Lazarus, dead or alive?

bigIl capitolo 11 di Giovanni ci parla, cara amica Sardi, della resurrezione e della vita, sebbene l’episodio descritto raggiunga il suo climax con la morte che colpisce gli affetti di tutti, compreso quelli di Gesù. E’ un capitolo che insegna a chiunque, in particolare nel quotidiano; ma è anche un capitolo che certamente apre all’universale, parlandoci di ciò che inevitabilmente costituisce il dramma o la gioia di ogni esistenza.

La morte, cara amica Sardi, è ciò che tu vivi, perchè dalla tua lettera risulta chiaro:” Ti si crede viva, ma sei morta” Ti chiedi perchè? Indubbiamente la morte a cui si riferisce l’apostolo è una morte spirituale, una fede che, seppur ostentata, non è, appunto, vissuta perchè in realtà morta.

Cos’è allora ciò che l’ha uccisa? Quando, in realtà, siamo morti alla fede? O cos’è una fede viva? Ce lo dice Lazzaro che, perdonami la battuta, di morte se ne intende avendola sperimentata, dando così a noi l’occasione di comprenderla.

Ricorda però che questo blog, cioè la cronologia che esso propone, si caratterizza per avere ricostruito l’albero della vita , quella eterna, della fede; mentre la cronologia millantata come scientifica ha aperto le porte al mito, cioè a qualcosa di completamente disancorato da qualsiasi contesto storico e cronologico, cosa che rende Gesù un enigma storico.

Ma lasciamo parlare Lazzaro di Betania (Βητανίας come riporta Giovanni Crisostomo nella seconda omelia dedicata a Lazzaro), lui sì che ha voce in capitolo tanto da dirci, con la sua metafora, cosa sia la morte, la morte della fede.

E’ di nuovo la ghematria che ci aiuta, perchè la somma di Λάζαρος e Βητανίας (se hanno massacrato Gesù, vuoi che si siano fermati di fronte agli abitanti di un villaggio?) è 593 e dunque ci troviamo a parlare del 593 a.C. esattamente il quinto anno della deportazione di Ezechiele, stando alla cronologia ufficiale che  calcola la prima deportazione nel 598 a.C.

Avrai già capito che, come ho sempre detto, quella cronologia uccide, uccide la fede rendendo prima ciechi. Non è un caso, vedi, che la cronologia di questo blog ci parli dell’albero della vita mostrandolo in tutto il suo vigore; come non è un caso, allora, che lo stesso apostolo ci descriva cosa sia la morte in tutto il suo dramma perchè ha colpito l’amicizia, l’amicizia con Dio.

Ti si crede viva, ma sei morta, carissima Sardi e adesso sai perchè: non s’inganna Dio come s’ingannano gli uomini: con la cronologia che hai credi nel mito e questo ti ha uccisa. Tuttavia -e non a caso, non a caso- in Sardi alcuni (Robert Newton) non hanno macchiato le lor vesti, cioè seppur morti sono ancora vivi, perchè viva è la loro testimonianza della Verità e ancora non si è spenta l’eco della loro denuncia contro la truffa assassina messa in piedi e tenuta in vita da Tolomeo e i suoi accoliti.

“Io sono la resurrezione e la vita” dice Gesù. Mi pare che la strada sia segnata per i Lazzaro di ieri e di oggi, per coloro i quali anche Cristo piange , quando per la Sua sorte si è limitato a sudare sangue.

Ciao carissima.

Giovanni, ma per gli amici psychiatricred

Βηθλέεμ, il Messia e le sue origini

gesuIl post che sto per proporvi avrebbe più chiavi di lettura, ma lasceremo il lettore libero di sceglierne e aggiungerne delle proprie, certi che il consiglio evangelico sia ancora valido: un po’ di lievito fa fermentare tutta la massa, perchè quella massa, cioè quei lettori,è intelligente e preparata, per cui le parole o il lievito debbono essere poche.

Nei post precedenti ci siamo intrattenuti a lungo sulla ghematria di Giuda, Nazaret e Gerusalemme nel loro greco neo-testamentario ed è con essi che sono emerse confermate le due nature di Gesù Cristo: quella umana e quella divina.

Abbiamo inoltre visto che la natura umana nasce e si sviluppa nel ragazzo di Nazaret grazie alla ghematria dei luoghi, cioè Nazaret, appunto, e Galilea. Ma dove trova origine quella divina? Dove nasce e si sviluppa? La ghematria può di nuovo aiutarci? Io credo che si possa dare risposta a tutti i quesiti se consideriamo il luogo e il patronimico o l’appellativo di Gesù, cioè Betlemme e discendente di Davide (Gv. 7,42).

La somma di Βηθλέεμ e Δαυίδ dà un totale di 518 che se inserito nella cronologia dei Re (di un re stiamo parlando) esso corrisponde al 518 a.C., anno giubilare secondo i nostri calcoli, ma non solo se si prende in considerazione la profezia messianica per eccellenza, cioè le 70 settimane di Daniele.

Noi siamo obbligati alla messianicità perchè vogliamo occuparci e, se possibile, dare ragione delle origini regali, messianiche di Cristo. Bene, allora facciamolo dicendo subito che il 518/517 a.C. fu l’anno in cui, secondo noi, Giuda fu condotta in esilio. La calata di Nabucodonosor contro Gerusalemme proprio in quegli anni che vedevano sul trono Ioiachim, lo conferma, tanto che pure il deuteronomista in 2Re 24,13 scrive che in quell’invasione si compirono le parole del Signore pronunciate per bocca dei suoi profeti

I 70 anni di esilio iniziarono dunque nel 518/517 a.C. e terminarono 70 anni dopo, tant’è vero che anche Ezechiele così calcola, perchè dalla caduta di Samaria, che noi collochiamo nel 638 a.C., il profeta calcola 190 anni di esilio, per cui la sua fine, alla stregua dei 70 anni di Giuda, avvenne nel 448 a.C. e tale anno lo avremmo pure se togliessimo 70 anni al 518 a.C.

Dunque abbiamo due profezie che avvalorano la nostra ricostruzione cronologica, la quale ha individuato sì il 448 a.C. (tra l’altro 448 è la ghematria di Ἀντιπᾶς il fedele testimone di Ap 2,13)  come anno della fine dell’esilio, ma al contempo ha tracciato il termine a quo per la profezia delle 70 settimane, la quale prese l’avvio nel 448 a.C.

