Gv 2,20, l’armonia dei 46 anni

chiave di violinoDella questione legata alla terminologia giovannea per designare il tempio e l’area del tempio ce ne siamo occupati in paragrafo de La cronologia di Dio, limitandoci però solo ad alcune considerazioni sul secondo tempio.

Il problema, tuttavia, è denso perchè da solo fa luce su

  1. La cronologia del secondo tempio
  2. Il primo anno di regno di Artaserse (questione ancora dibattuta)
  3. La cronologia della ricostruzione di Gerusalemme nei suoi elementi caratterizzanti: mura e tempio
  4. Una questione creduta risolta, cioè la datazione dell’esilio babilonese, considerato universalmente avvenuto nel 586 a.C. senza tenere conto delle Scritture nella loro interezza e originalità

Passiamo ora ad illustrare la questione generale legata ai termini, a illustrare cioè che l’uso di Giovanni del sostantivo ναός e ἱερός non è casuale, ma assolutamente cosciente come dimostra la tabella seguente

ναός ἱερός
Gv. 2,14
Gv. 2,15
Gv. 2,19
Gv. 2,20
Gv. 2,21
Gv. 5,14
Gv. 7,14
Gv. 7,28
Gv. 8,2
Gv. 8,2
Gv. 8,59
Gv. 10,23
Gv.11,56
Gv. 18,2

La tabella ci fa certi che Giovanni usa coscientemente i due sostantivi, limitando a soli tre versetti, ma un unico episodio, l’uso di ναός, per cui quando Giovanni scrive che che sono occorsi 46 anni per il ναός è chiaro che, avendo ben netta la differenza tra area del tempio (ἱερός) e tempio (ναός), si riferisce al tempio strictu sensu, cioè all’edificio cultuale.

Questa distinzione è molto importante perchè fa luce sull’intera cronologia del secondo tempio, quella stessa cronologia di cui si è occupato Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche,XV, 421 [xi, 6]), il quale però afferma che per la ricostruzione di quello stesso edificio occorsero 18 mesi.

La distinzione i cui parlavamo sopra è importante, perchè la spiegazione per far coincidere Flavio con Giovanni verte sul fraintendimento dei termini, verte cioè su una lettura di superficie che non tiene conto della distinzione che fa Giovanni tra l’edificio cultuale e l’area del tempio

Infatti bisogna dire che, entrando negli aspetti cronologici del punto 1, tale spiegazione vorrebbe ricondurre la differenza enorme tra Flavio e Giovanni (l’uno 18 mesi, l’altro 46 anni) a dei generici lavori all’area del tempio (Portici, Cortile etc.) considerati da Giovanni, senza però esaminare attentamente il testo dell’evangelista che ci parla del  ναός, cosa che esclude sin da subito i lavori estranei al Sancta Sanctorum. La spiegazione sinora addotta è, quindi, viziata sin dalla radice perchè non tiene conto  della precisa nota giovannea che indica quei 46 anni come necessari per il tempio in senso stretto e non per l’area del tempio.

Tuttavia rimane da dare una spiegazione del divario cronologico incolmabile tra Flavio e Giovanni, ed essa non può che essere una: l’uno fa riferimento al tempio erodiano; l’altro a quello post esilico, cosa di cui andremo a parlare

Affermare che Giovanni ha indicato 46 anni per il tempio post esilico richiede una motivazione forte che giustifichi così tanto tempo, perchè il tempio salomonico, ad esempio, sebbene costruito ex novo, richiese 7 anni di lavori . Non è immaginabile che il secondo tempio abbia richiesto quasi 7 volte il tempo impiegato da Salomone, perchè non è data notizia di proporzioni adeguate, tanto è vero che Giuseppe Flavio scrive che il secondo tempio era di gran lunga inferiore  al primo.

Allora l’unica spiegazione possibile, la quale colloca i 46 anni di Giovanni negli anni post esilio, è l’editto di Artaserse che fermò i lavori al tempio sine die, fino cioè al secondo anno di Dario II (Esd. 4,24 ) e che li vede ultimati nel suo sesto anno di regno (Esd. 6,15) tracciando, realisticamente, una tempistica di 4 anni di lavori, ben compatibile con i 7 anni di Salomone.

Ma il termine dei lavori nel sesto anno di Dario ci permette anche un calcolo particolare che ci conduce al settimo di Artaserse, quando cioè rientrano i sacerdoti ed Esdra stesso con il compito di riedificare il tempio (Esd. 7,7). Calcolato il settimo anno di regno diviene facilissimo rintracciare il primo, o almeno l’anno che la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, indicano come tale e che ci permette di affrontare il punto numero 2 della scaletta sopra accennata

Se il settimo anno di regno di Artaserse, calcolato sulla base del sesto di Dario in cui si dedica il tempio, cade 46 anni prima significa che cade nel 464 a.C. (418+46=464) e dunque il primo anno di regno di Artaserse fu, biblicamente, il 471 a.C., data che non esce dal range sinora suggerito perchè oscilla tra il 465 a.C. e il 475 a.C.

