Una scomoda eredità

I lettori certamente non sapranno che diversi anni fa mi dilettavo scrivendo racconti, tanto che nel cassetto ho una raccolta di 150 pagine. Alcuni di essi credo mi siano riusciti benino, ma non saprei classificare quello che sto per proporvi.

Mi rendo conto che esso rappresenta una parentesi mal conciliabile con il contenuto del blog, tuttavia chi saprà leggere tra le righe qualche attinenza la troverà, perchè credo che abbia descritto lo scenario che mi pare si stia delineando, sebbene il racconto sia ambientato in una Firenze che ben conoscevo, quella della nuova feudalità medicea, oggetto di una tesi scritta, consegnata e mai discussa, sebbene il 110 e lode e pubblicazione  promessomi.

Tranquilli: è un raccontino che ha la pretesa di essere comico, per cui tutto è fuorchè pesante e lungo. Tra l’altro, avendo poca importanza, l’ho letto una sola volta di nuovo per eliminare i possibili refusi, di cui chiedo sin da ora scusa.

Rimanete però liberi, avendovi informati prima, di leggere o meno, anche perchè subito dopo, tempo permettendo, riprenderemo il nostro cammino con un altro post dedicato alla cronologia biblica e alla ghematria.

UNA SCOMODA EREDITÀ

C’era una volta in una bellissima città, che viveva gli anni del suo massimo splendore destinato a essere ricordato nei secoli, un palazzo stupendo, sicuramente il più bello fra i tanti palazzi sorti entro le antiche mura. Ci abitava una ricchissima signorina che faceva parte della classe sociale dei nuovi ricchi, sorta grazie all’intraprendenza e i commerci.

Il fatto di non poter vantare nobili origini non costituiva un problema per lei, come per nessuno della sua classe, poiché era stata fatta quasi tabula rasa della classe nobiliare con una serie di leggi eversive che avevano cambiato profondamente il tessuto sociale.

Brava signorina, non c’era dubbio: perfettamente inserita, rispettata e talvolta anche ammirata, specie quando, senza guardare a spese, addobbava il suo splendido palazzo in onore di qualche festa religiosa o civile. Non era certo un gran sacrificio giacché il palazzo gli era stato lasciato dal padre in eredità, oltre a una vera e propria fortuna.

Tuttavia il bellissimo e sorridente volto con cui il destino aveva salutato il suo ingresso nella vita era -se così si può dire- deturpato da un piccolissimo neo di nome Gigi, che nella vita si era dovuto sempre accontentare invece della benevola accoglienza fatta dal padre della ricca signorina.

Il padre aveva nutrito nei confronti di Gigi un rispetto tale che qualcuno giudicava quasi riconoscenza. Il motivo era ed è rimasto ignoto. Alcuni avevano azzardato l’ipotesi che fosse il suo fratellastro; altri che fosse un talismano portafortuna; altri ancora che gli avesse salvato la vita durante uno dei suoi numerosi viaggi oltralpe.

Fatto sta non si seppe mai perché avesse lasciato espressamente scritto che dopo la sua morte tutto il suo patrimonio passasse alla figlia, tranne una stanzina al pianoterra del palazzo, dove Gigi il rigattiere stipava, perché no, la sua di fortuna. Direte voi: “E allora? Dov’è il problema?” Il problema è che, sebbene i magnati fossero stati cacciati dalla realtà, il loro spirito aleggiava negli animi dei nuovi ricchi.

La vanità, insomma, non si sconfigge con le leggi. E la signorina Serbelloni ne aveva tantina o, meglio, tanta quanta ne serve per trasformare il semplice nome e cognome di battesimo e in un interminabile sfilza di secondi e terzi nomi . Infatti aveva deciso, dopo la morte del padre di chiamarsi Maria Cristina, Lucrezia, Filomena, Ludovica Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare.

In pubblico, però, non si faceva certo chiamare così, ma nella targa all’ingresso del palazzo non aveva potuto fare a meno di scrivere tutto e in bello stile. Di nuovo direte voi: “E allora, che c’è di male?” C’è che il padre lasciando quell’unica stanzetta al rigattiere aveva giocato di fino, vincolando il testamento, pena la nullità, con una clausola che prevedeva non solo la coabitazione forzata, ma anche un unico indirizzo, cioè un’unica targa.

