La radice di Davide in un contesto di relazioni pericolose

jesseAmmettere che in Apocalisse ci siano passi di difficile comprensione è semplicemente ovvio, perchè ogni parola di quel libro nasconde qualcosa. Uno di questi passi è certamente la “radice di Davide” (ῥίζα Δαυίδ) che si può spiegare con mille parole senza, poi, averne ben capito il significato.

La radice è ciò che sta sottoterra, non visibile ad occhio nudo, per cui la prima cosa che dobbiamo chiederci è quale sia il terreno in cui essa è piantata. Terreno simbolico, teologico o storico? Crediamo quest’ultimo, crediamo cioè che essa abbia il suo humus nella storia e dunque nella storia si collochino i suoi significati.

Affermiamo ciò perchè abbiamo già incontrato un altra peculiarità davidica del Cristo: la chiave di Davide, il cui valore ghematrico è 490, cioè 70×7, quando il numero 7 indica perfezione. Inoltre 490 anni costituiscono storicamente la chiave (di Davide) per l’interpretazione di Mt 1,17 e le sue 14 generazioni di 35 anni, per un totale di 490 anni, quelli che separano Cristo da Babilonia; Babilonia da Davide e da Davide a… Mosè (lo abbiamo visto qui).

Ecco allora che la chiave di Davide sa collocare la radice di Davide nel suo habitat naturale che è la storia. Per questo è importante indagare essa, piucchè cercare nel sottobosco simbolico o teologico, capace solo di produrre ipotesi, quando poi la verità s’insinua in profondità nella storia.

Essa ci offre le sue pause, cioè i suoi punti fermi (date assolute) che però non danno sempre ristoro. Una di queste è certamente il 537/538 a.C. anno universalmente riconosciuto dagli storici come anno della fine dell’esilio e dell’editto di Ciro, tanto che pure la Watch Tower, solitamente bastian contrario, lo assume, rendendo così pacifico universalmente il fatto.

Solo io -credo, sorridendo, di essere assolutamente l’unico- immagina un editto in realtà di Artaserse nel 447/448 a.C. come fine dell’esilio e di argomenti a suffragio della mia tesi ne ho portati, se non altri due che fanno scivolare inesorabilmente l’asse cronologico verso il basso:

Il primo è la datazione della costruzione della porta superiore del tempio avvenuta con Jotam, opera da me datata nel 668 a.C., cosa che ovviamente costringe a una revisione dell’intera cronologia dei Re e conseguentemente dell’esilio e della sua fine.

La seconda è la sorprendente lettura ghematrica dell’oracolo dell’Emmanuele che conduce dritti al 644 a.C. primo anno di regno di Ezechia, cioè uno dei soli due protagonisti del parto della…Vergine o ragazza poco importa, perchè è fondamentale solo capire che se nel 644 a.C. Ezechia comincia a regnare, come può l’esilio essere datato nel 586 a.C. e conseguentemente finire nel 537/538 a.C?

Ma lo ripeto: sono solo due esempi riportati per farla breve e per giungere quanto prima al sodo.

Parlavamo del 537/538 a.C. come data assoluta indicante l’anno dell’editto di Ciro, ma è anche interessante indagare con la ghematria quelle due cifre, le quali potrebbero dirci qualcosa in più. Ed è così.

Il 537 accomuna, ghematricamente, la radice di Davide alle porte degli inferi (πύλη ᾅδης) ; mentre il 538 (sulla scorta dell’esperienza maturata con la seconda persona della S.S Trinità, cioè Gesù, che dite, è troppo immaginare un’alfa di meno nel nome proprio del Suo carnefice?) conduce a Caifa (Καϊάφας) e qui sorgono i problemi, perchè se risulterebbero perfettamente allineati con i vangeli le porte degli inferi e Caifa, rimane difficile interpretare, alla luce di essi, la relazione con la radice di Davide. Vi dirò che io non ci sono riuscito, ma forse altri ci riusciranno ora che il caso è stato esposto.

Non penso che sia necessario spendere molte parole:

  • per Caifa è sufficiente leggere Gv 11,49 e comprendere chi sia.
  • per la la radice di Davide si, se ne dovrebbero spendere tante, ma poi l’evidenza riposa nella sua ghematria che conduce al 537 a.C.
  • mentre per le porte degli inferi effettivamente un discorso si può imbastire, perchè il contesto in cui quelle porte si collocano è uno dei più complessi e controversi che ci siano nei Vangeli, attribuendo a uno il primato che gli altri però non vogliono riconoscere.

Quelle porte davvero aprono alla  polemica feroce, perchè quel “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” (Mt 16,18) piace certamente a Pietro, ma vallo a dire, ad esempio, agli ortodossi, i quali in parte mi vedono d’accordo perchè se stiamo al contesto, il significato forse è chiaro, ma se analizziamo il versetto che riconosce a Pietro il ruolo di roccia, sorgono i dubbi.

Immaginate il dialogo e Gesù che pronuncia “Tu sei Pietro e su questa pietra…” non vi viene da chiedervi di quale pietra si parli? Quell’aggettivo dimostrativo non ci indica qualcosa di altro rispetto a Pietro e Gesù? Rileggete pure il passo e vi renderete conto che nel punto cruciale del capitolo Matteo diviene stranamente vago, impreciso perchè un conto è dire “Tu sei Pietro e sulla tua pietra edificherò la mia chiesa”; un altro è dire “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa”. Nel secondo caso, lo ripeto, non si capisce di quale pietra si parli.

Ecco allora che dovremmo impugnare l’originale greco che riporto

εἶ Πέτρος, καὶ ἐπὶ ταύτῃ τῇ πέτρᾳ οἰκοδομήσω μου τὴν ἐκκλησίαν, καὶ πύλαι ᾅδου οὐ κατισχύσουσιν αὐτῆς·

Adesso è importante sapere che καὶ ha anche un valore avversativo, cioè può benissimo esser tradotto con “ma” e questo stravolge tutto il senso del versetto, perchè l’intera frase diviene “Tu sei Pietro, ma su questa pietra edificherò la mia chiesa”. Chi sia la pietra diviene allora evidente: è Gesù e questo mi pare semplicemente ovvio anche alla luce dell’intera Scrittura che ci ha tramandato, ad esempio, un Cristo “pietra angolare” (cfr. Mt 21,42; Mc 12,10; Lc 20,17; At 4,11; Ef 2,20; 1P 2,6; 1P 2,7)

Non so se tutto questo possa in qualche modo aiutare a risolvere quella strana e pericolosa relazione tra porte degli inferi; Caifa e radice di Davide, di certo colloca il tutto in un contesto già complicato per conto suo. Non mi rimane che augurarvi buon lavoro.

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