Ma che il settimo di Artaserse fu il 464 a.C. è provato anche da una nota del Seder Olam Rabbath il quale indica che passarono 480 tra il primo e secondo tempio. In particolare sappiamo anche che le fondamenta del primo tempio furono gettate nel quarto anno di regno di Salomone (1Re 6,1) per cui non rimane altro che togliere 480 anni per conoscere  quando furono gettate le fondamenta del secondo.

Questo blog ha ricalcolato la durata di tutti i regni di Giuda e Israele e colloca da sempre il primo anno di regno di Salomone nel 949 a.C., per cui il suo quarto anno cade nel 945 a.C. Seguendo la nota del Seder è facilissimo individuare quando quei 480 anni cadono, ed essi cadono nel 464/465 a.C. (945-480=465), quello stesso anno cioè di cui abbiamo scritto calcolando però partendo dal sesto anno di regno di Dario primo e sommando i 46 anni di Gv 2,20.

Questo significa che due cronologie, quella di Giovanni e quella del Seder, sono perfettamente coincidenti in un unico anno che, mi pare ovvio, è quello biblicamente esatto, come biblicamente esatto, essendo quel 464/465 a.C. il settimo di Artaserse, mi pare ovvio sia il primo anno di regno di quel re , cioè il 471 a.C.

Ma collocare i 46 anni Giovanni 2,20 nel periodo post esilio significa anche occuparci della cronologia legata alla ricostruzione di Gerusalemme nei suoi elementi fondamentali, cioè tempio e mura che non possono essere disgiunti visto che il primo, essendo il cuore della vita politica, economica e religiosa, non poteva restare senza difesa. E qui passiamo ad occuparci del punto numero 3 della scaletta.

Il ruolo difensivo delle mura per il tempio e l’intera Gerusalemme non è solo legato ai tempi in cui il nostro discorso si colloca, ma dipende anche da un fatto specifico, perchè Neemia 4,10 ci dà notizia che l’intera ricostruzione di Gerusalemme era messa a repentaglio dalla presenza di nemici che obbligarono metà degli uomini abili al lavoro alla difesa.

In questo senso le mura non s’inseriscono solo nella programmazione urbanistica, ma divengono baluardo di difesa indispensabile. Questo fa sì che non si possa immaginare,ad esempio, la riedificazione del tempio senza la messa in opera del progetto di ricostruzione delle mura.

Sempre in questo senso è pacifico pensare che il termine dei lavori alle mura non sia disarmonico rispetto alla dedicazione del tempio come accade se consideriamo la cronologia ufficiale, la quale colloca la dedicazione nel 515 a.C., ma la progettazione delle nuove mura nel 445 a.C., cioè 60 anni dopo (dovremmo anche dire che tale cronologia crede al miracolo dei 52 giorni letterali per la ricostruzione di cinta muraria che aveva subito 2 anni di feroce assedio e 141 di abbandono , quando abbiamo visto qui che in realtà occorsero 52 anni).

L’assoluto silenzio biblico durante quei fondamentali 60 anni dovrebbe già di per sè far riflettere, come dovrebbe far rifletter il fatto che Neemia, sebbene l’editto di Ciro si dica sia nel 538 a.C., trova nel 445 a.C. le porte ancora incendiate e le mura piene di brecce (Ne 1.3) Insomma qualcosa non va, tanto è vero che Soggin Nella sua Introduzione all’Antico Testamento riporta la notizia di studi che avanzano l’ipotesi di una seconda invasione che avrebbe distrutto ciò che dopo il 538 a.C. era stato appena ricostruito.

Come credo sia chiaro, la cronologia ufficiale è in completa disarmonia sia sotto un profilo strettamente logico (non si può lasciare una città in balia dei nemici per 60 anni); sia sotto un profilo strettamente cronologico che offre una dedicazione nel 515 a.C. e una ricostruzione delle mura nel 445 a.C sempre che assumiamo 52 giorni letterali, il che neppure sarebbe realistico.

Ma cosa accade se assumiamo quei 46 anni di Giovanni collocandoli nel post esilio e prendendo in considerazione la cronologia di questo blog? Innanzi tutto abbiamo che i lavori al tempio iniziano l’anno secondo dal rientro di Esdra (Esd. 3,8) dunque nel 462 a.C., mentre la riedificazione delle mura inizia nel XX° di Artaserse (Ne 2,1) cioè nel 451 a.C. riducendo a 11 anni quel divario di 60 anni che si genera con la cronologia ufficiale e facendo salva l’urgenza non disgiunta di mura e tempio.