Tale profezia ci dice che da quel momento all’uccisione del messia passano 69 settimane, cioè 483 anni, per cui essa vide la sua realizzazione nel 35 a.C., anno che secondo la nostra cronologia fu quello della crocefissione e dunque l’anno in cui, sempre stando alla profezia, si stabilì una giustizia eterna, prerogativa questa del  messia e non di un sacerdote per quanto santo (Onia III, come sciaguratamente indicano).

Ecco allora che quel 518 a.C. individuato dalla lettura ghematrica di Βηθλέεμ e Δαυίδ ci conduce alla profezia, ma non una qualsiasi perchè se Betlemme ci parla del Messia, Egli deve per forza collocarsi nella Sua profezia, cioè in Daniele. E così è, perchè quel 518 a.C. fu la causa di quella stessa profezia, tanto che senza quell’anno non potremmo mai calcolare le 70 settimane, mancando tutto il contesto cronologico che spiega l’esilio.

E’ di nuovo Giovanni che disvela la teologia del Cristo, quando in un unico versetto ci parla di Betlemme e della discendenza davidica del Cristo; è di nuovo lui che sa perfettamente coniugare la prosa della storia con i vertici della teologia cristologica.

Dette le cose importanti lasciate che aggiunga informazioni alla buona. La prima riguarda il regno di Ioiachim  che il cronista ci ha consegnato come ebbro di sangue (2Re 24,4) e questo richiama certamente la strage degli innocenti.

La seconda riguarda uno strano calcolo che è possibile fare considerando gli anni che separano il 518 a.C. giubilare al 32 d.C. altrettanto giubilare e anno che segnò l’avvento di quello stesso Messia di cui stiamo parlando , cioè Gesù ormai fatto uomo che inizia il suo ministero.

Tali anni furono 550, quando il 550 a.C. lo abbiamo già incontrato parlando dell’ottavo anno di regno di Giosia che “era ancora un ragazzo”. Quel 550 nasceva dalla lettura ghematrica di Ναζαρέτ + Γαλιλαία, mentre adesso emerge, anche se non i maniera evidente, dalla lettura ghematrica di Βηθλέεμ+Δαυίδ quasi a volerci parlare del bambino Gesù, del Cristo di Betlemme, di colui che i magi vennero per adorare.

Una scomoda eredità

I lettori certamente non sapranno che diversi anni fa mi dilettavo scrivendo racconti, tanto che nel cassetto ho una raccolta di 150 pagine. Alcuni di essi credo mi siano riusciti benino, ma non saprei classificare quello che sto per proporvi.

Mi rendo conto che esso rappresenta una parentesi mal conciliabile con il contenuto del blog, tuttavia chi saprà leggere tra le righe qualche attinenza la troverà, perchè credo che abbia descritto lo scenario che mi pare si stia delineando, sebbene il racconto sia ambientato in una Firenze che ben conoscevo, quella della nuova feudalità medicea, oggetto di una tesi scritta, consegnata e mai discussa, sebbene il 110 e lode e pubblicazione  promessomi.

Tranquilli: è un raccontino che ha la pretesa di essere comico, per cui tutto è fuorchè pesante e lungo. Tra l’altro, avendo poca importanza, l’ho letto una sola volta di nuovo per eliminare i possibili refusi, di cui chiedo sin da ora scusa.

Rimanete però liberi, avendovi informati prima, di leggere o meno, anche perchè subito dopo, tempo permettendo, riprenderemo il nostro cammino con un altro post dedicato alla cronologia biblica e alla ghematria.

UNA SCOMODA EREDITÀ

C’era una volta in una bellissima città, che viveva gli anni del suo massimo splendore destinato a essere ricordato nei secoli, un palazzo stupendo, sicuramente il più bello fra i tanti palazzi sorti entro le antiche mura. Ci abitava una ricchissima signorina che faceva parte della classe sociale dei nuovi ricchi, sorta grazie all’intraprendenza e i commerci.

Il fatto di non poter vantare nobili origini non costituiva un problema per lei, come per nessuno della sua classe, poiché era stata fatta quasi tabula rasa della classe nobiliare con una serie di leggi eversive che avevano cambiato profondamente il tessuto sociale.

Brava signorina, non c’era dubbio: perfettamente inserita, rispettata e talvolta anche ammirata, specie quando, senza guardare a spese, addobbava il suo splendido palazzo in onore di qualche festa religiosa o civile. Non era certo un gran sacrificio giacché il palazzo gli era stato lasciato dal padre in eredità, oltre a una vera e propria fortuna.

Tuttavia il bellissimo e sorridente volto con cui il destino aveva salutato il suo ingresso nella vita era -se così si può dire- deturpato da un piccolissimo neo di nome Gigi, che nella vita si era dovuto sempre accontentare invece della benevola accoglienza fatta dal padre della ricca signorina.

Il padre aveva nutrito nei confronti di Gigi un rispetto tale che qualcuno giudicava quasi riconoscenza. Il motivo era ed è rimasto ignoto. Alcuni avevano azzardato l’ipotesi che fosse il suo fratellastro; altri che fosse un talismano portafortuna; altri ancora che gli avesse salvato la vita durante uno dei suoi numerosi viaggi oltralpe.

Fatto sta non si seppe mai perché avesse lasciato espressamente scritto che dopo la sua morte tutto il suo patrimonio passasse alla figlia, tranne una stanzina al pianoterra del palazzo, dove Gigi il rigattiere stipava, perché no, la sua di fortuna. Direte voi: “E allora? Dov’è il problema?” Il problema è che, sebbene i magnati fossero stati cacciati dalla realtà, il loro spirito aleggiava negli animi dei nuovi ricchi.

La vanità, insomma, non si sconfigge con le leggi. E la signorina Serbelloni ne aveva tantina o, meglio, tanta quanta ne serve per trasformare il semplice nome e cognome di battesimo e in un interminabile sfilza di secondi e terzi nomi . Infatti aveva deciso, dopo la morte del padre di chiamarsi Maria Cristina, Lucrezia, Filomena, Ludovica Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare.

In pubblico, però, non si faceva certo chiamare così, ma nella targa all’ingresso del palazzo non aveva potuto fare a meno di scrivere tutto e in bello stile. Di nuovo direte voi: “E allora, che c’è di male?” C’è che il padre lasciando quell’unica stanzetta al rigattiere aveva giocato di fino, vincolando il testamento, pena la nullità, con una clausola che prevedeva non solo la coabitazione forzata, ma anche un unico indirizzo, cioè un’unica targa.