E così sotto a Maria, Cristina Lucrezia, Filomena, Ludovica, Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare si leggeva un laconico Gigi. Scenetta questa che non era certamente sfuggita alla sagacia del padre, che conosceva assai bene la figlia e, più in generale, lo scalpitare della ricca gioventù di città, attratta proprio da ciò che i loro avi avevano detestato: il fascino e il potere della nobiltà.

I molti che si erano recati al capezzale del vecchio morente, se ne erano tornati a casa sconcertati dalle sommesse risa del vecchio Serbelloni, il quale pochi istanti prima di morire, in un accesso di risa, aveva addirittura sputacchiato nell’orecchio del confessore, riuscendo a dire solamente e con un filo di voce: «Lei l’aspetti parroco; stia a vede’ che succede». Il parroco non dormì per una notte intera al pensiero che il vecchio avesse giocato qualche brutto scherzo alla signorina Serbelloni, persona di cui si poteva dire solo bene e religiosissima.

Il giorno dell’apertura del testamento, però, ogni timore fu fugato e la signorina Serbelloni non fece nessuna storia riguardo alla coabitazione forzata. Anzi era contenta. Fu il passare dei mesi a svelare il terribile scherzo paterno. Infatti non fu certamente il lavoro che svolgeva Gigi il rigattiere, né la sua povertà o la sua stessa presenza a creare quel che di lì a poco turbò la quiete della città stessa , ma, semmai, quell’assurda disparità di nome.

Fin dalle prime feste, date con pompa magna, gli invitati, pur facendo sinceri complimenti alla padrona di casa, non potevano fare a meno di chiedere chi fosse quel Gigi che s’insinuava nell’interminabile sfilza di primi secondi e terzi nomi che la signorina Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare si era data dopo la morte del padre.

La signorina, inizialmente, rispondeva con garbo, raccontando la vicenda del testamento, ma poi, di festa in festa, cominciò a essere rosa da quel tarlo scomodo di nome vanità ed entrò nel vortice della competizione, dando feste sempre più belle nel tentativo di oscurare, pensa un po’, uno di nome Gigi.

Ma niente, quel nome, implacabile come una mannaia, gli calava sull’amor proprio. Infatti, a ogni festa c’era sempre qualcuno che chiedeva: “Chi è Gigi?”. E questo accadde anche durante una cena luculliana, in uno dei pochi momenti di silenzio. E quella fu la volta che sputò tutto sul piatto e in parte sulla tovaglia. Si giustificò dicendo che gli era andato qualcosa di traverso, e noi sappiamo cosa! Ma è quello che accadde in seguito che ha dell’incredibile. Come ho detto in precedenza, con le leggi anti-magnati, i nobili furono espulsi dalla res pubblica, ma non eliminati fisicamente. I più se ne erano andati proprio, e i pochi che erano rimasti raramente scendevano in città. Tra questi ce n’era uno che, invece di vivere il famoso splendido isolamento, aveva accettato la nuova situazione economica, politica e culturale .

Era un signore di mezza età, calvo e con una barba che seguiva il profilo del volto. Tarchiato e grassottello passava le sue poche giornate libere da impegni proprio in città, fermandosi a parlare con tutti gli artigiani e commercianti, prendendo così ogni tipo d’informazione. Frugale nei pasti, si può dire che si nutrisse di novità, che ingurgitava avido assieme a qualche bicchier di vino di qualche osteria, dove di buon grado giocava a dadi o a carte con chi era disponibile. Un uomo semplice, insomma, nonostante che la sua famiglia vantasse ascendenti nel patriziato romano. Ma ciò non gli si poteva attribuire confondendosi, come accadeva, tra la folla. Inoltre non aveva gli svaghi tipici dei nobili, ma anche lui, come ispirava la città, si dedicava all’arte: era un po’ falegname, un po’ fabbro, un po’ ceramista e un pizzico pure poeta.

Non aveva moglie, né molti soldi, ma era considerato il miglior partito della città e oltre, per via del titolo di marchese che lo inseriva all’interno di quella ristretta cerchia che forma quella che oggi diremmo essere l’aristocrazia nera. Aveva ricevuto offerte di matrimonio provenienti anche da regni d’oltralpe. Ma dopo il primo abboccamento c’era sempre stata qualcosa che gli aveva fatto dire di no. Troppe erano le cose a cui avrebbe dovuto rinunciare e la mano offerta non le conteneva tutte.