Lo stesso dicasi per il termine dei lavori per l’una e l’altra opera, perchè le mura sono completate nel 399 (per i calcoli vedi questo e questo post), mentre la dedicazione del tempio è nel 418 a.C. solo 19 anni dopo, cifra compatibile con l’impegno richiesto dall’una e l’altra opera. Mi pare di poter dire che tutto si riallinei, mentre si perde armonia con quanto la cronologia ufficiale insegna circa l’esilio e la sua datazione, non necessariamente avvenuto, almeno stando a Gv. 2,20, nel 586 a.C. Affronteremo quindi il punto 4 della scaletta

La dedicazione del secondo tempio avvenuta nel 418 a.C. mette in crisi la cronologia sinora conosciuta che lo colloca nel 515 a.C. a un secolo di distanza. Essendo semplicemente improponibile pensare che a fronte di un editto di Ciro del 538 a.C. bisogni aspettare il 418 a.C. per la dedicazione del tempio, cuore pulsante d’Israele, si pongono seri interrogativi: chi sbaglia? Sbaglia Giovanni, un evangelista, o sbagliano gli storici? Come mai risulta essere Artaserse l’artefice della ricostruzione post esilica e non Ciro stando a Gv. 2,20? Qual era, allora, la cronologia conosciuta dall’evangelista se considera 46 anni per la ricostruzione del tempio?

Tutte domande che trovano una sola risposta: quel 586 a.C. stabilito storicamente  non trova collocazione nella Bibbia, la quale sebbene ci parli di Ciro, forse il falso di Ciro, calcola però Artaserse. Sembra quasi allora di trovarsi di fronte a un affresco grandioso che ha però sotto la superficie un’altra scena e questo legittima a pensare che ciò che a prima vista vediamo sia solo il velo con cui si è coperto la scena originale, cioè una storia sopra la Storia.

Sarebbero tutte semplici congetture queste se non avessimo la possibilità di mostrare, laddove l’occhio e la pazienza hanno indagato,i tratti originali dell’affresco. Ma ciò non è, perchè questo blog ha mostrato che una cronologia alternativa a quella storica, cioè quella sovrapposta a quella biblica è possibile e infatti tale originale ha ben altra cronologia, in particolare proprio in riferimento all’esilio e alla sua datazione, il quale  avvenne, non a caso, nel 517 a.C. (calcolo Daniele) e nel 505 a.C. (calcolo Ezechiele) dipendentemente dalla deportazione che assumiamo.

Non è neppure un caso che quei 46 anni di Gv 2,20 possano essere perfettamente inseriti nell’originale, mentre se li adottiamo per la cronologia secolare, cioè storica, essi si rivelano di difficilissima collocazione, perchè fanno saltare tutti conti e costringono, come abbiamo visto, a forzare il testo giovanneo e a ignorare la fondamentale differenza tra ἱερός e ναός, pena il conflitto con le fonti, in particolare G. Flavio.

Gv. 2,20 è capace allora di riaprire una questione creduta risolta e chiusa, di riaprire il dibattito su quella che tutti considerano una data assoluta, cioè il 586 a.C., ma che stando a Giovanni risulta essere relativa all’approccio, talvolta un po’ superficiale, con cui si è affrontata e che ha impedito di vedere oltre la superficie.

Infatti i 46 anni di Giovanni rimettono in discussione non semplicemente il 586 a.C., ma tutta la cronologia assoluta che regola la storia del Vicino Oriente, perchè assumendo il 515 a.C. come anno della dedicazione del secondo tempio cadiamo, calcolando i 46 anni necessari alla sua ricostruzione, nel 561 a.C. come fine dell’esilio. Tale fine anticipata potrebbe essere anche sostenibile, ma ne dobbiamo trovare la causa ed essa può essere solo Ez. 4 e i 40  anni di esilio di Giuda. Ciò però conduce a una deportazione del 601 a.C. di cui non solo si ha notizia, ma scardina la datazione assoluta del 586 a.C.

Concludo dicendo che tre distinte cronologie (quella delle mura; quella del tempio e la mia) ruotano attorno alla tempistica descritta da Giovanni, celata da una cosciente scelta lessicale che indica 46 anni per il ναός (tempio) e non allude minimamente al ἱερός (area del tempio), coinvolgendo con questo aspetti fondamentale della cronologia biblica. Quei 46 anni di Giovanni 2,20, allora sono la chiave che dispone tutte le note cronologiche dello spartito biblico rendendolo armonico

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