E così sotto a Maria, Cristina Lucrezia, Filomena, Ludovica, Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare si leggeva un laconico Gigi. Scenetta questa che non era certamente sfuggita alla sagacia del padre, che conosceva assai bene la figlia e, più in generale, lo scalpitare della ricca gioventù di città, attratta proprio da ciò che i loro avi avevano detestato: il fascino e il potere della nobiltà.

I molti che si erano recati al capezzale del vecchio morente, se ne erano tornati a casa sconcertati dalle sommesse risa del vecchio Serbelloni, il quale pochi istanti prima di morire, in un accesso di risa, aveva addirittura sputacchiato nell’orecchio del confessore, riuscendo a dire solamente e con un filo di voce: «Lei l’aspetti parroco; stia a vede’ che succede». Il parroco non dormì per una notte intera al pensiero che il vecchio avesse giocato qualche brutto scherzo alla signorina Serbelloni, persona di cui si poteva dire solo bene e religiosissima.

Il giorno dell’apertura del testamento, però, ogni timore fu fugato e la signorina Serbelloni non fece nessuna storia riguardo alla coabitazione forzata. Anzi era contenta. Fu il passare dei mesi a svelare il terribile scherzo paterno. Infatti non fu certamente il lavoro che svolgeva Gigi il rigattiere, né la sua povertà o la sua stessa presenza a creare quel che di lì a poco turbò la quiete della città stessa , ma, semmai, quell’assurda disparità di nome.

Fin dalle prime feste, date con pompa magna, gli invitati, pur facendo sinceri complimenti alla padrona di casa, non potevano fare a meno di chiedere chi fosse quel Gigi che s’insinuava nell’interminabile sfilza di primi secondi e terzi nomi che la signorina Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare si era data dopo la morte del padre.

La signorina, inizialmente, rispondeva con garbo, raccontando la vicenda del testamento, ma poi, di festa in festa, cominciò a essere rosa da quel tarlo scomodo di nome vanità ed entrò nel vortice della competizione, dando feste sempre più belle nel tentativo di oscurare, pensa un po’, uno di nome Gigi.

Ma niente, quel nome, implacabile come una mannaia, gli calava sull’amor proprio. Infatti, a ogni festa c’era sempre qualcuno che chiedeva: “Chi è Gigi?”. E questo accadde anche durante una cena luculliana, in uno dei pochi momenti di silenzio. E quella fu la volta che sputò tutto sul piatto e in parte sulla tovaglia. Si giustificò dicendo che gli era andato qualcosa di traverso, e noi sappiamo cosa! Ma è quello che accadde in seguito che ha dell’incredibile. Come ho detto in precedenza, con le leggi anti-magnati, i nobili furono espulsi dalla res pubblica, ma non eliminati fisicamente. I più se ne erano andati proprio, e i pochi che erano rimasti raramente scendevano in città. Tra questi ce n’era uno che, invece di vivere il famoso splendido isolamento, aveva accettato la nuova situazione economica, politica e culturale .

Era un signore di mezza età, calvo e con una barba che seguiva il profilo del volto. Tarchiato e grassottello passava le sue poche giornate libere da impegni proprio in città, fermandosi a parlare con tutti gli artigiani e commercianti, prendendo così ogni tipo d’informazione. Frugale nei pasti, si può dire che si nutrisse di novità, che ingurgitava avido assieme a qualche bicchier di vino di qualche osteria, dove di buon grado giocava a dadi o a carte con chi era disponibile. Un uomo semplice, insomma, nonostante che la sua famiglia vantasse ascendenti nel patriziato romano. Ma ciò non gli si poteva attribuire confondendosi, come accadeva, tra la folla. Inoltre non aveva gli svaghi tipici dei nobili, ma anche lui, come ispirava la città, si dedicava all’arte: era un po’ falegname, un po’ fabbro, un po’ ceramista e un pizzico pure poeta.

Non aveva moglie, né molti soldi, ma era considerato il miglior partito della città e oltre, per via del titolo di marchese che lo inseriva all’interno di quella ristretta cerchia che forma quella che oggi diremmo essere l’aristocrazia nera. Aveva ricevuto offerte di matrimonio provenienti anche da regni d’oltralpe. Ma dopo il primo abboccamento c’era sempre stata qualcosa che gli aveva fatto dire di no. Troppe erano le cose a cui avrebbe dovuto rinunciare e la mano offerta non le conteneva tutte.

Anche la nostra Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, che come abbiamo detto era una signorina, gli aveva messo gli occhi addosso e, pur non vantando alcun titolo, si faceva forte dei quattrini, tanti, veramente tanti.

La prima volta che s’incontrarono fu nella piazza principale durante il Palio di S. Giovanni, in una splendida giornata estiva. Fu un colloquio veloce, quanto basta per un invito alla sua prossima festa.

Il marchese fu costretto a parteciparvi, avendo declinato tutti gli inviti ricevuti durante la settimana con qualche scusa. Stavolta, però, non riuscì a trovare scuse adeguate e disse di sì con estrema gentilezza e con quella voce che coniugava magnificamente la semplicità delle parole con l’innato accento nobiliare.

La cadenza del suo parlare, infatti era morbida e calma, tanto che le sue parole uscivano come sfere perfette dalle sue labbra; e forse per questo motivo tutti, dal ricco al povero, erano contenti di fermarsi a fare due chiacchiere con lui.

La festa a cui il marchese era stato invitato dalla Serbelloni era in realtà una cena. Vennero ospiti da tutta Italia e vi partecipò anche qualche nobile straniero di passaggio. Inutile parlare dei piatti che furono preparati: c’era di tutto da tutto il mondo conosciuto e oltre, perchè quella era l’occasione che la contessa non poteva lasciarsi scappare: con quella cena voleva chiaramente dare a intendere al marchese che non aveva titoli, ma se ne poteva comprare e mantenere uno  alla grande! Per cui basta un pizzico di fantasia per capire, ad esempio, che cosa non fu capace di mettere in tavola.

Il nobiluomo giunse con po’ d’anticipo, pur avendo lasciato a malincuore un intarsio che gli aveva procurato più di un grattacapo. Aveva percorso quasi tutta la città a piedi e giunto al palazzo fu attratto dalla lucina fioca che usciva dalla stanzetta di Gigi. Il rigattiere era tutto preso dall’inventario: controllava ogni pezzo e ogni prezzo che all’occorrenza cambiava: se era molto che non lo vendeva diminuiva la cifra, mentre se di quell’articolo c’era stata richiesta lo aumentava.

