIGNORE DEI SIGNORI.

Come si evince dal testo i richiami alla lettera di Pergamo sono chiari:

  1. “fedele e veritiero”, quando Pergamo è il teatro dell’assassinio di Antipas “il fedele testimone”.
  2. La “spada affilata”, quella stessa in possesso mdi Gesù e che Gesù userà eventualmente dopo la defezione dell’angelo.
  3. Il “nome che nessuno conosce fuorché lui” che nella lettera a Pergamo compare come premio destinato all’angelo che vincerà.

Quel contesto di guerra che avevamo notato nella lettera a Pergamo viene dunque riproposto ancora più chiaramente in Ap 12,11-16 dove il personaggio, cioè il cavaliere, è lo stesso, cioè colui che ha conosciuto e serbato il nome misterioso che nessun altro conosce.

E’ tutto questo che secondo me deve guidare la traduzione, la quale, in questo caso, è preferibile sia a senso perché quella letterale non coglie il contesto. Ecco allora che mi permetto io di suggerirla: non è esatto parlare di cambiamento radicale di pensiero; tanto meno lo è una traduzione che vede un ravvedimento, quasi un pentimento. Quella esatta è “combatti dunque! perché se non lo farai tu, lo faro io” come dice Gesù stesso, lasciando intendere, dal senso ancora più lato di Apocalisse. “vae victis”

 

 

70 la trilogia di un peccato e di un esilio

esilioDell’Israele popolo di Dio la cui storia è anche scritta dal calendario religioso ne abbiamo già parlato nei post immediatamente precedenti, mentre rimane da parlare delle tappe che caratterizzano quella storia, che non solo si affida agli anni sabbatici e giubilari, ma anche alla durata degli eventi stessi.

Questo infatti è quanto emerge dallo studio dei due esili che Gerusalemme ha conosciuto: quello del 505 a.C. e quello del 318 a.C. durati entrambi 70 anni. La coincidenza non è casuale nell’ottica di una pedagogia divina che si rivela nella storia, nella storia che è quella del popolo di Dio. Assistiamo, allora, a una trilogia del peccato, che nella visione cristiana assume le forme di materia grave; piena vertenza e deliberato consenso. Vediamo come.

Con l’esilio del 505 a.C. Israele si macchia di un peccato non ancora conosciuto, sebbene profetizzato, cioè minacciato come castigo. Siamo ancora però nell’ambito della materia grave: l’infedeltà è sì vissuta, ma non voluta ed è dunque un “cadere”. Dio, allora, dopo il castigo apre alla redenzione, tant’è che nel 418 a.C. si dedica il secondo tempio, simbolo, assieme all’anno giubilare che lo contraddistingua, di una nuova alleanza.

Ma solo dopo esattamente un secolo, Israele è di nuovo lontana da Dio per scelta cosciente (piena vertenza) e l’anno giubilare e sabbatico del 318 a.C. diviene l’occasione che Dio ha per un richiamo alla Legge, cioè a quella fedeltà infranta che è sfociata nel palese adulterio, punito con altri 70 anni di esilio che terminano nel 248 a.C., anno sabbatico caratterizzato, almeno stando a Giuseppe Flavio, da un gran lavoro al tempio affinché si possa ristabilire un culto e un’alleanza.

Dopo di ciò il dramma di un rapporto tra un popolo e il suo Dio si scatena con l’uccisione del Figlio, cioè con il deliberato consenso che conduce al peccato mortale, cioè alla morte di un popolo agli occhi della divinità. Le sorti d’Israele non sono più legate a un vincolo stretto sin dalle origini, ma affidate a un rocambolesco peregrinare che non è più esilio, cioè punizione, ma aperta rivolta.

La rivolta si concentra tutta nella questione ancora aperta del Messia, che Israele ha ucciso dando il suo deliberato consenso. Nicodemo, nel dialogo notturno con Gesù, non usa il singolare, ma dice : “Sappiamo che sei un maestro venuto da Dio”(Gv 3,2) . In quel “sappiamo” c’è forse più, se possibile, della bestemmia contro lo Spirito santo stigmatizzata da Gesù stesso come imperdonabile, perché è la coscienza  del peccato che un intero popolo ha deciso di commettere, per questo è, appunto, il deliberato consenso, i cui toni drammatici superano la logica spicciola di Caifa che ne vuole morto uno affinché la nazione sia salva.. (Gv 11,49-51).

Abbiamo finora parlato di tempi che segnano la materia grave e la piena vertenza cioè 70 anni, ma che ne è del deliberato consenso? Cosa misura l’empietà e il suo riscatto? Essa è una cifra che diviene simbolo, è una storia che collassa in un unico anno senza fine, cioè il 70 d.C. quando Gerusalemme conosce l’ultima fatale devastazione, che dà logo a un esilio senza ritorno. Il tempio rimarrà deserto (Lc 13,35) e la Dimora,sconosciuta, un auspicio

Settanta il primo esilio; settanta il secondo e settanta il terzo, cioè per sempre o almeno fino a che fino a che le carrube della storia non ricondurranno il figlio non più prodigo ma assassino alla ragione, a quel “benedetto colui che viene nel nome del Signore” (Lc 13,35). Allora settanta, settanta, settanta e settanta volte sette, cioè il perdono.