Anche la nostra Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, che come abbiamo detto era una signorina, gli aveva messo gli occhi addosso e, pur non vantando alcun titolo, si faceva forte dei quattrini, tanti, veramente tanti.

La prima volta che s’incontrarono fu nella piazza principale durante il Palio di S. Giovanni, in una splendida giornata estiva. Fu un colloquio veloce, quanto basta per un invito alla sua prossima festa.

Il marchese fu costretto a parteciparvi, avendo declinato tutti gli inviti ricevuti durante la settimana con qualche scusa. Stavolta, però, non riuscì a trovare scuse adeguate e disse di sì con estrema gentilezza e con quella voce che coniugava magnificamente la semplicità delle parole con l’innato accento nobiliare.

La cadenza del suo parlare, infatti era morbida e calma, tanto che le sue parole uscivano come sfere perfette dalle sue labbra; e forse per questo motivo tutti, dal ricco al povero, erano contenti di fermarsi a fare due chiacchiere con lui.

La festa a cui il marchese era stato invitato dalla Serbelloni era in realtà una cena. Vennero ospiti da tutta Italia e vi partecipò anche qualche nobile straniero di passaggio. Inutile parlare dei piatti che furono preparati: c’era di tutto da tutto il mondo conosciuto e oltre, perchè quella era l’occasione che la contessa non poteva lasciarsi scappare: con quella cena voleva chiaramente dare a intendere al marchese che non aveva titoli, ma se ne poteva comprare e mantenere uno  alla grande! Per cui basta un pizzico di fantasia per capire, ad esempio, che cosa non fu capace di mettere in tavola.

Il nobiluomo giunse con po’ d’anticipo, pur avendo lasciato a malincuore un intarsio che gli aveva procurato più di un grattacapo. Aveva percorso quasi tutta la città a piedi e giunto al palazzo fu attratto dalla lucina fioca che usciva dalla stanzetta di Gigi. Il rigattiere era tutto preso dall’inventario: controllava ogni pezzo e ogni prezzo che all’occorrenza cambiava: se era molto che non lo vendeva diminuiva la cifra, mentre se di quell’articolo c’era stata richiesta lo aumentava.

In quel momento era alle prese con un manico di picca. Lo stava guardando incerto perché essendo scheggiato malamente non poteva servire più come tale: “Ma- disse- è buono come manico di scopa, lo venderò a un soldino!” e canticchiò una filastrocca sui soldini che sarebbero ristorato le sue misere tasche.

Il nobiluomo lo guardava non come si potrebbe pensare, cioè con compassione. Lo abbiamo già detto, non era tipo da perdersi in certi argomenti o pensieri. Al contrario, vedeva in lui uno che nutriva la sua stessa passione per l’artigianato, sebbene coltivata diversamente.

Il marchese avrebbe voluto fermarsi a parlare, ma il tempo stringeva e gli sembrava oltremodo scortese giungere in ritardo. Lo lasciò al suo lavoro promettendosi di venirlo a trovare forse l’indomani stesso. Intanto si accontentò dell’indirizzo: “Gigi, palazzo Serbelloni” memorizzò salendo le scale illuminate da torce multicolori che davano l’impressione di entrare in un altro mondo dopo la fioca lucina che avvolgeva Gigi.

Qui, per giungere subito al sodo, lascio il lettore sbizzarrirsi immaginando gli arredi, le persone, la cena e gli argomenti della stessa. La Serbelloni, dal canto suo, si aspettava la domanda che la mandava in bestia, cioè :«Chi è Gigi?» ma stavolta non ci fu. Nessuno, infatti, gli rivolse contro quella splendida cena, per cui leggera come una farfalla volò verso il momento più atteso: il gran ballo.

Lo attendeva perché poteva avvicinare quello che considerava il suo futuro marito, tanto era sicura di farcela. Voleva ingaggiarlo in un corpo a corpo da cui, era certa, ne sarebbe uscito con le ossa rotte. Gli invitati si disposero su due file contrapposte: donne da una parte uomini dall’altra; sarebbe stata la musica a unirli con arco voltaico di note.