In quel momento era alle prese con un manico di picca. Lo stava guardando incerto perché essendo scheggiato malamente non poteva servire più come tale: “Ma- disse- è buono come manico di scopa, lo venderò a un soldino!” e canticchiò una filastrocca sui soldini che sarebbero ristorato le sue misere tasche.

Il nobiluomo lo guardava non come si potrebbe pensare, cioè con compassione. Lo abbiamo già detto, non era tipo da perdersi in certi argomenti o pensieri. Al contrario, vedeva in lui uno che nutriva la sua stessa passione per l’artigianato, sebbene coltivata diversamente.

Il marchese avrebbe voluto fermarsi a parlare, ma il tempo stringeva e gli sembrava oltremodo scortese giungere in ritardo. Lo lasciò al suo lavoro promettendosi di venirlo a trovare forse l’indomani stesso. Intanto si accontentò dell’indirizzo: “Gigi, palazzo Serbelloni” memorizzò salendo le scale illuminate da torce multicolori che davano l’impressione di entrare in un altro mondo dopo la fioca lucina che avvolgeva Gigi.

Qui, per giungere subito al sodo, lascio il lettore sbizzarrirsi immaginando gli arredi, le persone, la cena e gli argomenti della stessa. La Serbelloni, dal canto suo, si aspettava la domanda che la mandava in bestia, cioè :«Chi è Gigi?» ma stavolta non ci fu. Nessuno, infatti, gli rivolse contro quella splendida cena, per cui leggera come una farfalla volò verso il momento più atteso: il gran ballo.

Lo attendeva perché poteva avvicinare quello che considerava il suo futuro marito, tanto era sicura di farcela. Voleva ingaggiarlo in un corpo a corpo da cui, era certa, ne sarebbe uscito con le ossa rotte. Gli invitati si disposero su due file contrapposte: donne da una parte uomini dall’altra; sarebbe stata la musica a unirli con arco voltaico di note.

Iniziarono le danze e il marchese sfoggiò una buona abilità, o meglio un’abilità sufficiente a non sfigurare. Ma nonostante tutto quello sfarzo non poteva fare a meno di pensare a Gigi: quella sua lucina fioca, fioca, la sua filastrocca e il manico di picca gli danzavano nella mente più delle note della musica. Pensava a questo, ma non dimenticava di rivolgere cortesi sorrisi alla padrona di casa. Quando furono vicini il suo sorriso si fece ancora più garbato e disse continuando a ballare: “Mi scusi… “

“Certo, mi dica marchese” disse la Serbelloni. Poi la danza li allontanò.

Al secondo giro il signore aggiunse:” Posso chiederle…”

“Tutto quello che vuole mio caro” replicò facendo gli occhioni dolci, dolci sicura che la domanda avesse per oggetto un anello di fidanzamento. E poi di nuovo via con il ballo fino a che giunse il punto interrogativo finale: “Chi è Gigi?”. La Serbelloni cominciò a tremare cambiando più colori: dal rosa pallido al rosso pomodoro. Il suo corpo s’irrigidì, le mani si chiusero a pugno e crollò a terra in preda a una crisi isterica. Il povero marchese non sapeva più cosa fare né dove guardare.

” Signorina, ho chiesto solo chi è Gigi?!” disse costernato . Il pover’uomo guardava a destra e sinistra e, quasi urlando, si giustificava con gli altri invitati. La Serbelloni pareva indiavolata. Quella cena si era trasformava in girone dantesco, in cui un diavolo di nome Gigi infieriva sulla povera signorina per punirla chissà quali colpe. Quel nome proprio era un tridente feroce che penetrava senza tregua la carne della padrona di casa. E più le persone cercavano di far tacere il povero marchese, più lui pronunciava quel nome :”Gigi, Gigi” esasperando così tanto la Serbelloni che giunse a digrignare i denti e mordere chiunque si avvicinasse. Poi una decina di uomini e un frate, che colse subito l’occasione per dire che aveva ben sentito puzza di bruciato al terzo piatto di pernice, la portarono via di peso .

E’ inutile parlare sulla costernazione dell’ospite d’onore, che guardandosi attorno con le braccia aperte continuò per alcuni interminabili minuti a dire : «Gigi, ho detto solo Gigi, Gigi», per concentrarci invece sui fatti che seguirono. La Signorina si riprese, ma in malo modo, cioè decise che quella coabitazione doveva finire: o lei o Gigi. Cominciò a togliere la vecchia targa su consiglio del leguleio e sostituirla con una nuova in cui compariva solo il suo nome e cognome.

Per prendere ragione aveva pagato bene quello che noi potremmo chiamare l’avvocato, ma Gigi glielo disse chiaro: “Non le compete!” e sfoderando una copia del testamento di fronte al giudice civile ebbe ragione. La marchesa non si dette certo per vinta e oltre a cogliere ogni pretesto per toglierla di nuovo mise due paggi all’ingresso principale con il compito di annunciare agli ospiti e visitatori occasionali che quello era il palazzo di Maria Cristina, Lucrezia, Filomena, Ludovica Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare. 

La storia andò avanti così a lungo che dovettero intervenire le autorità perché l’auditore fiscale innumerevole volte non aveva potuto svolgere i suoi uffici. Sembra che del caso ne fu investita addirittura la Segreteria di stato. E pure lei la considerò una bella gatta da pelare. Il parere che espresse, proprio perché non sapeva che pesci prendere, fu che si facesse appello al popolo.

Si sarebbe indetta una gara dalla quale sarebbe uscita la targa che i cittadini preferivano. E qui a onor del vero bisogna dire che nonostante la decisione apparisse come presa dalla Segreteria, sembra però che sia uscita proprio dallo scrittoio del principe, sempre ben disposto a dare una mano e talvolta titoli alle famiglie più facoltose, desideroso com’era di circondarsi, al pari delle altre corti europee, di marchesi e duchi. E poco importa se ciò metteva a repentaglio il fragile mosaico del suo regno, nato proprio grazie alla rivolta contro i feudatari e signorotti locali, perché alla vanità, seppur spacciata per ragion di stato, non si comanda.