Fides e(s)t ratio

fidesLa scienza e la fede si dice che debbano muoversi su due piani completamente diversi, talvolta inconciliabili. Tuttavia ci sono ambiti in cui non è possibile muoversi senza aver chiare le due dimensioni, perché è proprio dalla loro coincidenza che emerge una realtà frutto della loro sintesi.

Israele, popolo di Dio, è questa dimensione a due facce; l’una scientifica (storica); l’altra religiosa, tanto che la missione e la storia di un popolo non sarebbero comprensibili se scienza (storia) e fede le considerassimo disgiunte, perché la dimensione storica sarebbe arida, mentre quella relativa alla fede incomprensibile.

In questa luce, gli anni sabbatici e giubilari costituiscono due calendari che oltre a scrivere la storia dell’Israele della fede, tracciano anche la storia dell’Israele della ricerca storica, perché gli anni sabbatici e giubilari segnano sempre importantissime, a volte fondamentali, tappe storiche.

Tutto ciò è particolarmente evidente nei due esili vissuti dagli Ebrei, esili di cui abbiamo già parlato diffusamente, per cui basta ricordare che il primo ebbe inizio nel 518/517 a.C. (assedio,calcolo Geremia e Daniele) e finì nel 447/446 a.C. Oppure iniziò nel 505/504 a.C. e terminò nel 465/464a.C.. dopo, rispettivamente, 70 o 40 anni; il secondo invece iniziò nel 318 a.C. e terminò nel 248 a.C. dopo 70 anni.

Della loro specularità ne abbiamo parlato nel post precedente, per cui adesso, dopo aver fatta una breve sintesi, aggiungeremo un altro aspetto che è riemerso dalla memoria solo in un secondo momento: cioè l’anno della grazia concessa a Ioiachin, il 490/489 a.C. anch’esso sabbatico secondo la nostra cronologia.

Abbiamo già scritto riguardo al primo esilio che:

  1.    il 518/517 a.C. fu anno giubilare e segno l’assedio di Gerusalemme che portò alla caduta del 516 a.C. e alla deportazione conseguente.
  2.    Il 507 a.C., cioè 18 mesi prima della deportazione del 505 a.C., fu l’anno sabbatico indicato da Ger 34,8-11.
  3. Il 465/464 a.C. segna la fine dell’esilio, durato 40 anni secondo il calcolo di Ezechiele 4,6, nel settimo anno di Artaserse, cioè quando rientra Esdra con il compito di ricostruire il tempio. Tale anno fu sabbatico

Mentre circa il secondo sappiamo che:

  1. iniziò nel 318 a.C., anno sabbatico e giubilare
  2. terminò nel 248 a.C. cioè settant’anni dopo in anno sabbatico

Quanto sopra credo che già di per sé provi che le vicende legate ai due esili hanno negli anni sabbatici e giubilari un loro minimo comun denominatore, perché tali anni segnano o la fine o l’inizio dell’esilio se non entrambe le cose.

Rimane ancora un punto prima di tirare le conclusioni: l’anno della grazia concessa a Ioiachin che se un piano personale fu un semplice anno e atto di grazia, su quello simbolico significò la redenzione di un popolo, quello di Dio, finalmente riappacificato con la divinità.

La grazia fu concessa a Ioiachin nel 490/489 a.C. che fu anch’esso anno sabbatico come lo furono tutti gli altri anni sabbatici e giubilari che hanno relazione con i punti salienti delle vicende legate all’esilio.

Tecnicamente, anche assumendo la nostra cronologia, tale anno dovrebbe essere, stando alla lettera, il trentasettesimo dalla deportazione (2Re 25,27), ma abbiamo visto qui che quasi sicuramente si tratta o di un refuso o di una manipolazione del testo, entrambe le ipotesi ancora più avvalorate dai due calendari, quello sabbatico e quello giubilare, che consigliano la versione giusta, cioè un ventisettesimo anno perfettamente sincrono alla ritmica  che sottende gli esili cioè quella, appunto, sabbatica e giubilare.

Ioiachin, quindi, rende ancora più chiaro il quadro storico che si dimostra perfettamente inserito in una cornice calendariale in cui la storia (scienza) e la fede compongono la stessa scena, cioè quella dell’esilio in cui Dio ” fa la piaga, ma poi la fascia; egli ferisce, ma le sue mani guariscono” (Giob 5,18 e prestate pure attenzione alla cifra che emerge dalla numerazione del versetto che è la stessa offerta dal 518 a.C., anno che segna l’inizio di tutte le vicende legate agli esili, come abbiamo visto sopra).

E’ così che la pedagogia di Dio che colpisce e guarisce scrive la storia con le lettere della fede (fides) e della scienza (ratio), le quali in alcuni casi non debbono assolutamente essere ritenute appartenenti a due distinti alfabeti, pena la totale incomprensione del contenuto, come del resto è accaduto e accade, tanto che della fine dell’importantissimo esilio del 318 a.C. se ne erano perse le pagine.