Iniziarono le danze e il marchese sfoggiò una buona abilità, o meglio un’abilità sufficiente a non sfigurare. Ma nonostante tutto quello sfarzo non poteva fare a meno di pensare a Gigi: quella sua lucina fioca, fioca, la sua filastrocca e il manico di picca gli danzavano nella mente più delle note della musica. Pensava a questo, ma non dimenticava di rivolgere cortesi sorrisi alla padrona di casa. Quando furono vicini il suo sorriso si fece ancora più garbato e disse continuando a ballare: “Mi scusi… “

“Certo, mi dica marchese” disse la Serbelloni. Poi la danza li allontanò.

Al secondo giro il signore aggiunse:” Posso chiederle…”

“Tutto quello che vuole mio caro” replicò facendo gli occhioni dolci, dolci sicura che la domanda avesse per oggetto un anello di fidanzamento. E poi di nuovo via con il ballo fino a che giunse il punto interrogativo finale: “Chi è Gigi?”. La Serbelloni cominciò a tremare cambiando più colori: dal rosa pallido al rosso pomodoro. Il suo corpo s’irrigidì, le mani si chiusero a pugno e crollò a terra in preda a una crisi isterica. Il povero marchese non sapeva più cosa fare né dove guardare.

” Signorina, ho chiesto solo chi è Gigi?!” disse costernato . Il pover’uomo guardava a destra e sinistra e, quasi urlando, si giustificava con gli altri invitati. La Serbelloni pareva indiavolata. Quella cena si era trasformava in girone dantesco, in cui un diavolo di nome Gigi infieriva sulla povera signorina per punirla chissà quali colpe. Quel nome proprio era un tridente feroce che penetrava senza tregua la carne della padrona di casa. E più le persone cercavano di far tacere il povero marchese, più lui pronunciava quel nome :”Gigi, Gigi” esasperando così tanto la Serbelloni che giunse a digrignare i denti e mordere chiunque si avvicinasse. Poi una decina di uomini e un frate, che colse subito l’occasione per dire che aveva ben sentito puzza di bruciato al terzo piatto di pernice, la portarono via di peso .

E’ inutile parlare sulla costernazione dell’ospite d’onore, che guardandosi attorno con le braccia aperte continuò per alcuni interminabili minuti a dire : «Gigi, ho detto solo Gigi, Gigi», per concentrarci invece sui fatti che seguirono. La Signorina si riprese, ma in malo modo, cioè decise che quella coabitazione doveva finire: o lei o Gigi. Cominciò a togliere la vecchia targa su consiglio del leguleio e sostituirla con una nuova in cui compariva solo il suo nome e cognome.

Per prendere ragione aveva pagato bene quello che noi potremmo chiamare l’avvocato, ma Gigi glielo disse chiaro: “Non le compete!” e sfoderando una copia del testamento di fronte al giudice civile ebbe ragione. La marchesa non si dette certo per vinta e oltre a cogliere ogni pretesto per toglierla di nuovo mise due paggi all’ingresso principale con il compito di annunciare agli ospiti e visitatori occasionali che quello era il palazzo di Maria Cristina, Lucrezia, Filomena, Ludovica Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare. 

La storia andò avanti così a lungo che dovettero intervenire le autorità perché l’auditore fiscale innumerevole volte non aveva potuto svolgere i suoi uffici. Sembra che del caso ne fu investita addirittura la Segreteria di stato. E pure lei la considerò una bella gatta da pelare. Il parere che espresse, proprio perché non sapeva che pesci prendere, fu che si facesse appello al popolo.

Si sarebbe indetta una gara dalla quale sarebbe uscita la targa che i cittadini preferivano. E qui a onor del vero bisogna dire che nonostante la decisione apparisse come presa dalla Segreteria, sembra però che sia uscita proprio dallo scrittoio del principe, sempre ben disposto a dare una mano e talvolta titoli alle famiglie più facoltose, desideroso com’era di circondarsi, al pari delle altre corti europee, di marchesi e duchi. E poco importa se ciò metteva a repentaglio il fragile mosaico del suo regno, nato proprio grazie alla rivolta contro i feudatari e signorotti locali, perché alla vanità, seppur spacciata per ragion di stato, non si comanda.