La Serbelloni pensava di aver già vinto, mentre il povero Gigi per notti pensò cosa fare. Se ne stava rintanato nella sua stanzina rimuginando il problema; un indirizzo alla sua aziendina ci voleva: “ndove trovano Gigi se non qui! Lo sanno tutti sanno che sto qui!” sbottò una notte insonne dando un calcio a una scarpa vecchia, che poi raccolse amorevolmente. “Io né vo via, né cambio indirizzo!» furono le sue ultime parole.

Intanto la contessa aveva commissionato una ceramica nella miglior bottega artigiana della città. E un cuor suo era convinta di aver già vinto. Quando giunse il giorno del verdetto sfoderò il suo umore migliore, convinta che quella gara altro non fosse che un esorcismo e che ciò l’avrebbe liberata da quel diavolaccio di nome Gigi, strada per altro già battuta quando era riuscita ad avvicinare l’esorcista più famoso della città il quale, vestito di tutto punto come vuole il rituale, si recò da Gigi e dopo le preghiere di rito gli intimò, in persona Christi, di rivelargli il nome e Gigi non ebbe esitazione:” Gigi, mi chiamo Gigi” rispose deciso.

Tutto il popolo e tutte le autorità si radunarono di fronte a palazzo Serbelloni-Gigi. Un velo di seta copriva la targa della contessa, mentre uno straccio, il migliore che il destino gli aveva messa disposizione, quella di Gigi.

La prima a scoprire l’opera fu la contessa. Era una ceramica stupenda che raffigurava una scena di caccia ed era arricchita da motivi floreali e piccoli accenni ai miti greci. Appena visibile fu accolta come un figlio atteso e bellissimo. Un: “Ohhhh…” si alzò corale verso il cielo insieme alla soddisfazione della contessa, che guardava Gigi come dal paradiso.

Gigi dal canto suo non aveva smaltito l’arrabbiatura delle sere precedenti. Anzi ,l’aver sciupato la miglior lamiera del negozio lo aveva spinto alla sua miglior grafia, tanto che quando mostrò il suo lavoro tutti si meravigliarono di come Gigi scrivesse . Niente di particolare aveva scritto, ma non avendo il becco di un quattrino si rifugiò nell’ironia:” Come la vien da i’ mare”aveva scritto” e la ci ritorna, Gigi!” anche il punto esclamativo ci mise.

Se prima c’era stato un :”ohhh…” lungo lungo, ora c’era una risata generale e un applauso caloroso. Due fazioni si erano formate e in fondo ce n’erano di motivi: chi amava l’arte non poteva che sostenere la Serbelloni; chi amava l’ironia non poteva che appoggiare Gigi. La faccenda, che aveva coinvolto il popolo, aveva finito per dividerlo trasversalmente. La faccenda tornò di nuovo sul tavolo della Segreteria che non riuscì a risolvere quell’imprevedibile ex equo. Perciò decise che tutto doveva rimanere come prima e che il testamento fosse rispettato alla lettera.

Maria Cristina, Lucrezia, Filomena, Ludovica Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare dette su tutte le furie. Gridò allo scandalo e prese a male parole il ceramista. Ma non ci fu nulla da fare: con un motuproprio del principe la faccenda fu cassata. 

Maria, Cristina Lucrezia, Filomena, Ludovica, Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare , come i magnati prima di lei, se ne andò dopo aver venduto il palazzo a un conte a cui la presenza del rigattiere non disturbava affatto. Il popolino, rappresentato da un diavolaccio di nome Gigi, aveva di nuovo cacciato, temporaneamente e legge alla mano, quella che di lì a poco sarebbe divenuta la nuova feudalità.

Gigi, invece, non solo continuò il suo lavoro di rigattiere, ma si fece un nuovo amico: il marchese fu visto più volte attardarsi in quella stanzetta illuminata fiocamente di cui Gigi era divenuto il padrone indiscusso. Ciò che li univa non erano certamente i soldi, le amicizie o i titoli, ma quella strana simpatia che a volte nasce tra realtà opposte, ma profondamente rispettose l’una dell’altra.

Diversa sorte è toccata al palazzo: alcuni a tutt’oggi lo chiamano palazzo Serbelloni; altri palazzo di Gigi non essendosi mai sanata nel popolo la frattura creata con quella gara pubblica vinta dall’ostinazione di un umilissimo rigattiere e persa , in fondo, per un eccesso d’amor proprio, che molti sinteticamente chiamano vanità.

L’adolescenza dei re

galileaSebbene l’originalità del post consiglierebbe un taglio diverso, lo affronteremo per dare, alla sua conclusione, non tanto informazioni nuove, quanto per confermare quelle già riportate nei post precedenti dedicati a Giuda, Nazaret, Gerusalemme e la questione dei 6 mesi di approssimazione circa il totale degli anni di regno di Giuda..

In particolare abbiamo visto che l’ultimo post conduce, grazie a quello che sulle prime appariva come una semplice questione di approssimazione, alle due dimensioni di Gesù Cristo, cioè quella umana e quella divina, le quali emergono dalla lettura ghematrica di Ναζαρέτ (Nazaret) e Ἱεροσάλημα  (Gerusalemme).

Per praticità devo tralasciare gli aspetti particolari per concentrarmi sull’oggetto del post, certo che coloro che seguono il blog sapranno orientarsi (gli altri possono sempre aprire i rispettivi link). Due sono gli aspetti che considereremo: Nazaret, intesa come il luogo dell’infanzia nascosta di Gesù e il re Giosia i quali, come vedremo, strettamente connessi.

Il primo aspetto, già ampiamente dibattuto, sarà integrato alla luce dell’ubicazione geografica di Nazaret, cioè la Galilea. La nostra chiave di lettura sarà nuovamente la ghematria, in particolare la somma dei valori ghematrici di Ναζαρέτ e Γαλιλαία, presenti in Lc 1,26 e corretti con l’uso di Ναζαρέτ con la tau,  che dà un totale di 550 se sommiamo i termini, inteso come sempre 550 a.C.

Tale anno lo collocheremo in quello che costituisce, a nostro avviso, il paradigma ghematrico, cioè 1-2 Re e così individueremo l’ottavo anno di Giosia (2cro 34,23), anno tutto fuorchè anonimo perchè esso fu l’ottavo anno di regno di Giosia che 2Cro descrive, dando così a noi la possibilità di affrontare, poi, la seconda questione

Nell’anno ottavo del suo regno, era ancora un ragazzo, cominciò a ricercare il Dio di Davide suo padre.

Risulta subito evidente che l’anno ottavo del suo regno Giosia avesse un’età complessiva di 16 anni (iniziò a regnare a otto anni), tanto che il cronista scrive che era ancora un ragazzo, il cui destino era però segnato dal divenire l’ultimo re buono della dinastia davidica, perchè è con lui che si cercò di ristabilire il culto e si ritrovò il Rotolo della Legge.

Tutto questo ci serve -forse lo avete già capito- a descrivere la similitudine tra Gesù e Giosia emersa dal calcolo ghematrico di Ναζαρέτ + Γαλιλαία che appunto individua il 550 a.C., ottavo anno di Giosia.

L’adolescenza di Gesù e di Giosia appaiono così sullo stesso piano, perchè anche Nazaret di Galilea fu il luogo in cui Gesù si formò prima dell’età adulta. Quelli sono gli anni della vita nascosta di Nazaret, la quale però è possibile intuire, date le scarnissime notizie dei Vangeli, proprio esaminando quella di Giosia che a 16 anni”cominciò a cercare il Dio di Davide suo padre”, quando per il significato pieno del termine credo abbia voce in capitolo l’originale masoretico, non perdendo di vista  Lc 2,42 e il colloquio che Gesù dodicenne intrattenne con i dottori della legge.

Quello che insomma emerge sono i tratti salienti di un carattere e di una formazione avvenute a cavallo proprio degli anni adolescenziali che sfuggono alla cronaca dei Vangeli, ma forse non a quella del cronista, nè alla ghematria che ci conduce proprio ai suoi scritti.

Di certo, però, non sfugge che la lettura ghematrica di Ναζαρέτ  trovi non solo una precisa collocazione geografica che la integra, ma una conferma preziosa perchè l’adolescenza dell’uno e dell’altro sono quanto la ghematria mette in risalto, come mette in risalto che quel 464 a.C. non solo ci parli dell’uomo di Nazaret, ma anche del ragazzo, cioè di una storicità piena, come avevamo descritta nel post precedente dedicato ai 6 mesi che fecero l’uomo e Dio.

 

Quei sei mesi che fecero l’uomo e Dio

gesuNei due post immediatamente precedenti (1 e 2) ci siamo occupati, sollevando ex-novo la questione, dei 6 mesi che segnano la differenza nella durata del regno di Giuda. Delegando ad altri il compito di indagare a fondo il problema, non ce ne siamo però tirati fuori, tanto che crediamo di essere giunti alla soluzione.

Partiamo subito col dire che Giovanni in 1,45-46 usa Ναζαρέτ (Nazaret) con la tau e non con la theta e questo è semplicemente fondamentale, perchè il calcolo ghematrico è possibile solo con la sua dizione che ci conduce a un preciso 464 a.C., anno del calendario ricavato dalla ghematria del termine.

Non crediamo che l’apostolo ne abbia scelta una a caso di dizioni, ma siamo certi che abbia usato quella assolutamente esatta, tante che solo con Ναζαρέτ è possibile dare un senso ai 46 anni per la ricostruzione del tempio riportati in Gv. 2,20 i quali, se sottratti al 464 a.C., ci conducono allo storicissimo 418 a.C. come anno della dedicazione.

Con questo non vogliamo dire che gli altri Vangeli siano meno ispirati o precisi, anzi, capirete che anche essi hanno un suo importantissimo ruolo nell’argomento che affronteremo.

Infatti, se è chiaro questo, ben si comprende il Ναζαρέθ lucano, frutto evidentemente non della sciatteria di Luca, ma della falsificazione successiva, mirata a confondere ciò che non solo era importantissimo, ma addirittura evidente, come LC. 1,26 che dobbiamo assolutamente citare:

Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret

Come si legge chiaramente fu nel sesto mese che Gabriele fu inviato, esattamente quel sesto mese fonte d’imbarazzo nel calcolo totale della durata della dinastia davidica che fu lunga o 484 anni o 485 a seconda dell’interpretazione (approssimazione) che diamo ai sei mesi che compongono il totale.

Qualcuno potrebbe perdersi nei conti e dunque è necessario ricordare che l’esilio o finì, stando a questo blog, nel 505 a.C. o nel 504 a.C. perchè iniziando il regno di Davide nel 989 a.C. dobbiamo togliere 484 anni e 6 mesi e dunque dobbiamo scegliere se farlo durare 484 anni o 485.

La questione solo in apparenza è oziosa, perchè non solo c’è di mezzo la profezia (Ez 4,6), ma anche l’intera cronologia del secondo tempio e ciò rende necessaria la massima precisione che però non la si ottiene stando ai numeri per cui, nel  post precedente abbiamo ipotizzato due logiche, due finalità diverse che giustificherebbero l’incertezza che si crea nel primo e nel secondo caso i quali riassumeremo.

I 40 anni di Ezechiele 4,6 che segnano la fine dell’esilio di Giuda cadono, dipendentemente dall’anno del suo inizio che abbiamo scelto, o nel 465 a.C. o nel 464 a.C. (settimo anno di regno di Artaserse, cioè quando rientra Esdra con il compito di ricostruire il tempio) e ciò ha riflessi inevitabili anche nella cronologia del secondo tempio, la cui dedicazione, stando ai 46 anni di Gv 2,20, avvenne o nel 419 a.C. o nel 418 a.C.

Come potete vedere l’imbarazzo creato dai 6 mesi iniziali che ci costringerebbero, umanamente, a una naturale approssimazione, si ripercuotono a lungo termine, tanto che uno avrebbe voglia di disfarsene, lasciando al lettore la scelta.

La soluzione, seppur facile, sarebbe però assolutamente sbagliata, perchè quei 6 mesi che anche Luca riporta aprono prospettive a dir poco sorprendenti, poichè riassumono le due dimensioni del Cristo, cioè quella umana e quella divina, tanto che solo con essi si ha la ragione del Gesù storico e del Cristo della fede.

Infatti è con la ghematria di Ναζαρέτ che abbiamo il primo, perchè  quel 464 a.C. che individua la lettura ghematrica ci parla della vita nascosta di Gesù a Nazaret. Dunque ci parla del Gesù storico. Non è un caso, allora, che assumendo il 464 a.C. e togliendo i 46 anni di Giovanni otteniamo uno storicissimo 418 a.C come sesto anno di Dario secondo e anno della dedicazione del secondo tempio. Quel 464 a.C.ci conduce così all’uomo di Nazaret e alla sua storicità, ecco perchè è proprio la storia a confermarlo, volente o nolente.