La Serbelloni pensava di aver già vinto, mentre il povero Gigi per notti pensò cosa fare. Se ne stava rintanato nella sua stanzina rimuginando il problema; un indirizzo alla sua aziendina ci voleva: “ndove trovano Gigi se non qui! Lo sanno tutti sanno che sto qui!” sbottò una notte insonne dando un calcio a una scarpa vecchia, che poi raccolse amorevolmente. “Io né vo via, né cambio indirizzo!» furono le sue ultime parole.

Intanto la contessa aveva commissionato una ceramica nella miglior bottega artigiana della città. E un cuor suo era convinta di aver già vinto. Quando giunse il giorno del verdetto sfoderò il suo umore migliore, convinta che quella gara altro non fosse che un esorcismo e che ciò l’avrebbe liberata da quel diavolaccio di nome Gigi, strada per altro già battuta quando era riuscita ad avvicinare l’esorcista più famoso della città il quale, vestito di tutto punto come vuole il rituale, si recò da Gigi e dopo le preghiere di rito gli intimò, in persona Christi, di rivelargli il nome e Gigi non ebbe esitazione:” Gigi, mi chiamo Gigi” rispose deciso.

Tutto il popolo e tutte le autorità si radunarono di fronte a palazzo Serbelloni-Gigi. Un velo di seta copriva la targa della contessa, mentre uno straccio, il migliore che il destino gli aveva messa disposizione, quella di Gigi.

La prima a scoprire l’opera fu la contessa. Era una ceramica stupenda che raffigurava una scena di caccia ed era arricchita da motivi floreali e piccoli accenni ai miti greci. Appena visibile fu accolta come un figlio atteso e bellissimo. Un: “Ohhhh…” si alzò corale verso il cielo insieme alla soddisfazione della contessa, che guardava Gigi come dal paradiso.

Gigi dal canto suo non aveva smaltito l’arrabbiatura delle sere precedenti. Anzi ,l’aver sciupato la miglior lamiera del negozio lo aveva spinto alla sua miglior grafia, tanto che quando mostrò il suo lavoro tutti si meravigliarono di come Gigi scrivesse . Niente di particolare aveva scritto, ma non avendo il becco di un quattrino si rifugiò nell’ironia:” Come la vien da i’ mare”aveva scritto” e la ci ritorna, Gigi!” anche il punto esclamativo ci mise.

Se prima c’era stato un :”ohhh…” lungo lungo, ora c’era una risata generale e un applauso caloroso. Due fazioni si erano formate e in fondo ce n’erano di motivi: chi amava l’arte non poteva che sostenere la Serbelloni; chi amava l’ironia non poteva che appoggiare Gigi. La faccenda, che aveva coinvolto il popolo, aveva finito per dividerlo trasversalmente. La faccenda tornò di nuovo sul tavolo della Segreteria che non riuscì a risolvere quell’imprevedibile ex equo. Perciò decise che tutto doveva rimanere come prima e che il testamento fosse rispettato alla lettera.

Maria Cristina, Lucrezia, Filomena, Ludovica Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare dette su tutte le furie. Gridò allo scandalo e prese a male parole il ceramista. Ma non ci fu nulla da fare: con un motuproprio del principe la faccenda fu cassata. 

Maria, Cristina Lucrezia, Filomena, Ludovica, Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare , come i magnati prima di lei, se ne andò dopo aver venduto il palazzo a un conte a cui la presenza del rigattiere non disturbava affatto. Il popolino, rappresentato da un diavolaccio di nome Gigi, aveva di nuovo cacciato, temporaneamente e legge alla mano, quella che di lì a poco sarebbe divenuta la nuova feudalità.

Gigi, invece, non solo continuò il suo lavoro di rigattiere, ma si fece un nuovo amico: il marchese fu visto più volte attardarsi in quella stanzetta illuminata fiocamente di cui Gigi era divenuto il padrone indiscusso. Ciò che li univa non erano certamente i soldi, le amicizie o i titoli, ma quella strana simpatia che a volte nasce tra realtà opposte, ma profondamente rispettose l’una dell’altra.

Diversa sorte è toccata al palazzo: alcuni a tutt’oggi lo chiamano palazzo Serbelloni; altri palazzo di Gigi non essendosi mai sanata nel popolo la frattura creata con quella gara pubblica vinta dall’ostinazione di un umilissimo rigattiere e persa , in fondo, per un eccesso d’amor proprio, che molti sinteticamente chiamano vanità.

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