Diversamente, la ghematria di Ἱεροσάλημα  e quel suo 465 a.C. prodotto del calcolo ghematrico ci conduce, tolti sempre i 46 anni di Giovanni 2,20, a un 419 a.C. come anno della dedicazione del secondo tempio, quando 419  è la ghematria di Δαυίδ (Davide). Il 465 a.C. è lì quindi per condurci al Cristo della fede, al Figlio, appunto, di Davide, non più personaggio dalla vita sconosciuta, ma proiettato nella Gerusalemme del tempio, tant’è che è proprio di fronte al tempio che il parallelismo tra il corpo di Gesù e il ναος prende forma (Gv 2,21).

Quei 6 mesi che compongono il totale degli anni di regno della dinastia davidica sono ben lungi, allora, da essere fonte d’imbarazzo, ma riassumono tutta l’umanità e la divinità di Gesù Cristo, mentre l’eco lucana, che avrebbe potuto benissimo fare a meno di dirci che al sesto mese Gabriele fu inviato da Maria,  c’introduce in una teologia altissima che solo in Giovanni poteva rivelarsi, sebbene con l’uso di un tau e di una nota sulla tempistica dei lavori.

464/465 a.C. l’anno dell’imbarazzo

Nel post di ieri abbiamo accennato al dualismo che caratterizza la durata del regno di Giuda, preso com’è tra due date possibili per via di quei 6 mesi che segnano il totale. Esse impediscono una facile approssimazione, perchè si pongono alla metà precisa dell’anno. In particolare rendono difficile la scelta tra i 484 anni o i 485 anni della durata della dinastia davidica.

Sulle prime si potrebbe pensare che tutto dipenda dal caso, il quale ha voluto metterci in difficoltà, ma l’ispirazione delle Scritture ce lo impedisce e ci costringe a un esame più attento grazie al quale, magari, è possibile dar ragione o almeno ipotizzare una logica se non una soluzione.

Ecco allora che di nuovo la ghematria ci viene in soccorso, perchè noi conosciamo quali termini hanno un valore uguale a quelli in esame e conosciamo anche che la ghematria in genere individua sempre parole chiave, cioè importanti che in questo caso sono Ναζαρέτ (Nazaret) e Ἱεροσάλημα (Gerusalemme) le quali hanno, rispettivamente un valore di 464 e 465 che, se ricondotti a un calendario, individuano il 464 a.C. e il 465 a.C., anni che emergono dai 40 anni di esilio (Ez. 4,6) di Giuda, se questo è iniziato nel 504 a.C. o 505 a.C., dipendentemente dall’approssimazione che scegliamo per la durata del regno di Giuda.

In teoria la scelta sarebbe facile se prendessimo in esame la ghematria proprio di Ἰούδα (regno di Giuda) che è 485 che segna gli anni totali della dinastia di Davide iniziata nel 989 a.C., ma purtroppo le cose si confondono quando dobbiamo porre un termine ai calcoli relativi all’esilio che immancabilmente cadono nel 465 a.C. o 464 a.C., perchè entrano in gioco altri valori ghematrici, cioè quelli sopra accennati, cioè Ναζαρέτ e Ἱεροσάλημα.

Per non rimanere nel dubbio, potrebbe essere una soluzione immaginare due logiche di calcolo, cosa tra l’altro possibile perchè effettivamente Ναζαρέτ e Ἱεροσάλημα segnano due opposte fasi della vita di Gesù: l’una la vita nascosta, l’altra quella pubblica e questo giustificherebbe le due logiche di cui parlavamo.

Non rientra nella nostra competenza indagare sui significati, quanto porre in evidenza le evidenze (scusate il gioco di parole), lasciando ad altri il compito di darne ragione. Partiamo dal 464 a.C. che indica Ναζαρέτ e subito facciamo notare che il 465/4 a.C. non solo fu sabbatico, ma segna l’inizio dei lavori al tempio che terminano nel 419/8 a.C. giubilare (vedi tabella).

Questo in apparenza accomunerebbe gli anni in esame, tuttavia il calcolo con il 464 a.C. (anno d’inizio dei lavori al tempio) rende perfetta la sincronia con il dato storico, che vede nel 418 a.C., individuato grazie a Gv 2,20 e i 46 anni per la ricostruzione del tempio, il sesto anno esatto del regno di Dario secondo in cui ci fu la dedicazione (Esd. 6.15).

Tuttavia non bisogna assolutamente ignorare l’altro calcolo che si basa sulla lettura ghematrica di Ἱεροσάλημα il quale segna il 465 a.C., a cui vanno tolti i 46 anni sempre di Gv 2,20, collocando la dedicazione nel 419 a.C., quando 419 è la ghematria di Δαυίδ (Davide).

Come vedete l’imbarazzo è giustificato e ci ha accompagnato sin dall’inizio del post, dove abbiamo fatto notare che Ναζαρέτ e Ἱεροσάλημα sono due simboli diversi che indicano rispettivamente la vita nascosta e la vita pubblica di Gesù e forse è lì che dobbiamo guardare per capire perchè la Scrittura non voglia o non possa essere precisa come vorremmo.

 

Ἱεροσάλημα, la forma alternativa della storia

gerusalem-580x348Gli anni della dinastia davidica, secondo questo blog, furono 484 e 6 mesi (vedi tabella). Quei sei mesi rendono difficile approssimare, perchè o lo fai per difetto e divengono 484 anni; o lo fai per eccesso e divengono 485 anni.

Di per sè il tutto apparirebbe come la più classica questione di lana caprina, quasi una pignoleria antipatica, ma tutto cambia quando entra in gioco il calcolo ghematrico, sempre preciso e scevro da approssimazioni.

Ecco allora che, per avere la certezza di quale anno si tratta o per avere, magari, la certezza che l’ambiguità dovuta a quei 6 mesi è inevitabile, intervengono fattori apparentemente esterni, quali appunto il calcolo ghematrico di parole chiave, in questo caso due sostantivi perfettamente connaturati con l’oggetto del post: le sorti di Giuda (quali ad esempio la durata della dinastia e la durata del suo esilio) e il ruolo (simbolo) di Gerusalemme.

Per spiegare il primo caso è sufficiente richiamare un post già scritto, quello cioè sul nome proprio di Ἰούδα presentato certamente in una sua variante minoritaria della LII, ma tuttavia quella corretta, perchè il valore ghematrico di Ἰούδα è 485, a fronte dei 484 e sei mesi che il blog calcola come durata della dinastia davidica.

Nel secondo caso dobbiamo affrontare un problema nuovo che però non mi è sconosciuto, poiche alla luce della mia piccola esperienza ho sempre pensato che, dal momento che la lettura ghematrica solitamente si nasconde dietro termini chiave della Scrittura, Ἱεροσάλημα  (Gerusalemme) non potesse costituire un’eccezione avendo un ruolo semplicemente insostituibile nella storia di Giuda e nella lettura simbolica.

Certo di questo, mi pare che a suo tempo feci una ricerca a tappeto nel greco neo-testamentario, ma non saltò fuori nulla e questo, alla luce di quanto sto per scrivere, mi genera qualche sospetto sulla loro originalità, perchè se le Scritture sono ispirate, dovrebberlo essere in toto, e non a singhiozzo, affidando il tutto alla fantasia del lettore, costretto a trovare rifugio in qualche forma alternativa e magari minoritaria, come Ἱεροσάλημα.

Alcuni di voi, ben ferrati nelle Scritture greche, avranno già notato la variante che abbiamo scelta per il nome proprio di Gerusalemme. Essa è indicata dai dizionari (io ho consultato questo) come forma alternativa e dunque non principale. Infatti nelle precedenti ricerche le lettura ghematrica rimaneva muta.

Tutt’altra cosa è se assumiamo Ἱεροσάλημα perchè il suo valore ghematrico è di assoluto rilievo, direi fondamentale sia per quella storia di Giuda di cui dicevamo; sia per il simbolismo che evoca. Infatti, riguardo al primo aspetto, il 465 a.C. (come sempre abbiamo introdotto il valore ghematrico in un calendario, in una cronologia)  fu l’anno che segnò l’avverarsi della profezia di Ezechiele  sui 40 anni di esilio di Giuda (cfr. Ez 4,6) perchè, fermo restando che si assuma la cronologia di questo blog, esso iniziò nel 505/4 a.C. per cui 40 anni dopo ci fu la sua fine, cioè nel 464/5.

Vi prego di notare che esso non è solo il frutto di una semplice sottrazione, perchè il tutto si cala in una struttura cronologica complessa, lunga almeno 1500 anni, che vuole, ad esempio, che quel 464/5 sia anche il settimo anno di regno di Artaserse, cioè quando rientra Esdra con il compito, affidato da Artaserse stesso, di ricostruire il tempio (Esd. 7,7-8) e questo ci obbliga ad avere chiare almeno due cose:

1 Il primo anno di regno di Artaserse, che storicamente sembra abbia iniziato a regnare nel 465 a.C., ma è sbagliato, perchè come ho sempre scritto tale anno fu il 471 a.C. tanto che nella cronologia di questo blog risulta essere una data fondamentale, crocevia di numerosi altri calcoli quali, come vedremo al punto 2, l’intera cronologia del secondo tempio. E’ solo assumendo il 471 a.C. che non solo ci viene incontro la lettura ghematrica, ma anche la profezia, perchè automaticamente il settimo anno di regno diviene il 465/4 a.C. che segnò sia la fine dei 40 anni di esilio di Giuda (iniziato come abbiamo detto nel 505/ a.C.); sia la ricostruzione del tempio simbolo stesso di un intero popolo e della sua rinascita. E veniamo così al punto 2

2 Il Libro di Esdra ci dice che nel settimo anno di regno di Artaserse rientrarono a Gerusalemme, assieme a Esdra stesso, i leviti (Esd 7,7-8) con l’ordine di ricostruire il tempio distrutto da Nabucodonosor. Dunque è proprio grazie a quel settimo anno che è possibile ricostruire tutta la cronologia del secondo tempio, sebbene integrandola con la nota di Gv 2,20 il quale ci dice che occorsero 46 anni per la sua ricostruzione.

Non è il caso adesso di ripetere quanto a suo tempo scritto circa la nota giovannea (si veda qui), quanto di riportare il calcolo che con quel settimo anno è possibile fare, tanto che vogliamo subito mostrare che tolti i 46 ani al 465/4 a.C. cadiamo nel 419/8 a.C. che non solo fu storicamente il “sesto anno di Dario”, come vuole Esd 6,15 per datare la fine dei lavori al tempio, ma ci permette anche di avvalorare un’intera cronologia che sin dall’esilio del 505/4 a.C. segnava, rispetto a quella storica, uno scarto di 81 anni, se storicamente l’esilio iniziò nel 586 a.C.

Il fatto dunque di avere rintracciato un 419/8 a.C. ci permette di provare che fu sì il “sesto di Dario” l’anno della fine dei lavori, ma di Dario secondo, non primo e questo non solo giustifica il gap cronologico, ma allinea tutta quanta una cronologia biblica perfettamente alternativa a quella storica, la quale cronologia ha trovato, oltre che nei calcoli, proprio nella storia la sua conferma, perchè il 419/8 a.C. fu esattamente il “sesto anno di Dario” sebbene secondo.

A tutto questo aggiungo una semplice ma interessante nota che ben si adatta ala contesto (Giuda e Gerusalemme): 419 è anche la Ghematria di Davide (Δαυίδ) e questo rende a nostro parere ancora più difficile parlare di caso, perchè fu il re di quello stesso regno di Giuda che aveva per capitale Gerusalemme e così il gioco ghematrico, a a nostro parere, da interessante diviene sorprendente.

Ecco allora che Ἱεροσάλημα non solo è la dizione corretta, sebbene forma alternativa, ma diviene pure, grazie al calcolo ghematrico, storia e simbolo di un intero popolo, se Giuda (Ἰούδα), Gerusalemme (Ἱεροσάλημα) Davide (Δαυίδ) sono sufficienti a riassumerli e ad avvalorare una cronologia biblica data per dispersa -se non mai esistita- quando essa altro non potrà mai essere che la fedele testimonianza di Gesù, come del resto conferma la lettura ghematrica di Ἀντιπᾶς, il fedele testimone, metafora della verità, che indica, con il suo 448, il 448 a.C. anno della “parola” ( Dn 9,25) e della profezia: la prima uscita dalla bocca di Artaserse circa la ricostruzione di Gerusalemme; la seconda dalle visioni di Ezechiele che segna 190 anni per l’esilio di Israele (Ez 4,5), quando quella stessa fedele testimonianza (cronologia) lo fa iniziare nel 638 a.C.